Cristianesimo, Chiesa

Dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo.

Sono parole di papa Benedetto XVI durante la messa di Natale. Quando faccio notare agli amici cattolici che lo scandalo del male pone grandi problemi a chi cerca di pensare Dio, mi sento spesso rispondere che Dio consente il male per non interferire con il libero arbitrio. Ora, al di là del fatto che non tutto il male è riconducibile al libero arbitrio - la morte di un bambino non c’entra col libero arbitrio, ed è uno scandalo che nessun compimento potrà cancellare -, resta da chiedersi perché allora non si spiega chiaramente a chi è vittima del male che è inutile pregare, perché Dio nulla può fare contro i persecutori. Alcuni dei Salmi più belli sono la preghiera accorata di chi sta subendo ingiustizia; preghiera a Dio affinché intervenga e lo salvi dal male.
Così il Salmo 40 (14-16): (more…)

Pubblicato il 26-12- 2011 8:37 am | Commenti (1) |
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Cristianesimo

Circa dieci anni fa ero fidanzato con una ragazza che aveva una madre assolutamente convinta della mia natura diabolica: a suo dire la figlia, benché maggiorenne da un bel po’ di anni, non sarebbe tornata ad essere in grado di intendere e di volere se non si fosse liberata dal mio influsso malefico, dalla mia devastante presenza; ragion per cui le proibì di frequentarmi. Mi è tornata in mente, questa professoressa infelice e nevrotica, leggendo il testo di un intervento del cardinale Biffi ad un convegno su Solov’ev che risale al marzo del 2000. Il cardinale tratteggiava con piena condivisione il profilo dell’Anticristo fatto dal filosofo russo:

…sarà un “convinto spiritualista”, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo.

Ora, non so se posso definirmi spiritualista, certo non sono filantropo: ma scrivo libri sulla nonviolenza (sulla quale il cardinale non si mostra troppo informato), sono vegetariano da ventiquattro anni ed animalista determinato, anche se non troppo attivo. Insomma, se non sono proprio l’Anticristo, non si potrà negare che partecipo in qualche modo del demoniaco.
Se questo è il profilo dell’Anticristo, quello dell’anti-Anticristo, ossia del santo, si otterrà evidentemente rovesciandolo. Il santo autentico sarà cioè un tipo non troppo raffinato, fautore delle armi e degli eserciti, carnivoro convinto, alieno da certe aperture morali radical-chic. Mi viene in mente la figura di Padre Pio, questo frate rozzo ed ignorante, fascista e nemico del popolo, incarnazione perfetta di quanto di più retrivo c’è nella Chiesa cattolica.
L’infelice madre della mia infelice ex ragazza era, in effetti, una fervente devota di Padre Pio. Ricordo che per rassicurarla convinsi un amico teologo, una persona molto influente nella curia locale scomparsa qualche giorno fa, a donarle una copia con dedica di un suo libro su Padre Pio. Non servì a nulla. Del resto, Biffi ricorda che per Solov’ev l’Anticristo è un uomo del dialogo, “un eccellente ecumenista”. E quindi col mio maldestro tentativo non facevo che confermare la mia natura diabolica.

Pubblicato il 25-12- 2011 7:11 pm | Commenti (1) |
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Tophet

- Giuà, hai visto qua?
- No, ingegne’, che è?
- ‘Sta cazzo di classifica del Sole 24 Ore. Quest’anno dicono che siamo gli ultimi.
- Ingegne’, non vi pigliate veleno, so’ classifiche strane.
- Sì, ma qua facciamo la figura di merda nazionale. Che poi dico io: che vogliono? I palazzi si costruiscono o no?
- Tranquillo, ingegne’. I palazzi si costruiscono e gli amici sono condendi.
- E se gli amici sono condendi, come fanno a dire che siamo gli ultimi? La città cresce, si espande, si distende. Dove prima c’era la campagna ci sono i palazzi. Noi portiamo il progresso. E la gende è condenda.
- Certo, ingegne’. Questi fanno filosofia, non conoscono la raggione del mattone.
- Però qualcosa la dobbiamo fare, Giua’.
- Dite, ingegne’.
- Loro vogliono la filosofia? E noi gli diamo la filosofia.
- Cioè?
- Voglio fare qualcosa. Che poi se ci pensi, Giua’, ’sto fatto di far costruire gli amici è sacrosanto, ma l’hanno fatto tutti i sindaci prima di me: non è originale. Io voglio fare qualcosa di nuovo, che rimane nella storia.
- Che facciamo, ingegne’?
- Non so, ci dobbiamo penzare.
- Mi è venuta un’idea.
- Dimmi, Giuà.
- Facciamo come loro.
- Loro chi?
- Quelli che stanno in gima alla classifica.
- Smettiamo di costruire?
- No, ingegne’, non esageriamo. Qualcosa giusto per far vedere. (more…)

Pubblicato il 10-12- 2011 7:16 pm | Commenti (1) |
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Diario

Da quali oppressioni dovremmo liberarci?, chiedo agli studenti. Dicono: dai condizionamenti sociali, dalla paura di essere giudicati, dalla falsità, dalla routine, dalla paura di deludere, dal desiderio di essere come gli altri, dall’incertezza, dalla timidezza, dalla paura della morte. Una ragazza dice: dalle false guide spirituali.
Ed io, da quali oppressioni dovrei liberarmi?
A volte m’intristisce un’impressione. Non so se riuscirò a spiegarti: è come se avessi fatto in un momento della mia vita qualcosa di terribile - che so: avessi ucciso qualcuno - e poi avessi dimenticato, rimosso tutto, ma non fino al punto che non rimanga qualcosa al fondo, un’inquietudine sfuggente. Cerco di evocare i miei errori, il male che ho fatto alle persone, ma nulla mi pare così terribile da giustificare una tale sensazione. Dovrei andare ancora più a fondo, avverto: ma non vi riesco.
Questa notte ho sognato che ero al cospetto di un panorama straordinariamente bello. C’era un paesino, con una chiesa al centro ed un grande crocifisso, e tutt’intorno la campagna ed il cielo: ed i colori, i colori erano straordinariamente vivi e belli, belli da togliere il fiato. Ed io ho pensato che bisognava fare una fotografia, ma mi sono accorto che avevo smarrito la fotocamera; ho preso allora il cellulare, ma nel frattempo la bellezza s’è spenta, i colori sono diventati ordinari, ed anche il crocifisso è scomparso. Poi è arrivato un tale con un carro, una specie di Babbo Natale ma più rustico, con la barba sì ma senza il rosso della Coca-Cola, e mi ha detto di pescare il mio dono da una grande sacca, ed io ho pescato un piccolo teschio. No, ha detto lui, questo non è per te.
Da bambino a volte avevo l’impressione che le persone che mi circondavano fossero automi, esseri meccanici privi di anima, che recitavano alla perfezione la loro parte e celavano il loro segreto. Mi spaventavo a morte, in quei momenti, che per fortuna non duravano a lungo. Passeggiando per le strade piene di gente in questo dicembre così caldo ho la stessa impressione. E mi spavento a morte.

Pubblicato il 08-12- 2011 9:01 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Ieri sera ho ricordato Franco Marasca a Troia, a dieci anni dalla scomparsa ed in occasione della intitolazione a lui della nuova biblioteca comunale. Questo è il testo del mio intervento.

È quasi inevitabile, quando ricordiamo una persona che abbiamo amato, indulgere alla retorica - cercare belle parole, belle immagini che siano all’altezza dei sentimenti che proviamo. Ma non a tutti si addice la retorica. Vi sono persone che hanno vissuto limpidamente, con sobrietà, attenti all’essenza delle cose, nemici di ogni orpello. Chi parla di loro deve fare attenzione: ogni parola di troppo rischia di essere una offesa alla memoria. Ci sono persone di cui bisogna parlare con castità di linguaggio, misurando le parole – poiché la misura è stata la regola stessa della loro vita. Franco Marasca è stato tra queste. Proverò dunque a dire di lui senza retorica.
La mia frequentazione di Franco risale, credo, al ‘96. Ero allora un ventenne disoccupato, con in tasca la laurea e una gran confusione riguardo al modo di usarla. Mi venne in mente, tra le altre cose, che avrei potuto provare a fare il giornalista. Scriveva mi piaceva, e forse un po’ sapevo farlo. Presi così il telefono e chiamai la redazione del più grande giornale pugliese. Nella mia infinita ingenuità, credevo che bastasse chiedere. E invece no, non bastava chiedere. Almeno non nel caso di quel giornale. Ebbi la fortuna di non demordere, di perseverare nella mia ingenuità. E fu così che chiamai Franco Marasca. Conoscevo le Edizioni del Rosone per aver letto un libretto di Leonardo Scopece, Foggia, una città da amare, ed un libro di poesie di Emilia Berlantini (Azzurri spazi), una giovane poetessa scomparsa prematuramente. Di entrambi i libri avevo apprezzato l’eleganza grafica e la cura editoriale. Fino ad allora ignoravo, però, che le Edizioni del Rosone pubblicassero anche dei giornali. (more…)

Pubblicato il 14-11- 2011 8:56 am | Commenta questo post (0) |
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Herdelezi

In quest’angolo secoli di storia
umana si raccolgono tremanti
la gloria antica le antiche babeli
la mano che disegna l’orizzonte
la parola che domina l’essente
l’animale divino onnipotente,
in quest’angolo, ecco, trema e piange
frammento di terrore abbandonato
occhi di donna nome di nessuno.

Occhi di madre nome di nessuno
- sono forse quelle ossa di mio figlio?
no, non è qui mio figlio, non è qui
ha un nome lui e un viso da baciare
e il sorriso negli occhi il suo sorriso
no, non è qui mio figlio, non è qui -
le si raccoglie in grembo l’universo
e singhiozza il suo male originario.

Nome di dio, tu, nome di nessuno
nome del mite che ricerca il vero
e muore sulla croce come un ladro
dei diecimila esseri il più fragile
madre che non sa più d’essere madre
portata dal dolore dove l’essere
non ha nomi né storie né ricordi.

Saperti è la mia fede, madre-dio
saperti accanto al corpo di tuo figlio
madonna tu della guerra mondiale
senza peccato e senza annunciazione
saperti senza nome e senza storia
carne che trema ebete in un angolo
è la mia fede senza sacramenti
senza salvezza senza paradisi.

Pubblicato il 04-11- 2011 10:34 am | Commenti (2) |
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Segnalazioni

E’ uscito oggi per i tipi delle Edizioni del Rosone, nella collana Pedagogie attive, diretta da me e da Alain Goussot, il volume Pedagogie della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci, che ho scritto a quattro mani con Paolo Vittoria, docente di filosofia dell’educazione all’Università di Rio de Janeiro. Di seguito la quarta di copertina.

«Questo libro di Paolo Vittoria e Antonio Vigilante mette l’accento sulla pedagogia sociale, dando risalto ad esperienze che hanno il potenziale di trasformare le vite delle persone e delle loro società. Ma ottiene qualche cosa in piu. Ci dà spunti per una pedagogia del Sud globale, mettendo a fuoco situazioni e proposte pedagogiche e politiche che emergono da due contesti diversi, ma che hanno a che fare con il mondo meridionale.»
(dalla presentazione di Peter Mayo)

Gli autori analizzano il pensiero e le prassi di due educatori brasiliani, Paulo Freire e Augusto Boal, e due educatori italiani, Aldo Capitini e Danilo Dolci. Al di là delle differenti condizioni storiche e geografiche emerge il progetto comune di una pedagogia della liberazione, vale a dire di una prassi educativa intesa come lotta contro le diverse forme di dominio, coscientizzazione dei poveri e degli oppressi, ricerca di una democrazia autentica oltre i meccanismi rappresentativi. Una pedagogia della liberazione che è anche una liberazione della pedagogia da quanto in essa vi è di violento, dalla tentazione ricorrente di farsi strumento della imposizione della visione del mondo delle classi dominanti.

Pubblicato il 20-10- 2011 8:13 pm | Commenta questo post (0) |
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Segnalazioni

Venerdì prossimo, 21 ottobre, parteciperò a Rimini al convegno su Educare alla non violenza, all’incontro e alla convivialità, con una relazione sulla maieutica reciproca di Danilo Dolci. Qui il programma dettagliato.

Pubblicato il 18-10- 2011 5:19 pm | Commenta questo post (0) |
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Herdelezi

a Xhokonda

Lo vedresti passare liberante
banditore del mondo da venire
per le strade già stanche della sera
gridare e urlare e piangere e cantare
prendere a calci i muri ed i recinti
e fermarsi a giocare con i bimbi
l’amore nostro disertore e ladro
l’amore nostro che fende la terra
e semina la cenere ed i cocci
- se avesse gambe e voce e mani ed occhi.

E vedresti la gente uscir di casa
scendere in strada e cercarsi le facce
come quando succede un terremoto
e quindi darsi un cenno e incamminarsi
e correre feroce ed annusare
brandendo i segni della vita usata
senza temere il tragico o il ridicolo:
ed innocente, priva di peccato
uccidere, staziare, fare a pezzi
l’amore nostro disertore e ladro
- se avesse gambe e voce e mani ed occhi.

Pubblicato il 10:21 am | Commenti (1) |
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Nonviolenze

La cosa più intelligente sui fatti di Roma in questi giorni l’ho letta su Facebook, sulla bacheca di Gianfranco Bertagni. Ecco le sue parole:

Tecniche di totalitarismo biopolitico: 1. Ammantarsi di democraticità, consentendo il dissentire e il manifestarlo “pacificamente”; 2. Affermare che non ci si piegherà alle urla della piazza, volendo dare dimostrazione della solidità di un governo volitivo del fare; 3. Condannare la violenza della piazza, aggiungendo che solo davanti alla critica pacifica ci può essere un confronto. Confronto però negato al punto 2.

E’ assolutamente singolare il fatto che, quando ci sono scontri di piazza, tutti si convertano immediatamente alla nonviolenza. E’ un gran giorno per chi, come me, si occupa da anni di nonviolenza. All’improvviso si smette di essere degli idealisti e dei sognatori - quali si è considerati usualmente - e le proprie idee diventano perfino banali. Alemanno, arrestato in passato con l’accusa di aver lanciato una bomba Molotov, Roberto Maroni, ex militante di Democrazia Proletaria condannato per resistenza a pubblico ufficiale nel 1998, gli ex fascisti La Russa e Gasparri diventano maestri di nonviolenza. E le loro voci si confondono con quelle dei militanti storici della nonviolenza nella condanna compatta e senza distinguo delle violenze di piazza.
Non la mia.
Occorra che lo dica, da nonviolento (o amico della nonviolenza): non trovo alcuna violenza nello spaccare la vetrina di una banca o dar fuoco ad un suv. Non è un atto rivoluzionario, forse; non cambierà le cose, probabilmente. Ma non è violenza distruggere cose, se queste cose sono simboli di un disvalore. Lo stesso Gandhi distruggeva i tessuti stranieri in nome dello swadeshi. E’ idiota, e condannabile, la violenza cieca - quella che non si limita al suv, ma distrugge anche l’utilitaria, e dà fuoco ai condomini credendo che siano banche. Ma al punto in cui siamo, non ritengo contrari allo spirito della nonviolenza atti mirati a distruggere i simboli del potere capitalistico, avendo cura di non danneggiare le persone.
Trovo idiote le modalità di azione dei cosiddetti black bloc, la loro violenza cieca, la ricerca dello scontro con le forze dell’ordine, l’idea che si debba conquistare la piazza, che è il portato di una concezione ancora militare della lotta. Ma non nego di aver assistito con soddisfazione agli atti contro le banche.
Si sta elaborando il tabù della violenza contro il sistema, mentre restano tollerabilissime la violenza strutturale e quella militare. Anche con il contributo dei sostenitori della nonviolenza.
Non il mio.
Ci sono tre cose, diceva Gandhi: la violenza, la nonviolenza e la passività. La nonviolenza è preferibile alla violenza, ma la violenza è preferibile alla passività. Ci sono cose da cambiare, urgentemente. E ci sono forze enormi da contrastare. C’è da rovesciare un sistema fondato sullo sfruttamento, la speculazione, la violenza repressiva. Con ogni mezzo che non comporti l’uccisione ed il ferimento di persone.

Pubblicato il 9:46 am | Commenta questo post (0) |
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Nonviolenze

Ho passato l’ultimo anno e mezzo a studiare Danilo Dolci: a leggerne gli scritti, compresi gli inediti, ad analizzare il contesto, a parlare con persone che lo hanno conosciuto da vicino. Nel corso di questo studio ho incontrato moltissimi nomi, ché Dolci fu stimato e sostenuto da buona parte della migliore intellettualità italiana ed europea dell’epoca: ma non ho mai incontrato quello di Sandro Pertini. Su La Stampa di oggi invece Marcello Sorgi, recensenso la ripubblicazione presso Sellerio del Processo all’articolo 4 (Sicilia 1956, processo alla Costituzione), assicura che il collegio difensivo di Dolci nel processo in seguito alla “sciopero alla rovescia” era “guidato dal futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini”. Potenza della carta stampata: quando leggiamo qualcosa su un libro o in un giornale tendiamo a considerarla vera, anche contro ogni evidenza. E così mi sono ripreso gli atti del processo, già ristampati nel 2006 da L’Ancora del Mediterraneo, ed ho controllato. Ci sono molti nomi, da Bobbio a Calamandrei, da Carlo Levi e Elio Vittorini: ma Pertini no, proprio non c’è. Le arringhe difensive sono pronunciate da Nino Sorgi, Achille Battaglia e Piero Calamandrei. Se c’era, Pertini si nascose bene.
I dubbi si chiariscono quando leggo che Dolci era stato un “religioso dell’Ordine dei Servi di Maria”(1), e che al momento della condanna era un “sociologo cattolico servo di Maria”. Sorgi ha avuto tra le mani questo libro, l’ha sfogliato distrattamente ed ha buttato giù un articolo.
C’è una parola che ricorre quasi ossessivamente negli scritti di Dolci: esattezza. La preferisce alla parola verità. Ed a ben vedere non aveva torto: la verità la rivendicano tutti - ed ognuno ha la sua -, e non costa grandi sforzi. Mentre l’esattezza vuol dire scrivere tra una settimana l’articolo che vorresti buttare giù frettolosamente per domani.

(1) L’origine di questo fraintendimento si comprende leggendo lo specchietto in basso, che riporta le parole di Elio Vittorini durante il suo intervento in difesa di Dolci: “Conosco Danilo Dolci da due anni. E’ stato un religioso dell’ordine dei servi di Maria, mio amico di vecchia data, a presentarmelo.” Preso da sonnolenza postprandiale, Sorgi deve aver letto solo “è stato un religioso dell’ordine dei servi di Maria”, come ha riportato nell’articolo.

Pubblicato il 06-10- 2011 7:24 pm | Commenti (1) |
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Diario antitaliano

“Poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi soprattutto, come dice Sgarbi, la bellezza, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno e viene pagato, come la bravura di un medico, di… E’ così. E’ così. Allora chi questo non lo capisce… “ah, il ruolo della donna viene minimizzato”… e vabbe’, allora stai a casa, ma non mi rompere i coglioni. (…) Quando sei onesto, non fai un grande business. Rimani nel piccolo, secondo me. No? Purtroppo è così. Se vuoi aumentare i numeri eh devi rischiare, devi rischiare il tuo culo. E’ così, è la legge del mercato. Più in alto vuoi andare e più devi passare sui cadaveri. E’ così, ed è giusto che sia così. Però qui non viene capito, perché c’è un’idea cattolica, c’è un’idea morale… è quello che mi fa incazzare… l’idea moralista della sinistra… che tutti devono guadagnare duemila euro al mese, che tutti devono avere diritto… no, no, qui è la legge di chi è più forte, di chi è leone… se tu sei pecora rimani a casa con duemila euro al mese. Se tu invece vuoi ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo e ti devi vendere tua madre. Mi dispiace ma è così, la penso così.”

Terry De Nicolò, escort. Qui il video.

“Il padre di san Francesco ha aiutato i poveri molto più efficacemente del figlio. Il figlio elogiando la povertà ha contribuito a diffonderla. Ha fatto un danno ai poveri, mentre il padre per egoismo ha dato loro lavoro.”

Antonio Martino, ex Ministro. Qui il video.

Pubblicato il 18-09- 2011 10:18 am | Commenta questo post (0) |
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Diario

Questa notte è successo di nuovo. Sono un professore, e sono le otto e dieci: devo andare al lavoro. Cerco il foglietto con l’orario, e controllo: ho la prima ora in terza, la seconda in seconda, la terza ora di nuovo in terza. Ma dove? Non mi ricordo come si chiama la scuola in cui insegno. Per quanti sforzi faccia, non riesco proprio a ricordarmi. E non so che fare.
Questo è il tema-base dei miei incubi, che ha diverse varianti. Spesso sogno di non riuscire a raggiungere la scuola; di sapere che scuola è, ma di trovare mille impedimenti che mi fanno perdere tempo e mi allontanano. In altri casi sogno di raggiungere la scuola, ma di non riuscire a trovare la mia aula. In altri sogni so bene quale è la mia classe e dove è la mia scuola, ma non riesco ad uscire di casa per andare al lavoro. Sono come K. che non riesce, per quanti sforzi faccia, a raggiungere il castello.
Ho cominciato ad avere questi incubi quando ho lasciato la scuola, tre anni fa. L’unica spiegazione che riesco a darmi, è che esprimano il mio timore di non riuscire più a fare bene il mio lavoro, una volta tornato a scuola. A confermare questa interpretazione sembra esserci il fatto che questi sogni si sono infittiti negli ultimi tempi, vale a dire a pochi mesi dal mio ritorno a scuola.
O forse mi dicono che il mio posto non è la scuola.

Pubblicato il 07-09- 2011 8:30 pm | Commenti (5) |
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Alterius spectare laborem

“Questo è il ghetto di Rignano, e questa è piazza della moschea”. Maria scrive sul bianco della lavagna con un pennarello verde. I ragazzi copiano sui fogli. Osservo uno di loro: c’è tanta attenzione nel suo fare, che sembra che da quella frase dipenda la sua vita. La moschea si intravede dietro la lavagna. E’ un piccolo riquadro di terra battuta delimitato da tre lati da pannelli di legno conficcati nel terreno. Dove siamo è invece la scuola: tre metri di terra battuta coperti da un telo verde per proteggersi dal sole e una lavagna. Il ghetto di Rignano è come quando i bambini piccoli disegnano qualcosa, e tu chiedi cos’è, e loro si inventano le cose più incredibili, che nulla sembra legare a quei segni confusi. Ecco: dicono moschea, dicono scuola, ed è solo terra battuta. Dicono albergo, ed è una baracca in legno. Dicono bar, ed è una baracca uguale alle altre. Solo una cosa sembra essere come dev’essere: il bordello. Una baracca anch’esso, ma a un bordello nessuno chiede di essere nulla di meglio di una baracca.
Il bordello si trova accanto alla moschea, davanti alla scuola. Bordello, moschea e scuola sono concentrati in pochi metri quadri. E’ come se la necessità avesse concentrato le funzioni essenziali della vita: pregare, imparare, fottere. C’è un altro bordello, dall’altra parte del ghetto. Lo si riconosce per la bandiera della pace.
Il ghetto. Cinquecento persone, gettate sotto il sole bestia della campagna foggiana. I più fortunati vivono in casolari abbandonati, senza luce né acqua. Gli altri nelle baracche. Uomini, donne, bambine allegrissime con le treccine. Gli uomini sono le non-persone di cui ha bisogno l’economia locale per sopravvivere. Si chiede loro di usare le braccia, e per il resto di scomparire in un buco profondo, di non farsi vedere, di non parlare, di non esistere. Di chiudersi, appunto, nel ghetto. Le donne sono prostituite nigeriane. Agli occhi degli italiani hanno lo stigma della professione; ma loro protestano: noi siamo cristiane, quelli musulmani.
L’acqua arriva con le autobotti mandate dalla Regione. Ma non arriva sempre. E quando non arriva si beve l’acqua per l’irrigazione.
La scuola continua. Un ragazzo è più avanzato degli altri, è bene fargli lezione a parte. Vediamo un po’ i verbi, poi lo invito a scrivere qualcosa. Cosa? Non so, dico; parla della tua giornata. Scrive: mi sono alzato alle sei, sono andato a raccogliere i pomodoro (non gli riesce proprio di scrivere pomodori), soldi pochi, lavoro mi piace, non mi stanco. Non ti stanchi?, chiedo. No, conferma. E sorride.

Pubblicato il 22-08- 2011 8:54 pm | Commenti (2) |
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Educazione

L'imbuto di NorimbergaIn latino c’è una differenza tra auctor ed auctoritas. Il primo termine, derivato da augeo, indica colui che fa crescere, colui che fonda, che promuove, che crea. In questo senso il termine vale anche per dire maestro: di Catone Cicerone dice che è virtutum auctor, e Dante dirà a Virgilio nella Commedia: «Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore; / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore» (Inferno, I, 85-87). Auctoritas è invece autorità, importanza, prestigio, ma anche volontà, ordine, decreto. Mi pare che si possa interpretare questa distinzione alla luce della opposizione di Dolci tra potere e dominio. Il potere consiste nel realizzare le proprie possibilità consentendo agli altri di esprimere le proprie; di più: in una relazione di potere ogni soggetto realizza le proprie possibilità grazie agli altri. Chi è preso in una relazione di potere cresce e fa crescere gli altri; possiamo dirlo autore, nel senso latino. L’auctoritas fa pensare invece ad una relazione di dominio, che si ha quando l’equilibrio del potere viene spezzato e qualcuno può realizzare più possibilità degli altri. La distinzione tra autorità ed autorevolezza può non essere sufficiente, se non si chiariscono bene le caratteristiche di quest’ultima. L’autorevolezza può essere un modo soft per reintrodurre l’autorità, per difendere ancora una relazione gerarchica tra docenti ed alunni, per chiedere per il docente un rispetto diverso da quello riconosciuto allo studente. Inoltre l’autorevolezza, a differenza dell’autorità, è una qualità che si possiede o non si possiede; scaturisce dalla cultura e dalla preparazione, certo, ma anche dal fascino personale del docente. Ora, che succede se un docente non autorevole si convince di dover essere autorevole, o di avere il diritto di essere riconosciuto come autorevole pur non essendolo? Succede che quel docente avrà la pretesa di far da modello per i propri studenti. Ritengo che questa cosa sia pericolosissima, anche quando la persona che si propone come modello abbia molte buone qualità umane e culturali; è semplicemente disastrosa, quando il docente non ha nessuna di queste qualità. Un docente non deve fare da modello, semplicemente perché l’educazione non è, a mio modo di vedere, il dar forma allo studente secondo un qualsiasi modello, incarnato dal docente o astrattamente teorizzato. Ognuno ha il diritto di creare da sé il proprio modello, di cercarsi liberamente, senza che gli venga imposto alcun ideale umano. (more…)

Pubblicato il 17-08- 2011 10:01 am | Commenti (4) |
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