minimo karma    sblecut mundi                                                                                                      

Herdelezi

A canuscë, a canuscë: guardë bbunnë.
Arretë a quilli nuvolë ‘a canuscë
qua’ cosa tonnë e giallë mmizzë ‘o ciëlë.
‘Na votë, t’arrëcurdë?, të piacevë,
a guardëvë e pënzëve ka so’ bellë
’st’ucchiatë a’ sëkërdënë, ’sti tagliolë,
’st’avvisë ka si’ nindë o quacche kosë
ke d’o nindë pë’ nnindë së dëstakkë.
“Eh”, pënzëvë, “so’ nindë, e grazië ‘o cazzë”,
e rërivë, cundendë dë qu’ nindë,
ke d’o nindë pë’ nninde së dëstakkë.
E mo? Mo si’ qualcosë, n’e’ ruerë?
Mo të si’ fattë i quattrinë e i quartinë
të fëjë chiamë signorë (”unë e’ ‘u signorë”
më dëcevë nanonnë, “e stëcë ‘ngilë”),
t’addëcrijë cammënannë mmizzë ‘o corsë,
fëjë ‘na prumessë a quistë, a quillë dicë
cokke cosë ‘nda recchië, e ‘n’atë angorë
l’abbrazzë lucculannë “uè, cumbërë”,
e rirë, e tuttë ‘u munnë ejë pë ttë
- i quattrinë i quartinë e ‘u munnë ‘nderë.
Ma quella cosë ‘ngilë, quella cosë
k’a sëkërdënë të pigghië da partë
nën t’appartenë - quella cosë ‘ngilë
e’ dë chi ‘nën tenë nindë. Quillu nindë
ka splennë ‘ngilë cumë ‘nu brëllandë.

La conosci, la conosci: guarda bene / Dietro quelle nuvole la conosci / quella cosa tonda e gialla in mezzo al cielo. / Una volta, ricordi? ti piaceva, / la guardavi e pensavi che son belle / queste occhiate a tradimento, queste tagliole, / questi avvertimenti che sei niente o qualcosa / che di nulla dal niente si distacca, / “Eh”, pensavi, “sono niente, e grazie al cazzo”, / e ridevi, contento di quel niente / che di nulla dal niente si distacca. / Ed ora? Ora sei qualcosa, non è vero? / Ora hai fatto i soldi ed hai le case / ti fai chiamare signore (”uno è il signore” / mi diceva mio nonno, “e sta nel cielo”), / ti ricrei camminando per il corso / fai un promessa a questo, a quello dici / qualcosa nell’orecchio, un altro ancora / lo abbracci dicendo ad alta voce “ohi, compare”, / e ridi, e tutto il mondo t’appartiene / - i quattrini, le case, il mondo intero. / Ma quella cosa in cielo, quella cosa / che a tradimento ti chiama in disparte / non t’appartiene - quella cosa in cielo / è di chi non ha nulla. Quel nulla / che splende in cielo come un brillante.

Pubblicato il 26-08- 2010 8:18 pm | Commenta questo post (0) |
Nonviolenze

Paolo Arena e Marco Graziotti mi hanno intervistato per il foglio telematico La nonviolenza è in cammino.

Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?

Durante l’adolescenza ho letto molto, in modo anche piuttosto disordinato: e molti dei libri letti erano classici delle religioni, o testi di filosofia orientale. Verso i sedici anni lessi la Bhagavad-Gita, nella interpretazione lirica di Giulio Cogni. Lì incontrai l’idea dell’ahimsa, che mi sembrò subito bellissima. Conoscevo la sofferenza animale – galline vendute al mercato e sgozzate nel tinello di casa, pecore ammazzate nelle masserie del Gargano e poi gonfiate per staccare il vello. All’improvviso tutto ciò mi risultò inaccettabile. A sedici anni diventai vegetariano. Il passo dagli animali agli esseri umani non fu facile. Avevo un carattere non facile, chiuso, ostile. Avevo conosciuto, anche a scuola, la discriminazione classista, e ciò aveva influito non poco sul mio atteggiamento verso i professori e l’istituzione in generale. Avevo, da adolescente, una visione del mondo che si può così sintetizzare: ciò che chiamano Dio non esiste; esiste però il Sé, e per raggiungerlo occorre lanciarsi oltre i limiti dell’io. L’apertura alla vita animale mi sembrava una via per sperimentare questo sporgersi verso il Sé; un’altra era, per quello che riuscivo a vedere, la sofferenza stessa. Ma l’amore del prossimo, no. Provavo una rabbia molto forte verso le «autorità», e guardavo con rispetto, se non con ammirazione, ai brigatisti rossi.
Il primo incontro con un pensatore della nonviolenza risale all’università. Avevo deciso di studiare Rensi, un filosofo ateo che è stato tra i pochi filosofi italiani del Novecento che si sia posto il problema della vita non umana. Studiando Rensi, allargai lo sguardo verso altri «minori» della filosofia italiana: e tra questi era Aldo Capitini. Scoprii che era stato anche vegetariano, anzi fondatore della Società Vegetariana: e questo me lo rese immediatamente simpatico. Lessi le sue opere solo molto tempo dopo, ma intanto sapevo di lui, conoscevo il nucleo del suo pensiero. A ventidue anni, dopo la laurea, non ebbi dubbi sulla scelta dell’obiezione di coscienza. Ricordo quando fui chiamato in caserma. Volevano sapere se le cause della mia obiezione erano morali o religiose. Provai a spiegare che può non essere così facile distinguere la morale dalla religione, e che la questione era oziosa. Mi sentii rispondere: «Guagliò, voglio solo sapere se la tua domanda la devo mettere nel mucchio delle ‘morali’ o in quello delle ‘religiose’». «In quello delle ‘morali’», risposi. (more…)

Pubblicato il 23-08- 2010 7:34 am | Commenti (5) |
Diario antitaliano

Francesco Cossiga è morto. Questo vuol dire che:

1. dal punto di vista cattolico, finirà all’inferno
2. dal punto di vista dei Testimoni di Geova, la sua anima verrà distrutta
3. dal punto di vista di qualche cattolico progressista, la sua anima verrà purificata dal male e resterà solo il bene; nel caso di Cossiga, con ogni probabilità questa posizione coincide con quella dei Testimoni di Geova
4. dal punto di vista degli ebrei, finirà nel Ghehinnom e verrà immerso nel fiume di fuoco Dinur, per purificarsi - anche questa posizione con ogni probabilità coincide con quella dei Testimoni di Geova, nel caso di Cossiga
5. dal punto di vista musulmano diventerà ospite del Jahannam, dove probabilmente sarà condannato in eterno ad essere inseguito e sparato da demoni-poliziotti
6. dal punto di vista delle religioni che credono nella metempsicosi o nella rinascita, rinascerà sotto forma di qualche animale sofferente per scontare il suo karma negativo, e solo tra qualche migliaio di anni riassumerà - o, per meglio dire, assumerà per la prima volta - la forma umana
7. dal punto di vista ateistico, è vissuto più di ottant’anni compiendo un crimine dietro l’altro, e per questo è stato coperto di onori e di riconoscimenti: e amen.

Come vedi, in certe cose l’ateismo si mostra insoddisfacente. Mi dirai che però Cossiga soffriva di depressione, e la depressione, si sa, è un inferno in terra. Va bene, va bene. Ma te lo ricordi Alex Langer? Anche lui soffriva di depressione. E’ stato una delle persone più oneste e pure della scena politica italiana degli ultimi cinquant’anni: ed è finito impiccato ad un albicocco.
Eppure forse l’ateismo un vantaggio l’ha. Leggiamo San Paolo. “Ogni persona si sottometta alle autorità che le sono superiori. Non esiste infatti autorità se non proviene da Dio…” (Romani, 13, 1). Cossiga, che è stato una autorità, è superiore a me ed a te, ed è stato messo lì da Dio. E dunque non finirà all’inferno, né verrà distrutto, ma riceverà anche all’altro mondo, nel mondo perfetto, gli onori che ha ricevuto in questo, così malmesso.
L’immagine che l’uomo della strada si fa di Dio forse non è del tutto adeguata. Se osserviamo la creazione, se leggiamo la Bibbia, se facciamo qualche considerazione sulla cosiddetta logica della salvezza, giungiamo a conclusioni che possono apparire bizzarre. Non si può escludere che Dio sia una sorta di Supersenatore Democristiano, per dirla con Carlo Coccioli; un Cossiga metafisico. Che pensare, del resto, di uno che comanda ad Abramo di sgozzare suo figlio Isacco? Di uno che diventa il Signore degli Eserciti al servizio di uno dei popoli da lui creati, guidandolo al massacro degli altri popoli da lui creati? Di uno che per scommessa permette a Satana di ridurre in condizioni pietose l’uomo più pio della terra, e quando questi reagisce con terribili bestemmie - Dio, dice, è un mostro che se la ride quando i terremoti falciano vite umane, e gli innocenti implorano aiuto; e fa governare il mondo ai pazzi: affermazione che getta una luce sinistra su quella della Lettera ai Romani - interviene per dire che sì, Giobbe ha detto di lui cose giuste? Di uno che guida Mosè nello sgozzamento di donne e bambini? Di uno che alla fine, ebbro di sangue, sacrifica il suo stesso Figlio?
Non è dunque da escludere, considerando la storia, la creazione e le scritture, che Dio sia ad immagine e somiglianza di Cossiga. In questo caso, Cossiga sarebbe accolto con tutti gli onori in una grande tenuta di caccia, in cui lui ed il Signore, servendosi di qualche miliardo di demoni-poliziotti, continuerebbero a sparare addosso a Giorgiana Masi ed alle altre infinite vittime della storia.
L’ateismo ha almeno il merito di limitare i danni.

Pubblicato il 18-08- 2010 7:27 am | Commenti (6) |
Nonviolenze

Vedo solo ora questo commento di Michele al post con cui davo notizia del mio ultimo capolavoro sulla pedagogia di Gandhi:

    Sto leggendo in questi giorni un libro a cura di Raf Valvola Scelsi. S’intitola Goodbye Mr Socialism ed altro non è che una lunga intervista a Tony Negri. Rispondendo ad una domanda su Gandhi, Negri fa delle affermazioni assai perentorie che cerco ora di riportare integralmente: 1. La strategia del Mahatma è costata milioni di morti. 2. Fu violenta in tutti i sensi, con movimenti luddisti tesi alla distruzione della produzione mercantile e capitalistica. 3. Il sabotaggio e l’espropriazione dei beni coloniali sono stati metodi centrali del ”pacifismo” indiano. 4. In India si sono avuti metodi di lotta analoghi a quelli dell’operaismo italiano. 5. Il pensiero di intellettuali appartenenti al filone dei Subaltern Studies ha contribuito massimamente a fare la storia mai scritta della classe operaia indiana, ed anche di quella contadina. 6. I contenuti delle loro analisi s’incrociano con quelli degli esponenti di “Quaderni Rossi”, di “Socialisme ou barbarie”, di “Facing reality” e di altre correnti operaiste di base. 7. Il pacifismo gandhiano non aveva nulla a che fare con la non violenza, o meglio era una non violenza del tutto speciale che non aveva nulla a che fare con il pacifismo.
    Personalmente non ho mai fatto studi mirati su Gandhi; non so nulla, peraltro, degli storici citati da Negri: mi riferisco a Guha, Spivak e Chakrabarty. Ora, Antonio, io mi rendo conto che al culmine del periodo estivo (nel fiore del caldo, come dicono a Foggia) è un po’ sleale chiederti di chiosare sulle affermazioni del filosofo padovano. Ma chissà, non è detto. In questi giorni poi il maestrale riuscirà a rinfrescare l’aria. Ciao.

Provo a rispondere, chiedendo scusa per il ritardo.
1.Il satyagraha è costato morti, anche se parlare di milioni di morti mi sembra eccessivo. Ma non è una scoperta, né si tratta di un argomento contro la nonviolenza. La nonviolenza non è quel sistema di lotta che garantisce la vittoria senza che nessuno debba morire. Rifiuta l’assassinio dell’avversario, ma non garantisce che l’avversario non ricorrerà alla violenza.
2. Esistono diverse forme di violenza: quella fisica, quella psicologica, quella strutturale, quella contro le persone, quella contro le cose. Parlare di violenza senza distinguere mi sembra un atteggiamento proprio dei reazionari: di quelli che consideranoaggredire un bancomat la stessa cosa che sparare a un poliziotto. Gandhi ha esercitato per un certo periodo la violenza contro le cose, distruggendo i tessuti occidentali. Nella sua ottica, era un gesto che serviva a rimarcare il principio swadeshi, vale a dire la valorizzazione delle industrie locali, per lo più artigianali. Alcuni, Tagore tra questi, lo criticarono aspramente. A me quella di Gandhi sembra una reazione assolutamente comprensibile. Se si vuol parlare di violenza gandhiana, bisogna pensare invece soprattutto ad una certa violenza pedagogica, che ho cercato di documentare nel mio libro; oltre alla tentazione di abusare del potere di corcizione insito nella pratica del digiuno.
Capitini, il fondatore della nonviolenza italiana (ed a mio avviso il più importante filosofo della nonviolenza) parlava di un amore che dalle persone passa agli animali ed arriva fino alle cose. Io penso che sia importante il rispetto delle cose, quando queste cose incarnano un valore. E’ il caso delle opere d’arte, o degli strumenti musicali. Sfasciare una chitarra è una dimostrazione pratica di barbarie. Ma vi sono oggetti che al contrario incarnano disvalori - se penso ad un esempio, mi viene immediatamente in mente un televisore. Sarei favorevole alla violenza contro questi oggetti, se non vi fosse il rischio di fanatismo. Non mi piacerebbe vedere in piazza la gente che prende a martellate i televisori, per quanto detesti la televisione e la consideri uno strumento di devastazione mentale. Mi piacerebbe molto, però, questa scena: la gente che porta in piazza i televisori e con molta calma, con competenza perfino, li smonta pezzo dopo pezzo, per poi raccogliere i pezzi e pressarli - sempre con la massima calma - in modo da renderli riciclabili.
3 e 7. Gli studiosi distinguono in questo senso pacifismo e nonviolenza: il pacifismo è la posizione di chi rifiuta la guerra, ma non ha strumenti per opporsi all’ingiustizia; la nonviolenza è la posizione di chi rifiuta la guerra ma pratica metodi alternativi per opporsi all’ingiustizia. Il pacifismo è proprio di chi predica la pace, ma in modo sostanzialmente retorico, senza indicare vie praticabili - e voglio dire: non una vaga metanoia, una qualche pur auspicabile conversione morale - per realizzarla. Il pacifista predica, il nonviolento lotta. Non ha senso dunque parlare di pacifismo gandhiano, e dire che non ha a che fare con la nonviolenza.
Sui punti 4, 5, 6 mi dichiaro incompetente.

Pubblicato il 17-08- 2010 9:52 am | Commenti (7) |
Herdelezi

Oh Dio mio che non sei né Dio né mio
vediamo di chiarirci finalmente.
Nei pomeriggi dei miei sedici anni
quando tornato a casa sconfortato
mi buttavo in un angolo del basso
- i bassi sono case che hanno gli occhi
ai piedi della gente: ed il buttarsi
è abusata metafora nei bassi -
col petto sconquassato dalla vita
se ci piace ricorrere a parole
ingombranti: era solo il non capire
lo stare come in barca in mezzo ai flutti
nulla per tutti, tutto per nessuno;
mi buttavo, dicevo, con la cuffia
calcata sulle orecchie, con le labbra
serrate e gli occhi chiusi: ed ascoltavo,
ed arrivava improvviso l’assolo
d’una chitarra più stronza delle altre
che travolgeva barca e passeggero:
ed allora accadeva, mio Dio mio
che non sei Dio: ed allora accadevi,
si rovesciava l’amara fanghiglia
si squarciava la terra, oltre le nuvole
s’apriva un pozzo ed io vi ricavevo
ed era gioia quel cadere via
e dicevo “mio Dio”, oppure “cazzo”,
o ancora “cazzo cazzo cazzo e cazzo”
(avrei saputo poi quant’era saggio
quell’accostarti all’organo maschile).
Presto finiva, presto ritornavo
alla musica usata, allo sconquasso
triste dei sedici anni, e poi dei venti
e dei trenta e dell’oggi: ma restava
ma resta dentro come una speranza
la percezione d’una via di fuga
quasi un fondo intravisto delle cose
a portata di mano o di chitarra.
Questo so: che quel giorno, quella luce
costa molto dolore - forse troppo.
Non te la prendere se ora ti nego.
Direi Dio quella luce, se non fosse
che Signore ti chiamano, e sorridono:
non sanno lo sconquasso ed il dolore
e ti vendono come un accessorio
da salotto - un comodo appendi-io.

Pubblicato il 14-08- 2010 10:56 pm | Commenti (2) |
Ballate ed altri versi

Mezzo morti di sete a un fiumicello
giunsero un giorno un lupo ed un agnello.
L’agnello stava in basso, in alto il lupo
che vinto dalla fame fece cupo:
“Mi sporchi l’acqua, me la rendi impura”.
L’agnellino moriva di paura
ma facendosi forza disse lieve:
“Non sono quello che per primo beve”.
Innervosito dalla verità
“Hai sparlato di me sei mesi fa”
fece il lupo. “Ahimé, non ero nato”
disse l’agnello. E il lupo: “Allora è stato
tuo padre”, e pose fine alla questione
facendo dell’agnello un sol boccone.
Sono questi i pretesti che i potenti
usano per schiacciare gli innocenti:

come quel presidente americano
che fece guerra a un paese lontano
inventando che aveva un arsenale
atomico, e facendo molto male
a migliaia di corpi senza nome:
morti senza un perché, senza un percome.

Fedro, I, 1.

Pubblicato il 13-08- 2010 5:04 pm | Commenti (1) |
Note di apprendistato

Giobbe, 9, 22-23.

תָּם-אָנִי, לֹא-אֵדַע נַפְשִׁי;    אֶמְאַס חַיָּי
 אַחַת, הִיא:    עַל-כֵּן אָמַרְתִּי–תָּם וְרָשָׁע, הוּא מְכַלֶּה.
 אִם-שׁוֹט, יָמִית פִּתְאֹם–    לְמַסַּת נְקִיִּם יִלְעָג.

Sono innocente, ma non bado alla mia anima. (a)
Non m’importa nulla della mia vita.
È tutt’uno. Per questo dico: «Egli fa morire l’innocente e il colpevole.
Se un flagello ammazza gente in un momento,
egli deride (b) la disperazione degli innocenti.»

(a) Passo controverso. Seguo W. Gesenius, Lexicon manuale hebraicum et chaldaicum in veteris testamenti libros, F. C. G. Vogelii, Lipsiae 1847, p. 405: animum advertit ad aliquid, providit, curavit.
(2) La’ag. Propriamente, spiega Gesenius (p. 533), è prendere in giro un balbuziente imitandone la voce (vocem alicuius balbutiendo imitatus est per ludibrium). Nel caso specifico è il dolore che rende balbuzienti le vittime innocenti.

Pubblicato il 09-08- 2010 10:07 pm | Commenti (1) |
Note di apprendistato, Buddhadhamma

Quella che segue è la pagina conclusiva di un mio saggio su Compresenza e vacuità. Una lettura buddhista di Aldo Capitini, letto il 14 marzo dello scorso anno ad un convegno su Capitini e che ora è pubblicato negli Atti, appena usciti, a cura di Giuseppe Moscati, per l’editore Levante di Bari. Tocca uno dei temi che più mi stanno a cuore: quello del superamento dell’alternativa fede/ateismo e della possibilità, anzi inevitabilità di un ateismo religioso.

Un giorno l’asceta Vacchagotta andò a sedersi accanto al Buddha e gli chiese se il sé esiste. Il Buddha non rispose. «Allora forse il sé non esiste?», chiese ancora Vacchagotta. Nemmeno questa volta il Buddha rispose. Quindi Vacchagotta si alzò e se ne andò. Solo allora il Buddha spiegò ai discepoli le ragioni del suo silenzio. Se avesse risposto di sì, Vacchagotta avrebbe trovato conferma alla teoria degli eternalisti, se avesse risposto di no avrebbe pensato che hanno ragione i nichilisti. In entrambi i casi Vacchagotta si sarebbe attaccato a delle opinioni.
In un libro che si approssima fin dal sottotitolo all’idea di Hisamatsu di un ateismo religioso, Raimon Panikkar si è interrogato sul nobile silenzio del Buddha e sul suo significato per la fede. Che cosa vuol dire credere in Dio? La fede cristiana ha un oggetto, e questo oggetto, questo possesso dell’uomo di fede, è Dio. Panikkar ha parole molto dure riguardo a questo atteggiamento: «La fede non ha un oggetto. Sarebbe idolatria». Il silenzio del Buddha, spiega Panikkar, insegna che non bisogna mettere un oggetto davanti alla propria fede, «perché altrimenti la oggettiviamo, la ‘cosifichiamo’ e quindi la distruggiamo». La differenza tra il credere e il non credere risulta in effetti ridimensionata. «Egli è Dio solo per le creature; in sé non è nulla e, certamente, non è Dio», dice Panikkar ; e noi pensiamo a Eckhart, a quel sermone Beati pauperes spiritu nel quale afferma che Dio non era Dio, prima che vi fossero le creature; che io sono causa dell’esser Dio di Dio.
La fede dunque non ha un oggetto, perché qualunque oggettivazione di Dio è al di qua del suo abisso, rappresenta un’immagine, un idolo di ciò che non è rappresentabile, di ciò che non può essere com-preso né afferrato in alcun modo. Aggiungerei che la fede non ha nemmeno un soggetto. Nell’affermazione «Io credo in Dio» è idolatrico non solo l’ «in Dio», ma anche l’ «io». La fede indica, nella professione di fede corrente, il legame che unisce due realtà apparenti, che esistono per sostenersi reciprocamente: l’io e Dio. Il secondo esiste per il primo: Dio rassicura, fonda, sostiene il soggetto. L’insegnamento del Buddha, con il suo silenzio di fronte alle massime questioni, insegna che bisogna fare a meno di questo sostegno, che fa tutt’uno con l’eliminazione del soggetto stesso che a quel sostegno si appoggiava. Non dunque l’eteronomia, né l’autonomia del soggetto. Non un uomo che si appoggia a Dio, né un uomo che pretende di fare a meno di Dio. La terza via proposta da Hisamatsu e da Panikkar è una via che è al di là del credere e del non credere, quella che Panikkar chiama via ontonomica - la via di mezzo tra l’eteronomia e l’autonomia. Non c’è l’Oggetto del credere, non c’è il Soggetto del credere. Mancando un Soggetto parlante ed un Oggetto di cui parlare, non c’è la parola. Resta il silenzio. Il silenzio del Buddha, che è anche il silenzio dei grandi mistici cristiani.
È indicata qui una via per la ricerca religiosa nell’età della secolarizzazione. È una ricerca libera, necessariamente svincolata dalle istituzioni religiose, che sulla rassicurazione del soggetto fondano il proprio successo; è una ricerca per la quale non valgono più le vecchie distinzioni tra credere e non credere, tra fede ed ateismo. Come ho cercato di mostrare, la libera religione di Aldo Capitini va in questa direzione. Il filosofo di Perugia ha tentato in una solitudine quasi assoluta (in queste tematiche gli è stato accanto, per qualche tempo, il solo Ferdinando Tartaglia) ed in un contesto culturale dei più ostili, di percorrere la via difficile, anche se ormai inevitabile, di una religione secolarizzata. Ha scontato il suo azzardo con l’incomprensione e l’ostracismo. È giunto il tempo di riconoscere in quella ricerca appassionata e persuasa uno dei contributi più alti offerti dal Novecento italiano alla chiarificazione del problema religioso nel tempo attuale.

Pubblicato il 06-08- 2010 8:41 pm | Commenti (4) |
Herdelezi

Chiude gli occhi e allo specchio di sé stesso tradotta in albanese da Xh., come avessi detto acqua (cit.).

Mbyll sytë e në pasqyrën e vetvetes
vëzhgon jetën e tij të varur
si gjuha e një qeni të sfilitur nga vrapi.
Me këmbët në përrua
ndiqte një ditë hijet e ahishtes
duke përkëdhelur barin me dorë:
e nuk kishte nevojë për fjalë.
Është një fyerje kujtimi, tani që ahet
janë tharë e përrenjtë janë të shterpë
tani që duhet të kërkohet e drejta
të vajoset mekanizmi që ngec
të shpiken sisteme që modelojnë
jetën për të mos lënduar shumë
t’i tregosh vetes gënjeshtra e teori
t’i ikësh pranisë së shpirtrave
të bëhesh njeri midis njerëzve të shenjtë

Hap dorën sheh gishtat.
Ja, thotë, dora. Ja gishtat.
Pastaj sheh më mirë. Dora? Gishtat?
Ndoshta kjo është një dorë? Dora ime?
Në fund është ky cirku, kasollja
kalaja e tapava të shishes
për t’u ruajtur nga gjuajtjet e kohës?
Ç’ngulm i kotë, ç’heroizëm
ç’revoltë e madhe metafizike
Por, të mundja për një cast
të lija dorën time dhe krahun
dhe këmbët dhe kokën, dhe fjalët
të lirohesha nga vetja, të hidhesha poshtë
me një gjuajtje guri të marrë mirë në shenjë
nga ato që të japin gjithë kohen
për t’u futur në një vrimë e zhdukur.
Kështu mendon, e ndjehet gati i lirë
por dora, dora i dhëmb
dora e mallkuar i dhëmb
dhe gishtat dhe koka. Dhe fjalët.

Pubblicato il 05-08- 2010 10:44 pm | Commenti (2) |
Diario antitaliano

Sono in coda all’ufficio postale per spedire un pacco. Pagano le pensioni, l’ufficio è pieno all’inverosimile, fa caldo, la gente è nervosa. C’è una donna incinta, il bambino nascerà tra pochi giorni, dice. Le propongo di passarmi avanti nella coda, non vorrei che mi svenisse. Un ragazzo grande e grosso, noto nel quartiere per qualche problema mentale, dà segni di impazienza. La donna incinta commenta: Ah, i pazzi stanno fuori dai manicomi. L’amica si accoda: Eh, sì, ormai stanno tutti fuori. E ridono. L’impiegato si rivolge al ragazzo: Geometra, calma! Poi ridendo ci spiega che lo chiama geometra perché fa avanti e dietro per l’ufficio, come se prendesse le misure. La collega ride. Viene a prendere le misure una volta al mese?, dice.
I pazzi stanno fuori dai manicomi, già. Non tutti, non proprio tutti. Francesco Mastrogiovanni, ad esempio, lo hanno rinchiuso in ospedale psichiatrico per un semplice tamponamento. Ma lui non era un matto normale: era un matto anarchico. Che facesse il maestro, non è un’attenuante; al contrario: chissà quanti danni ha fatto, come maestro anarchico. E dunque dentro, Francesco. Legato al letto. Sottoposto non si sa a quali altre violenze.
Dopo quattro giorni è crepato, Francesco. Finito nella botola. Silenziosamente, perché la morte di un matto in Italia non fa notizia, meno ancora se è un matto anarchico.
Ci sono tre cose, in questo paese: le leggi, la prassi e quel che ha in testa la gente. Le leggi sono fatte dalla borghesia, e fanno schifo come fa schifo la borghesia. Ma, poiché persino in Italia non tutto è sempre stato merda, qualche legge buona c’è, figlia di qualche breve stagione di buon senso, di apertura, di razionalità. La prassi - dico l’agire dei politici, dei poliziotti, dei medici e così via - sta diventando giorno dopo giorno sempre più chiusa, violenta, rozza: fascista. Ma ciò che spaventa di più è quel che ha in testa la gente.

Pubblicato il 04-08- 2010 10:40 am | Commenta questo post (0) |
Lucreziana

Millenovecentottantanove. (La macchina da scrivere è una Olivetti Italia ‘90.)

Pubblicato il 03-08- 2010 3:12 pm | Commenta questo post (0) |
Note di apprendistato, Lucreziana

La prima volta che ho tradotto questi versi avevo diciassette anni. Era un esercizio: tradurre più cose possibile in endecasillabi, perché volevo che l’endecasillabo mi venisse naturale come il respiro. E tradussi Lucrezio (il secondo e il terzo libro per intero), e Orazio, e Baudelaire. Ed altro ancora. Credo di aver imparato da questi versi di Lucrezio più che da qualsiasi testo di filosofia. Ho imparato che dietro la maschera del potere c’è la miseria umana; che il potente, quasi non-uomo per la sua arroganza, per il ghigno che disgusta ed indigna, è in realtà un poveraccio, corroso dentro dal cancro del terrore. Non si possono leggere forse questi versi straordinari come un ritratto della classe politica della disgraziata Italia di oggi? Non li conosciamo, quei gusci vuoti che “ridono ai funerali dei fratelli” (”Io stanotte ridevo dentro al letto”)? L’invito a provare compassione per questa gente sembra una provocazione. Ma la compassione nasce da sé, appena ci si sofferma a considerare la terribile nudità di questi uomini e di queste donne, sospesi tra il terrore e la follia.

La gente spesso dice che la morte
e l’inferno non sono da temere
più delle malattie o di una vita
squallida - poiché l’anima, lo sanno,
non è che sangue, o se si vuole vento,
e la nostra dottrina serve a nulla.
Non fidarti: lo dicono per vanto
e non perché lo pensino davvero.
Guardiamoli: esiliati dalla patria,
mandati via dal cospetto degli uomini,
accusati dei crimini più turpi
affetti insomma da ogni pena vivono
nondimeno, ed ovunque li sospinge
la malasorte bestie nere immolano
e riti funebri offrono agli spiriti
degli antenati. Più la vita è dura
e più si volgono alla religione.
Per questo occorre giudicare l’uomo
nelle incertezze, e in mezzo ai casi avversi
saper chi sia: infatti allora sgorgano
le vere voci dal fondo dall’anima
e la maschera cade, e resta il volto.
L’avarizia, la fame dissennata
del prestigio che spinge i miserabili
ad andare al di là del giusto limite
a compiere delitti o a farsi complici
a sforzarsi con ansia giorno e notte
di raggiungere il massimo potere
sono mali, ferite della vita
che non poco alimenta la paura
della morte. Si crede che il disprezzo
e la miseria rendano impossibile
una vita piacevole e serena,
anticamere quasi della morte.
Inganna, la paura: e per fuggire
questi mali c’è gente che col sangue
dei sui concittadini ammassa beni,
raddoppia le ricchezze ed i delitti,
ride alle tristi esequie dei fratelli
ed ha paura di mangiare insieme
ai parenti. L’invidia li distrugge:
“Ma guardalo il potere che gli danno,
e quest’altro che passa come un dio
attorniato da stuoli di lecchini!”
E cadono nel fango e nella tenebra.
Vogliono, altri, la fama, e le statue.
E spesso per paura della morte
maturano un tal odio della vita
e della luce che col cuore gonfio
d’amarezza s’ammazzano. Non sanno
che il male che li affligge è la paura,
quel terrore che vince ogni ritegno
che spezza ogni legame d’amicizia
e li spinge a tacere la pietà.
Non pochi hanno tradito i genitori
o la patria cercando di sfuggire
all’Acheronte. Come i bimbi tremano
nel buio cieco, e tutto li spaventa,
così nel pieno della luce a volte
ci spaventano cose più risibili
di quelle che spaventano i bambini,
di quelle che s’aspettano i bambini.

Lucr. De Rer. Nat., III, 41-90.

1989-2010.

Pubblicato il 02-08- 2010 6:02 pm | Commenti (2) |
Herdelezi

Chiude gli occhi e allo specchio di sé stesso
osserva la sua vita penzolante
come la lingua d’un cane sfinito
dalla corsa. Coi piedi nel ruscello
seguiva un giorno l’ombre del faggeto
accarezzando l’erba con la mano:
e non c’era bisogno di parole.
E’ un’offesa il ricordo, ora che i faggi
sono riarsi, e sterili i ruscelli,
ora che c’è bisogno di parole,
ora che occorre ricercare il giusto
oliare il meccanismo che s’inceppa
inventare sistemi che modellino
la vita ché non faccia troppo male
raccontarsi menzogne e teorie
fuggire la presenza degli spiriti
farsi persona tra persone sacre.

Apre la mano, si guarda le dita.
Ecco, dice, la mano. Ecco le dita.
Poi guarda meglio. La mano? Le dita?
Questa è forse una mano? La mia mano?
E’ questo infine il circo, la baracca,
il castello di tappi di bottiglia
da sorvegliare dai tiri del tempo?
Che futile tenacia, che eroismo,
che grandiosa rivolta metafisica!
Potessi per un attimo, però,
lasciar andare la mia mano, e il braccio
e le gambe e la testa, e le parole,
liberarmi di me, buttarmi giù
con un tiro di pietra ben mirato,
di quelli che ti danno tutto il tempo
di ficcarti in un buco e scomparire.
Pensa così, e si sente quasi libero
ma la mano, la mano gli fa male
la maledetta mano gli fa male
- e le dita e la testa. E le parole.

Da bimbi si giocava così: si raccoglievano tappi di bottiglia, li si metteva uno sull’altro a fare una sorta di castello o torre; poi uno lo colpiva con una pietra. Tutti scappavano quindi a nascondersi, mentre chi stava “sotto” risistemava i tappi, prima di partire alla ricerca degli altri.

Pubblicato il 01-08- 2010 5:58 pm | Commenta questo post (0) |
Diario

E’ la morte. E’ il tempo. Il nostro amico va, sta, parla, tace, sorride, si fa serio; guarda lontano o contempla le sue stesse mani, ma sempre con un certo disagio, con un rumore sottile come di topo che raspa nel muro, un tac tac costante che lo fa impazzire. Registra i malanni - lo stomaco, la testa, la nausea, le ossa -, ma sa bene che al fondo è quello stesso rumore sottile che scava e svuota, sa che tutto gira intorno a quel disagio. Di tanto in tanto quel disagio s’allarga, dilaga finalmente, il rumore diventa assordante, il topo assume le proporzioni d’un mostro orribile: sto per morire, si dice; e: il tempo, guarda cosa m’ha fatto il tempo. E: cosa mi farà il tempo. Se ne sta con la testa tra le mani, sconvolto. Poi passa, il rumore torna a farsi tenue, lui si rialza, barcolla un po’, riprende a camminare tra la morte e il diavolo, con lo stomaco che gli fa male, con la testa che gli gira, con quel tac tac nel cuore.
Bisogna trovare un modo per ingannare il tempo, pensa. E se la smettessi di essere io?, si chiede.

Pubblicato il 31-07- 2010 9:16 pm | Commenti (2) |
Diario

In memoria dei vecchi tempi (ah, i vecchi tempi! ah! oh!) stamattina ho comprato una copia di Lotta Comunista da due ragazzi - un ragazzo e una ragazza, per la precisione - che presidiavano l’ingresso della Laterza. Dopo aver versato l’obolo, faccio al ragazzo: Scusa, ma oggi Lotta Comunista la vendete in giacca e cravatta? E lui: Sì, indicazioni del partito. Sai, noi siamo a contatto con la gente, entriamo anche nelle case…
Eh, épater les prolétaires.
Aspettando il treno - ci crederesti? - mi si è staccato un braccio. Mi ero seduto a terra accanto ad un uomo con i piedi gonfi che leggeva un giornale pieno di foto di coltelli. Guardavo sorridendo la gente e fiutavo l’aria, quando mi si è staccato il braccio destro, ed ha preso a fluttuare nell’aria. Non mi sono spaventato, mi è sembrato naturale. Ho mosso il sinistro, per vedere se era ancora lì. Era ancora lì, ma un attimo dopo ha cominciato a staccarsi anch’esso. E poi il busto, proprio all’altezza dell’ombelico; e poi la testa. Sono rimasto così - sorridendo, fiutando l’aria - per un secondo, poi sono tornato ad essere il mio-me di sempre.
Dovrei usare qualche volta il plurale maiestatis, mi sono detto.

Pubblicato il 28-07- 2010 6:58 pm | Commenta questo post (0) |

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