minimo karma    retomar o pedaço que falta

Educazione

Cos’è l’educazione e perché è così importante per me, mi chiedi.
Non occorre scomodare il ragazzo dell’Aveyron o Kaspar Hauser: ho visto io stesso, ed ho tenuto in braccio, bambini che mugulavano, incapaci di articolare parola, con i denti guasti per la fame, idioti per pochi stimoli: ed i fratelli più grandi, incapaci di qualsiasi pensiero, di qualsiasi preoccupazione che non fosse volta al soddisfacimento di qualche bisogno primordiale, e violenti di parole e di gesti, da far paura già a dodici anni. Ed ho visto, e vedo, altri intristire, trascinare la vita come un peso, ed altri combattere con i fantasmi di dentro, ed altri ancora immiserirsi nella contesa, farsi feroci nell’ansia di prevalere, diventare potenti anche, a volte, ma morti e sterili come gusci vuoti. Quando non è spenta, violata fin dall’origine, la vita si spegne progressivamente - annotta sull’uomo e sulla donna, il possibile cede al necessario, ed il necessario è paura, è rabbia, è contesa. Meglio togliersi di qui con una pallottola alla tempia, che star qui così; e meglio uccidere, togliere dal mondo, che educare un bambino a farsi strada in un mondo così - a vendersi, come si dice.
Dell’educazione dico ciò che non ha da essere, è vero. Perché il più è fatto una volta che si si mostrato l’assurdo che è in ciò che comunemente passa per educazione. Liberarsi dalla maledizione dell’educazione è quasi tutto quello che c’è da fare. Comunicare in modo nonviolento e crescere insieme nella ricerca della verità: questa è l’educazione, e forse sarebbe meglio anche non parlare affatto di educazione (o di educazione democratica), ché la parola è ormai sporca di violenza. E’ possibile, tra persone, cercare un modo di vivere diverso, un essere forti alternativo all’essere violenti, una civiltà del crescere accanto alternativa alla nostra del crescere sopra, della sopravvivenza alla Canetti. E’, dev’essere possibile: se così non fosse, vorrei morire subito.
Non più, dunque, qualcosa che qualcuno fa a qualche altro. Niente relazioni di potere. O meglio: niente relazioni di dominio. Il potere è possibilità di fare, è forza, il dominio è possibilità di fare qualcosa a qualcuno, di immobilizzarlo, di piegarlo a sé: è violenza. C’è violenza in qualsiasi relazione non paritaria, che sia apertamente autoritaria o si pretenda democratica. Il docente che si finge democratico, concordo, è anche più pericoloso di quello rigidamente autoritario. Ma già Dewey pensava qualcosa d’altro: e quasi con senso di colpa riconosceva il diritto del docente di dire la sua nel gruppo di ricerca della classe.

Pubblicato il 25-11- 2009 9:10 am | Commenti (1) |
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Alterius spectare laborem

Scrive Gandhi:

    Tutte le religioni del mondo descrivono Dio in primo luogo come Amico di chi non ha amici, Aiuto dell’indifeso e Protettore del debole. A parte il resto del mondo, in India chi è più privo di amici, indifeso e debole dei quaranta milioni e più di hindu dell’India che sono classificati come intoccabili? Se, quindi, un parte del popolo può essere indicata come ‘uomini di Dio’, essi sono sicuramente queste persone indifese, senza amici e disprezzate.

I cristiani troveranno una profonda affinità tra questa affermazione e quanto si legge sul Vangelo sulla pietra scartata che diventa pietra angolare (Matteo, 21, 42, citando il Salmo 117). È qui che la religione giunge al punto di massimo attrito con il mondo, è qui che essa giunge a toccare l’origine stessa della violenza. L’affermazione della sacralità della persona umana, più o meno esplicita nelle diverse società, si scontra sempre contro la dissacrazione di alcuni soggetti, contro i quali si perviene spesso al vero e proprio massacro, come atto finale e conseguente della negazione della sacralità dell’essere umano. È sacro il membro della propria comunità, non è sacro il nemico, che è possibile uccidere senza che ciò comporti colpa. All’interno della stessa società vi sono soggetti non sacri. I folli e i criminali rientrano in questa categoria. I primi non sono sacri perché le loro azioni sono imprevedibili, e quindi sfuggono al reciproco rassicurarsi che fonda la sacralità della persona all’interno della comunità; i secondi un tempo erano sacri, ma poi hanno compiuto una colpa che li ha fatti precipitare oltre la sfera del sacro. I manicomi e le carceri sono le istituzioni nelle quali tradizionalmente in occidente si è praticata la dissacrazione. Per il massacro, ci si è serviti degli ebrei e dei Rom. Oggi sono rimasti questi ultimi, a rappresentare gli uomini non sacri, gli uomini dissacrati e massacrabili. La loro posizione in occidente, e segnatamente in Italia, è del tutto simile a quella degli intoccabili in India. In Italia i Rom vivono in accampamenti al di fuori della città, disprezzati e oggetti spesso di violenza, vittime di un razzismo che giunge a negare loro qualsiasi umanità e filtra nelle stesse istituzioni. Come in India la retorica dell’ahimsa, che afferma il valore della stessa vita animale, si scarica poi sugli intoccabili, così nell’Italia cristiana e cattolica la retorica del prossimo trova un limite preciso nel Rom, che diventa il più lontano, colui in cui non è possibile riconoscere un uomo.
L’affermazione della sacralità degli intoccabili – che siano i paria indiani o i Rom in Italia – porta con sé, in modo più o meno consapevole, uno svelamento ed una condanna del sistema sacrificale su cui si fondano le nostre società, nelle quali la sacralità degli uni è affermata a spese della non sacralità di altri. I toccabili e gli intoccabili sono due facce di una stessa medaglia. Anche i primi, in realtà, hanno una loro forma di intoccabilità. Soprattutto nelle società occidentali, ogni contatto fisico non autorizzato è considerato una cosa disdicevole, una mancanza per la quale occorre chiedere scusa. Nessun corpo può essere toccato o semplicemente sfiorato senza permesso. Linguisticamente, questa intoccabilità è espressa con le forme di cortesia, con il dare dei lei, che esprime rispetto e segna la giusta distanza tra le persone. Gli altri, gli uomini non sacri, sono invece toccabili, quando ciò non generi disgusto. Nei loro confronti si usa tu che, se può essere indice di un rapporto simmetrico, paritario, vale invece nel caso specifico ad annullare la distanza, ad infantilizzare ed inferiorizzare l’interlocutore. Gli uomini non sacri possono essere toccati dalle forze dell’ordine, dal sistema di controllo sociale e poliziesco, che può operare sul loro corpo ciò che sarebbe impensabile fare agli uomini sacri. Dichiarare sacri anche questi ultimi, anzi, dichiararli più sacri degli altri, significa andare al cuore del sistema sacrificale, aggredire il meccanismo violento delle società e porre le premesse di una vera società nonviolenta. Non vi sarà vero Swaraj, vera indipendenza per l’India, sosteneva Gandhi, fino a quando vi saranno in India persone trattate con lo stesso disprezzo con cui gli inglesi trattano gli indiani.

Dal mio libro su Gandhi, pp. 33-34. A proposito di questo.

Pubblicato il 22-11- 2009 11:12 am | Commenti (2) |
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Note di apprendistato

Ci sono dei grandi sulla terra, diceva Dom Deschamps: ma dove sono i felici? E aggiungeva: la dimostrazione che siamo in uno stato di violenza è nel fatto che, messo in acqua, l’uomo va a fondo, se nessuno gli ha insegnato a nuotare, mentre bastano pochi movimenti, assolutamente naturali, per tenerlo a galla. Il timore e la violenza ci vincono.
Stare qui, essere costretti negli abiti, e nel corpo, e nel nome: dire io, dire eccomi, e fare le azioni prescritte, e pronunciare le parole opportune, e seguire la strada segnata, stare stare stare qui, mentre dentro qualcosa ribolle esplode, si protende s’agita batte contro la superficie della pelle. Il dolore. Non ho conosciuto gioia, nella vita, che non fosse l’erompere di quel che dentro s’agita, di là dall’abito, dal corpo, dal nome. Che non fosse il dire: io non sono. Che non fosse il dire: io sono non io. Io non sono un uomo. Io sono una donna. Io sono un bambino. Io sono un vecchio, un albero, una lumaca, un fiume che scorre, una pozzanghera quieta, una patata dolce che attende di essere dissotterrata. Io sono ciò, ed altro.
La tristezza dell’occidente è in questo: che crede in Dio. O non crede. Dio è uno che dà forma, la cui parola nomina, il cui gesto organizza. Credere importa, perché se quel Dio non è, il nome non è vero nome, la forma non è vera forma, l’organizzazione crolla. Se Dio non è, dice pensoso il rappresentante di Dio sulla terra, tutto è possibile. Dio è il cane da guardia che tiene nel recinto del lecito, bandito l’impossibile, l’informe, l’eccessivo. Dio è il vaso dell’io. Altrove, non importa credere in Dio. E’ una cosa priva di significato. Dio non è qualcosa in cui credere: è qualcosa che bisogna essere. Na adevo devam arcayet. Nessuno che non sia un Dio renda culto a un Dio. Che si rompa il vaso.
Danza, il mutevole, distrugge e travolge, e danza, porta la vita porta la morte, e danza, è bene e male, e di là dal bene e dal male, è colui che porta via e colui che riconduce, è amico e nemico, è maschio e femmina, e danza, è terribile e dolcissimo, atterrisce e sorride - e danza. Esiste Dio?, continua a chiedersi il povero idiota, nel tentativo profano di fermare la danza e trasformarla in marcia guidata dalla Parola che ordina.
Che si rompa il vaso.

Pubblicato il 17-11- 2009 5:59 pm | Commenti (1) |
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Diario antitaliano

Con la penna di Saviano, la sinistra italiana ha scritto a Berlusconi. Ecco il testo:
“Berlusconi, e che è, oh, diamoci una calmata, eh, oh, e che è, qua pare che ogni cosa, ogni cosa, uno non si può muovere che… e questo, e quello… pure per te, eh, oh.”
Firmato: tante personcine per bene, che non farebbero male nemmeno a una mosca.

Pubblicato il 6:42 am | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

La mia ex non vuole vedermi né parlarmi. Nemmeno la mia ex-ex vuole vedermi né parlarmi. La mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex sono troppo impegnate a mandare la gente in galera, immagino, per chiedersi se vogliono vedermi o parlarmi. La mia ex-ex-ex-ex-ex si è appena sposata, ed anche lei ha di meglio da fare che desiderare di vedermi o di parlarmi. Io, al contrario, vorrei vedere la mia ex, e anche la mia ex-ex, e nemmeno mi dispiacerebbe scambiare due parole con la mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex (magari non comparendo davanti a loro come imputato) o con la mia ex-ex-ex-ex-ex. Questo desiderio, che io considero umanissimo, a quanto pare avanza una pretesa assurda. Le relazioni spezzate esigono muri invalicabili, silenzi impenetrabili, abissi di lontananza, frementi di sdegno e o di indifferenza. Io stento a capire, davvero. Nelle notti insonni, che con l’avanzare degli anni germinano non come una minaccia, ma come un soccorso del tempo alla mia pochezza, uno strumento per temprarmi proiettando sul soffitto pensieri e sentimenti, torna insistente questo, tra i mille incomprensibili: che chi era accanto ora sia infinitamente lontano, e che ogni mano tesa, ogni parola gettata nello zwischen non ottenga altro risultato che aumentare la distanza e il distacco, risvegliare il dolore che s’era fatto quieto disagio, ferita sordamente dolente più che aperto squarcio - e sanguinante. Ricostruisco, certo, i ragionamenti, le scelte, le necessità di questa distanza, ma qualcosa resta impenetrabile, sempre al di là della mia capacità di comprensione. E penso, ecco, che sia una mancanza epocale, un impaccio del nostro tempo, pieno di cose alle quali non siamo preparati.
L’etica, diceva qualcuno, è la grammatica dei rapporti umani. Ma un difetto delle grammatiche, e dei dizionari, è quello di non essere sempre aggiornati. La lingua, la parola cambiano, ma le grammatiche stentano a registrare i cambiamenti, e si trovano di fonte al problema di capire cosa è innovazione e cosa è semplice errore. Così l’etica. Abbiamo una grammatica dei rapporti umani non non aggiornata. Un tempo si viveva insieme tutta la vita. E l’errore, il peccato erano nel tradimento di questo patto per la vita, nella offesa alla solennità del matrimonio, al vincolo sacro ed inviolabile. Il nostro non è più tempo di vincoli sacri e inviolabili. E’ il tempo dell’amore liquido, secondo l’interpretazione di un sociologo non a caso famoso più di ogni altro (il quale, noto di sfuggita, interpretando la società alla luce della categoria della lliquidità contribuisce a far sì che il mondo sia effettivamente liquido, secondo il ben noto teorema di Thomas). Saperlo, però, non ci aiuta ad orientarci. Non siamo attrezzati ancora per vivere nel mondo delle relazioni fragili. E’ come se parlassimo una lingua, ma la pensassimo secondo una grammatica desueta. Ci sforziamo di parlare come dovremmo - come non si usa più -, ma non ci riusciamo, ed allora ce la prendiamo con l’interlocutore, o con noi stessi, o con noi stessi e l’interlocutore al tempo stesso, o con noi stessi e di riflesso con l’interlocutore. Attraversiamo, insomma, tutte le infinite sfumature del risentimento. Il nostro ex interlocutore è una figura imbarazzante, rappresenta null’altro che questa nostra caduta, il fallimento in una cosa per la quale di eravamo impegnati tanto. Può essere che sia così. Ma qualcosa continua a sfuggirmi. Un tempo, penso, gli amori avevano il respiro di una vita, e il tempo era il loro banco di prova; oggi la loro dimensione è il momento. Forse non c’è nessuna vera perdita, in questo: semplicemente l’intensità prende il posto dell’estensione. Il momento del parlare schietto, prima che la grammatica prenda il sopravvento, è grazia pura, scala al cielo, instaurazione felice di un essere di là da ogni ipotesi di male, di mancanza, di perdita. La perdita accade, poi: eppure quel momento resta irrevocabile. Questa irrevocabilità esige il distacco e il silenzio, per non insultare con una imbarazzata quotidianità la solennità di quell’acquisto custodito dentro? Può essere. O forse è soltanto, appunto, un problema di grammatica. Il tempo forse ci porterà una grammatica degli addii. Impararemo a dire una parola gentile a chi abbiamo amato, a chi ci ha amato, a fargli capire che è con noi, per sempre, anche se la nostra vita ha preso una direzione diversa, ad allungare una mano senza aver paura di cadere nel vuoto della presenza.

Pubblicato il 15-11- 2009 8:44 pm | Commenti (2) |
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Diario antitaliano

Cerco di non pensarci al mattino, ché è una di quelle cose che rischiano di rovinarti la giornata sul nascere: ma prima o poi, nel corso della giornata, mi capita di pensare all’assurdo. Non all’assurdo esistenziale - perché esiste l’essere e non piuttosto il nulla -, che si presenta prepotente, al mattino o quando gli pare, di là da ogni buon proposito di positività e concretezza, ma l’assurdo hicetnunchico, l’assurdo di vivere in un paese governato da un uomo che mente, circondato da uomini che mentono, con l’approvazione o l’indifferenza di milioni di persone che sanno che mente, e che non mente su cose da nulla, ma su cose gravi. Una situazione assurda, appunto, e disperante. Ma non mancano i segni di speranza. Basta cercarli. Ad esempio ho tra le mani un libro sul counseling filosofico, che sto leggendo nel tentativo di convincermi che non è quella idiozia che penso. Per spiegare come funziona in counseling filosofico, l’autore immagina la seguente situazione. Pierre e Silvia sono due coniugi trentacinquenni, cattolici. Non hanno figli. Vorrebbero averne uno ricorrendo alla fecondazione in vitro, ma hanno scrupoli morali. Ne parlano con il loro parroco, ma non sono soddisfatti. Per questo ricorrono al filosofo, il quale spiega loro le diverse posizioni morali sulla questione, avendo cura di non influenzarli in un senso o nell’altro. Ecco la speranza. Esistono persone che prima di fare una scelta hanno tanti scupoli morali, da pagare qualcuno per aiutarli a districarsi ed a documentarsi. Esistono persone che sotto l’urgenza dei loro scupoli morali si mettono a filosofare loro stessi: e questo nel paese in cui milioni di persone sostengono con l’approvazione esplicita o con l’indifferenza un criminale che mente apertamente sui suoi crimini e che cerca di sfuggire alle sue responsabilità facendo approvare leggi su misura per lui. Dirai che le cose non vanno così, che purtroppo questa speranza è fallace, che questi due coniugi scupolosi sono frutto della fantasia del mio autore. Sono tentato di pensarla anch’io così, a dire il vero. Ma c’è qualcosa che non torna. C’è che in Italia esistono master sul counseling filosoico, e sono master che costano anche diverse migliaia di euro. Se c’è gente che spende tanto per studiare il counseling, vuol dire che c’è richiesta, vuol dire che tanta gente, stanca del prete o dello psicologo, non vede l’ora di portare i suoi scrupoli morali davanti allo sguardo analitico e oggettivo del filosofo. Detto altrimenti, vuol dire che incredibilmente anche gli scrupoli morali, nel paesi di Berlusconi, hanno un loro mercato.

Pubblicato il 12:57 pm | Commenti (10) |
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Note di apprendistato

L’uomo deve essere nudo e poverissimo: ma solo allora avrà da Te un po’ di lino nella tomba.
Attar, Ilahi-Nama, 2860.

Finché avete la volontà di compiere il volere di Dio, e avete il desiderio dell’eternità e di Dio, voi non siete davvero poveri. Infatti è un vero povero soltanto colui che niente vuole e niente desidera.
Eckhart, Beati pauperes spiritu.

La verità è dentro di te, dunque. No, non la verità dello spirito, per quanto possa scrutarti e rivoltarti non troverai nulla in te di paragonabile ad uno spirito. La verità è sotto la tua carne, sotto i muscoli e i tendini, sotto la maschera della pelle. Strappati via, strappa il volto e gli occhi, strappa i muscoli e i tendini, strappa il vedere e l’agire, l’annusare e l’ascoltare, strappati via la lingua e le orecchie, soffoca la parola e il suono: sii le tue ossa, sii silenzioso e ricettivo e buono e saggio e vittorioso e sconfitto da sempre come le tue ossa.

Zoe, Breve trattato sull’arte dell’impiccagione, cap. III.

Pubblicato il 13-11- 2009 9:38 pm | Commenti (1) |
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Testi

Vedo che su Ibs una recente edizione de L’arte di strisciare ad uso dei cortigiani del barone d’Holbach è il libro più venduto nel reparto filosofia. Dev’essere un segno dei tempi. Chi volesse leggere il libretto di d’Holbach - che molto deve a La Boétie, mi pare - aggratis può trovarlo in questo stesso blog - in quella che è, credo, la prima traduzione italiana.

Pubblicato il 5:10 pm | Commenti (1) |
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Diario

L’altro e l’oltre. L’altro è l’oltre. Gli altri, gli oltri.

Pubblicato il 09-11- 2009 10:17 am | Commenti (2) |
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Cinema

In Capitalism. A love story Michael Moore non si spiega come mai vengano chiamati contadini morti quei lavoratori americani che, senza saperlo, hanno sul groppone assicurazioni stipulate dalle multinazionali (non poteva mancare ovviamente la Nestlè), sì che morendo prematuramente le arricchiscano - senza che, ovviamente, un solo dollaro giunga alle loro famiglie, ridotte spesso sul lastrico dalle spese sanitarie in caso di morte dopo malattia. Non se lo spiega nemmeno l’esperto di finanza che intervista. A me l’espressione ha fatto venire in mente Le anime morte (Мёртвые души) di Gogol. Il quale è un viaggio nell’inferno della russia di metà Ottocento, così come il film di Moore è un viaggio nell’inferno dal capitalismo del ventunesino secolo. Come è noto, il protagonista del romanzo di Gogol, Pavel Ivanovič Čičikov, gira la Russia per acquistare quei servi della gleba che sono morti dopo l’ultimo censimento, al fine di crearsi un patrimonio di servi della gleba fantasma da ipotecare, arricchendosi. E’, insomma, uno che lucra sui morti, esattamente come le multinazionali americane.
Il seguente episodio del libro potrebbe appartenere al film di Moore: (more…)

Pubblicato il 08-11- 2009 7:44 am | Commenti (2) |
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Diario

Avanti no, avanti non si torna.

Pubblicato il 06-11- 2009 8:53 pm | Commenta questo post (0) |
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Mercanzia

    Potremmo definire Antonio Vigilante un poeta maledetto dei giorni nostri, consapevole della malattia dell’essere, in cui fin dalle sue origini già si cela la promessa di dissoluzione. […] Il pessimismo di Vigilante che sostituisce il binomio pirandelliano vita-forma con nome-forma sembra indicare una possibile soluzione seppure non positiva sempre meno negativa nella scelta di non uccidere la vita ma di lasciarla rotolare come la pietra che ci aveva indicato la via per cominciare il viaggio della conoscenza - non-conoscenza ( io sono!). Non resta a noi lettori di Rima Rerum che lasciarci affascinare dalla lucidità di una filisofica poesia che traduce bene, in uno stile altrettanto lucido, l’umiltà di un pensatore-poeta tesa a tutelare la dignitosa onestà di essere intellettuali, anche a costo di avere il vuoto intorno: meglio un vuoto pieno piuttosto che un pieno vuoto…

Antonietta Ursitti recensisce Rima Rerum.

Pubblicato il 5:08 pm | Commenti (2) |
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Blog

A sancire la felicissima ascesa di questo blog, m’è giunta oggi ‘n’email di una certa società, che mi ha proposto di inserire dei link, piuttosto ben pagati, alla fine di alcuni miei post. Allettato dalla cosa, ché sono in bolletta assai, ho chiesto di che genere di link si tratta. M’ha illuminato, la risposta: si tratterebbe di dieci link a siti per l’allungamento del dandolino, del fuscelletto, del batacchionzolo, insomma dello sventrapapere. Che dite, accetto?

Pubblicato il 05-11- 2009 5:57 pm | Commenti (5) |
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Diario antitaliano

7 ottobre. Durante una puntata di Porta a Porta Rosy Bindi critica il premier. Che tenta di zittirla con un: Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente.
12 ottobre. Stati Uniti, Colombus Day. Alcuni italiani contestano il ministro Ignazio La Russa. Il quale attacca uno di loro: Sei un pedofilo, mi ricordo cosa facevi alle bambine. E ride, e istiga la gente intorno contro il contestatore, ripetendo come un ossesso: sei un pedofilo, sei un pedofilo.
15 ottobre. Sugli schermi di Canale 5 compare il giudice Mesiano, colpevole di aver condannato Berlusconi ad un risarcimento multi-milionario. La televisione del premier lo mostra nella sua quotidianità, il giornalista prezzolato cerca di metterlo in ridicolo davanti a milioni di telespettatori, evidenziando le sue presunte stranezze.
27 ottobre. Capodichino. Il ministro Claudio Scajola è in visita ad una fabbrica. Un operaio lo contesta. Il ministro risponde: È come se io dicessi che tutti i lavoratori sono stronzi come lei, però non lo dico.
Può essere che mi sbagli, ma ho l’impressione che in questo mese appena passato la già traballante democrazia italiana abbia subito un altro colpo; che si sia fatto un passo ulteriore verso qualcosa di diverso. Oggi in Italia chi critica il potere o fa qualcosa che al potere non piace può subire la gogna mediatica, l’istigazione al linciaggio, l’insulto pubblico o privato. Tra agosto e settembre abbiamo assistito alle dimissioni di un direttore di giornale che aveva criticato il premier, diffamato da un altro direttore di giornale al soldo del premier. A metà settembre lo stesso giornale tenta di intimidire il presidente della Camera, anch’egli critico nei confronti del premier, accenando a “faccende a luci rosse”. Non mi sembra che vi siano molti esempi di cose simili in altre democrazie.
Non basta, certo, a dire che siamo in un regime. E’ un errore lamentare ad ogni pie’ sospinto la fine della democrazia: se si grida sempre al lupo, quando il lupo arriva davvero non ci crede nessuno. In un paese non democratico chi critica pubblicamente il potere, come lo studente iraniano Mahmoud Vahidnia, riceve risposte garbate, ma il giorno dopo scompare dalla circolazione. Non siamo a questo punto. Ma l’insulto ed il linciaggio stanno al gradino immediatamente precedente nella scala che scende verso l’autoritarismo. Ed è un scala che stiamo scendendo di corsa.

Pubblicato il 02-11- 2009 7:10 am | Commenti (2) |
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Note di apprendistato

Ieri sera mi sono addormentato sul divano. Ho dormito per un’oretta buona. Poi mi sono alzato, ho attraversato il piccolo corridoio e sono andato in camera da letto. Lì è avvenuto quello che chiamo il caricamento del programma. Prima di entrare in camera da letto ero solo un essere vivente. In camera da letto sono diventato Antonio Vigilante. Ed in una frazione di secondo sono tornato infelice. Mi sono ricordato, per la precisione, di quelle ragioni di infelicità che fanno tutt’uno, per me, con il dire io. Ciò mi fa pensare a quella pagina bellissima di Berger e Lukmann, in cui parlano dello “stupore di non riconoscere la propria faccia nello specchio del bagno” dopo un sogno inquietante; stupore, terrore che viene esorcizzato grazie ai riti mattutini, “in modo che la realtà della vita quotidiana sia instaurata, anche solo in maniera incerta, al momento in cui esce di casa”*. Io non ho paura, al risveglio. Sono felice. Ma dura meno di un secondo. Non c’è bisogno dei rituali mattutini, il mio-me mi casca addosso con la violenza di un camion. Dovrei imparare, nel corso della giornata, a riportarmi a quel mezzo secondo dopo il risveglio, a deporre il mio-me - a gettarmi giù dal camion.

* P. L. Berger-Th. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna 1969, pp. 205-6.

Pubblicato il 29-10- 2009 10:21 am | Commenti (4) |
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