Cos’è l’educazione e perché è così importante per me, mi chiedi.
Non occorre scomodare il ragazzo dell’Aveyron o Kaspar Hauser: ho visto io stesso, ed ho tenuto in braccio, bambini che mugulavano, incapaci di articolare parola, con i denti guasti per la fame, idioti per pochi stimoli: ed i fratelli più grandi, incapaci di qualsiasi pensiero, di qualsiasi preoccupazione che non fosse volta al soddisfacimento di qualche bisogno primordiale, e violenti di parole e di gesti, da far paura già a dodici anni. Ed ho visto, e vedo, altri intristire, trascinare la vita come un peso, ed altri combattere con i fantasmi di dentro, ed altri ancora immiserirsi nella contesa, farsi feroci nell’ansia di prevalere, diventare potenti anche, a volte, ma morti e sterili come gusci vuoti. Quando non è spenta, violata fin dall’origine, la vita si spegne progressivamente - annotta sull’uomo e sulla donna, il possibile cede al necessario, ed il necessario è paura, è rabbia, è contesa. Meglio togliersi di qui con una pallottola alla tempia, che star qui così; e meglio uccidere, togliere dal mondo, che educare un bambino a farsi strada in un mondo così - a vendersi, come si dice.
Dell’educazione dico ciò che non ha da essere, è vero. Perché il più è fatto una volta che si si mostrato l’assurdo che è in ciò che comunemente passa per educazione. Liberarsi dalla maledizione dell’educazione è quasi tutto quello che c’è da fare. Comunicare in modo nonviolento e crescere insieme nella ricerca della verità: questa è l’educazione, e forse sarebbe meglio anche non parlare affatto di educazione (o di educazione democratica), ché la parola è ormai sporca di violenza. E’ possibile, tra persone, cercare un modo di vivere diverso, un essere forti alternativo all’essere violenti, una civiltà del crescere accanto alternativa alla nostra del crescere sopra, della sopravvivenza alla Canetti. E’, dev’essere possibile: se così non fosse, vorrei morire subito.
Non più, dunque, qualcosa che qualcuno fa a qualche altro. Niente relazioni di potere. O meglio: niente relazioni di dominio. Il potere è possibilità di fare, è forza, il dominio è possibilità di fare qualcosa a qualcuno, di immobilizzarlo, di piegarlo a sé: è violenza. C’è violenza in qualsiasi relazione non paritaria, che sia apertamente autoritaria o si pretenda democratica. Il docente che si finge democratico, concordo, è anche più pericoloso di quello rigidamente autoritario. Ma già Dewey pensava qualcosa d’altro: e quasi con senso di colpa riconosceva il diritto del docente di dire la sua nel gruppo di ricerca della classe.
Ci sono dei grandi sulla terra, diceva Dom Deschamps: ma dove sono i felici? E aggiungeva: la dimostrazione che siamo in uno stato di violenza è nel fatto che, messo in acqua, l’uomo va a fondo, se nessuno gli ha insegnato a nuotare, mentre bastano pochi movimenti, assolutamente naturali, per tenerlo a galla. Il timore e la violenza ci vincono.





