Il filosofo di César Chesneau du Marsais, che compare come voce filosofo nella Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, era stato già pubblicato, in una versione più ampia (che è quella che qui traduco) nella celebre raccolta di testi clandestini Nouvelles libertés de penser (Amsterdam, 1743), che comprendeva anche il Traité de la liberté de l’âme di Fontanelle ed altri testi anonimi.
César Chesneau du Marsais nacque a Marsiglia nel 1676. Avvocato al Parlamento di Parigi, fu autore di celebri trattati di grammatica e di retorica, come Nouvelle méthode pour apprendre la langue latine (1722) ed il Traité des tropes (1730). Collaborò all’ Encyclopédie, curando le voci relative alla grammatica ed alla retorica. Morì a Parigi nel 1756.
La presente traduzione è stata condotta sul testo dell’edizione critica a cura di Gianluca Mori, in Studi Settecenteschi, 23, 2003 confrontata con l’edizione curata da Duchosal e Millon nelle Oeuvres de Dumarsais (Pougin, Paris 17 97).
Nulla oggi costa meno che acquisire il titolo di filosofo; una vita oscura e ritirata, qualche apparenza di saggezza, un po’ di letture sono sufficienti per attribuire questo nome a delle persone che se ne onorano senza meritarlo. Altri, che hanno avuto la forza di disfarsi dei pregiudizi dell’educazione in materia religiosa, si considerano gli unici veri filosofi. Qualche lume naturale della ragione, qualche osservazione sullo spirito ed il cuore dell’uomo, li hanno portati a considerare che nessun essere supremo esige il culto degli uomini, che la molteplicità delle religioni, il loro contrasto, i diversi cambiamenti che si verificano in ciascuna sono una prova evidente che non v’è mai stata alcuna rivelazione e che la religione non è che una passione umana, come l’amore, figlia dell’ammirazione, del timore e della speranza; ma essi si sono limitati a questa sola speculazione, e ciò oggi basta per essere riconosciuti come filosofi da un gran numero di persone.
Ma bisogna avere una idea più vasta e più giusta del filosofo. Ecco il carattere che noi gli diamo.
Il filosofo è una macchina umana come ogni altro uomo; ma è una macchina che, per la sua costituzione meccanica, riflette sui suoi movimenti. Gli altri uomini sono determinati ad agire senza sentire né conoscere le cause che li fanno muovere, anzi senza nemmeno immaginare che ve ne siano. Il filosofo al contrario discerne le cause, per quanto gli è possibile, e spesso le previene e si libera da esse attraverso la conoscenza: è un orologio che a volte, per così dire, si dà la carica da solo. Così evita gli oggetti che potrebbero causargli sentimenti che non sono compatibili con il benessere, né con lo stato ragionevole, e cerca quelli che possono suscitare in lui affezioni compatibili con lo stato in cui si trova. La ragione è per il filosofo ciò che la grazia è per il cristiano, nel sistema di Sant’Agostino. La grazia determina il cristiano ad agire; la ragione determina il filosofo senza privarlo del gusto per ciò che è volontario.
Gli altri uomini sono trascinati dalle loro passioni, senza che le azioni che compiono siano precedute dalla riflessione: sono uomini che marciano nelle tenebre; mentre il filosofo, pur nelle passioni, non agisce che dopo riflessione; cammina nella notte, ma è preceduto da una torcia.
Il filosofo forma i suoi principi su una infinità di osservazioni particolari. Il popolo adotta un principio senza pensare alle osservazioni che l’hanno prodotto: crede che la massima esista per se stessa, per così dire; ma il filosofo considera la massima nella sua fonte, ne esamina l’origine, ne conosce il valore e ne fa l’uso che gli conviene. Dalla conoscenza del fatto che i principi non nascono che da osservazioni particolari nasce la stima del filosofo per la scienza dei fatti; egli ama istruirsi sui dettagli e su tutto ciò che non è oggetto di divinazione. Così, egli considera una massima fortemente contraria al progresso dei lumi dello spirito limitarsi alla sola meditazione e credere che l’uomo non tragga la verità che dal fondo di se stesso. Certi metafisici dicono: evitate le impressioni dei sensi, lasciate agli storici la conoscenza dei fatti ed ai grammatici quella delle lingue. In nostri filosofi, al contrario, persuasi che tutte le nostre conoscenze provengono dai sensi, che noi non ci facciamo regole che sull’uniformità delle nostre impressioni sensibili, che siamo al massimo dei nostri lumi quando i nostri sensi non sono né troppo delicati né troppo forti nel rifornirci; convinti che la fonte delle nostre conoscenze è interamente fuori di noi, ci esortano a fare un’ampia provvista di idee che ci portino alle impressioni sensibili delle cose; ma come discepolo che consulta e ascolta, non come maestro che decide e impone il silenzio. Vogliono che studiamo l’impressione precisa che ogni oggetto fa su di noi, e che evitiamo di confonderla con quella prodotta da un altro oggetto.
Da lì, la certezza e i limiti delle conoscenze umane: certezza, quando si avverte di aver ricevuto dall’esterno l’impressione appropriata e precisa che ogni giudizio suppone, poiché ogni giudizio suppone una impressione particolare sua propria; limiti, quando non si ricevono delle impressioni, o per la natura dell’oggetto, o per la debolezza dei nostri organi di senso; aumentate, se possibile, la potenza degli organi di senso, ed aumenterete la vostra conoscenza. Solo dopo la scoperta del telescopio e del microscopio si sono fatti tanti progressi nell’astronomia e nella fisica.
E’ anche per aumentare il numero delle nostre conoscenze e delle nostre idee, che i nostri filosofi studiano gli uomini del passato e quelli di oggi…
Disperdetevi come api, dicono, nel mondo passato ed in quello presente, e tornerete nel vostro alveare per produrre il vostro miele.
Il filosofo si applica alla conoscenza dell’universo e di se stesso; ma come l’occhio non può vedere se stesso, così il filosofo sa di non potersi conoscere perfettamente, perché non può ricevere impressioni esterne dall’interno di se stesso, e noi non conosciamo che attraverso tali impressioni. Questo pensiero non lo affligge, perché egli si prende per quello che è, e non per quello che alla sua immaginazione sembra che possa essere. D’altra parte questa ignoranza non è per lui una ragione per sostenere che siamo composti da due sostanze opposte: poiché non si conosce perfettamente, afferma di non sapere come pensa; ma poiché avverte che il suo pensare dipende da tutto il suo essere, riconosce che la sua sostanza è capace di pensare allo stesso modo in cui è capace di intendere e di volere. Il pensiero è nell’uomo un senso come la vista e l’udito, ugualmente dipendente dalla costituzione organica. Solo l’aria è capace di suoni, il fuoco solo può suscitare il calore, gli occhi soltanto possono vedere, solo le orecchie possono ascoltare, e solo la sostanza del cervello è capace di pensare.
Agli uomini costa tanto unire l’idea del pensiero con quella della materia perché non hanno mai visto pensare della materia. A questo riguardo, essi sono simili a un cieco rispetto ai colori, a un sordo dalla nascita riguardo ai suoni; essi non saprebbero unire queste idee con la materia che toccano, poiché non hanno mai constatato questa unione.
Per il filosofo la verità non è un’amante che corrompa la sua immaginazione, e che egli creda di trovare dappertutto; si accontenta di discernerla là dove è possibile percepirla. Non la confonde con la verosimiglianza; prende per vero quel che è vero, per falso quel che è falso, per dubbio quel che è dubbio, per verosimile quel che è verosimile. Fa di più, ed è questa una grande perfezione del filosofo: quando non ha elementi per giudicare, sa restare nel dubbio.
Ogni giudizio, come ho già rimarcato, suppone un motivo esteriore che lo susciti: il filosofo avverte quale deve essere il motivo del giudizio che deve emettere. Se il motivo manca, non giudica, lo attende, e se ne fa una ragione se si accorge di attendere inutilmente.
Il mondo è pieno di persone di spirito, ed anche di molto spirito, che esprimono sempre giudizi: tirano ad indovinare, perché giudicare senza avvertire quando v’è un motivo appropriato per farlo significa tirare ad indovinare. Essi ignorano la portata dello spirito umano; credono che possa conoscere tutto; così provano vergogna nel non esprimere alcun giudizio, e immaginano che lo spirito consista nel giudicare. Il filosofo crede che esso consista invece nel giudicare bene: è più contento di se stesso quando ha sospeso la facoltà di decidere, che decidendo senza aver avvertito il motivo appropriato a quella decisione. Così egli giudica e parla di meno, ma giudica con maggiore sicurezza e parla meglio; non evita i tratti vivi che si presentano naturalmente allo spirito per un rapido accostamento d’idee, della cui unione spesso ci si meraviglia. E’ in questo rapido legame che consiste ciò che comunemente si chiama spirito; tuttavia è ciò che ricerca di meno, preferendo a questo luccichio la cura nel distinguere per bene le sue idee, di conoscerne la giusta estensione ed il preciso legame, e di evitare di prendere un abbaglio portando troppo lontano qualche rapporto particolare che le idee hanno tra loro. E’ in questo discernimento che consiste ciò che chiamiamo giudizio e rettitudine dello spirito: a questa rettitudine sono legati ancora la flessibilità e la chiarezza. La filosofia non è talmente attaccata ad un sistema da non sentire la forza delle obiezioni. La maggior parte degli uomini sono così fortemente legati alle loro opinioni, che non si prendono la pena di comprendere quelle altrui. Il filosofo comprende il sentimento che rifiuta con la stessa profondità e la stessa chiarezza con cui intende quello che adotta.
Lo spirito filosofico è pertanto uno spirito d’osservazione e di esattezza, che riporta tutto a dei principi veri; ma non è solo lo spirito che il filosofo coltiva: egli sviluppa la sua attenzione ed i suoi sensi.
L’uomo non è un mostro che viva negli abissi marini, o al fondo d’una foresta: le necessità stesse della vita gli rendono necessario il commercio con gli altri; ed in qualunque stato si trovi, i suoi bisogni ed il suo benessere lo costringono a vivere in società. Così la ragione esige che lui conosca, che studi, che lavori per acquisire le qualità sociali. E’ sorprendente che gli uomini si attacchino così poco a ciò che è pratico, e che si accalorino così tanto per vane speculazioni. Considerate i disordini che tante eresie hanno causato, intorno a questioni teoriche: sia il numero di Persone della Trinità e la loro emanazione, sia il numero dei sacramenti e la loro virtù, sia la natura e il potere della grazia: quante guerre, quanti scontri per delle chimere!
Il popolo dei filosofi è soggetto alle medesime visioni: quante dispute frivole nelle scuole! Quanti libri su questioni vane! Una sola parola basterebbe per risolverle o per mostrare che sono insolubili.
Una setta famosa al giorno d’oggi rimprovera alle persone erudire di trascurare lo studio del proprio spirito, per riempirsi la memoria di fatti e di ricerche sull’antichità. Noi rimproveriamo agli uni e agli altri di trascurare di rendersi amabili e di non entrare per niente nella società.
Il nostro filosofo non si crede in esilio in questo mondo; non crede di essere in un paese nemico; vuole godere da saggio economo dei beni che la natura gli offre; vuole trovare piacere insieme agli altri: e per trovare, deve dare e pertanto cerca di essere in accordo con quelli con cui il caso o la sua scelta l’hanno portato a vivere, trovando al contempo ciò che gli conviene: è un uomo onesto che vuol piacere e rendersi utile.
La maggior parte dei grandi, cui le dissipazioni non lasciano tempo per meditare, sono feroci con coloro che non credono loro eguali. I filosofi ordinari, che meditano troppo, o piuttosto che meditano male, lo sono con tutto il mondo: fuggono dagli uomini, e gli uomini li evitano. Ma il nostro filosofo, che sa dividersi tra la vita ritirata ed il commercio degli uomini, è pieno di umanità. E’ il Cremete di Terenzio, che sente di essere uomo, e che la sola umanità induce ad interessarsi della buona o cattiva sorte del prossimo. Homo sum, umani a me nihil alienum puto.
Sarebbe inutile qui rimarcare quanto il filosofo tiene a tutto ciò che si chiama onore e probità. La società civile è per lui, per così dire, una divinità sulla terra; egli la incensa, la onora con la probità, con una attenzione esatta ai suoi doveri e con un desiderio sincero di non essere un suo membro inutile ed imbarazzante. Il senso di probità fa parte della costituzione meccanica de filosofo quanto il lume dello spirito. Quanta più ragione trovate in un uomo, tanta più probità troverete in lui. Al contrario, dove regnano fanatismo e superstizione, regnano le passioni e la collera: è lo stesso temperamento occupato in oggetti differenti: Maddalena che ama il mondo e Maddalena che ama Dio; si tratta pur sempre di Maddalena che ama.
Ciò che fa un uomo onesto non è agire per amore o per odio, per speranza o per timore, ma è il fatto di agire per spirito d’ordine o per ragione: tale è il temperamento del filosofo. Ora, non c’è da contare che sulle virtù del temperamento; affidate il vostro vino a colui cui per natura non piace, non a colui che continuamente rinnova il proposito di non ubriacarsi più.
Il devoto è un uomo onesto solo per passione; ma le passioni non sono nulla di sicuro: di più, il devoto, oso dire, ha l’abitudine di non essere onesto in rapporto a Dio, perché ha abitualmente non ne segue esattamente le regole.
La religione è così poco adeguata all’umanità, che l’uomo più giusto è infedele a Dio sette volte al giorno, vale a dire molte volte: le continue confessioni dei più devoti tra gli uomini ci mostrano, nel loro cuore, secondo il loro modo di pensare, un continuo avvicendarsi del bene e del male; basta, in ciò, credersi colpevoli per esserlo!
La lotta eterna, nella quale l’uomo soccombe consapevolmente così spesso forma in lui una abitudine ad immolare la virtù al vizio; egli si abitua a seguire la sua inclinazione ed a fare dei peccati, con la speranza di redimerli con il pentimento: quando si è cosi spesso infedeli a Dio, ci si dispone insensibilmente ad esserlo con gli uomini.
D’altra parte, l’oggi ha sempre trovato più forza nello spirito dell’uomo del domani. La religione non trattiene gli uomini che attraverso un domani che l’amor proprio induce sempre a considerare da un punto di vista molto distante. Il superstizioso si illude costantemente di avere tempo per riparare ai suoi peccati, per evitare le pene e meritare le ricompense: perciò l’esperienza ci mostra che il freno della religione è ben debole. Nonostante le favole credute dal popolo sul diluvio di fuoco divino sulle cinque città, nonostante i quadri vivaci sulle pene e le ricompense eterne, nonostante tanti sermoni e prediche, il popolo resta lo stesso. La natura è più forte delle chimere: pare che sia gelosa dei suoi diritti; spesso di libera della catene cui la cieca superstizione tenta follemente di tenerla legata: solo il filosofo, che sa profittarne, la regola con la ragione.
Esaminate coloro contro cui la giustizia è obbligata a usare la sua spada: troverete temperamenti ardenti o degli spiriti poco illuminati, e sempre dei superstiziosi o degli ignoranti. Le passioni tranquille del filosofo possono condurlo alla voluttà, ma non al crimine; lo guida la sua ragione coltivata, e giammai lo conduce al disordine.
La superstizione fa sentire debolmente quanto è importante per gli uomini, riguardo al loro interesse presente, seguire le leggi della società; essa condanna quelli che la seguono solo per questo motivo, che chiama con disprezzo motivo umano: il chimerico è per essa più perfetto del naturale; così, le sue esortazioni non operano che come può operare una chimera; esse turbano, spaventano, ma quando la vivacità delle immagini che hanno suscitato si affievolisce, quando il fuoco passeggero dell’immaginazione si è spento, l’uomo resta senza lume, abbandonato alla debolezza del suo temperamento.
Il nostro saggio, che non aspetta né teme niente dalla morte, sembra avere un motivo in più per essere un uomo onesto durante la vita; egli guadagna della consistenza, per così dire, e della vivacità nel motivo che lo fa agire; motivo tanto più forte, in quanto puramente umano e naturale. Questo motivo è l’intima soddisfazione che prova ad essere soddisfatto di se stesso, nel seguire le regole della probità; motivo che l’uomo superstizioso non ha che imperfettamente: poiché tutto che di buono v’è in lui, l’attribuisce alla grazia. A questo motivo se lega ancora un altro motivo ben potente; è l’interesse proprio del saggio, che è presente e reale.
Separate per un momento il filosofo dall’uomo onesto: cosa resta? La società civile, suo unico Dio, l’abbandona; eccolo privato di tutte le dolci soddisfazioni della vita; eccolo bandito senza rimedio dal commercio della gente onesta: perciò importa a lui più che agli altri uomini disporre tutte le se risorse per produrre effetti conformi all’idea dell’uomo onesto. Non temiate che, se nessuno lo guarda, egli si abbandoni ad azioni contrarie alla probità. No. Questa azione non sarebbe conforme alla disposizione meccanica del saggio; è impastato, per così dire, con il lievito dell’ordine e della regole; è riempito delle idee del bene della società civile, di cui conosce i principi meglio degli altri uomini. Il crimine troverebbe in lui troppa opposizione; dovrebbe distruggere troppe idee naturali e troppe idee acquisite. La sua facoltà d’agire è per così dire come una corda musicale accordata su un certo tono: essa non potrebbe produrne uno contrario. Teme di stonare, di entrare in disaccordo con se stesso; e ciò mi fa venire il mente di quello che Velleio dice di Catone d’Utica. “Egli non ha mai - dice - compiuto delle buone azioni per mostrare di averle fatte, ma perché non gli era possibile fare altrimenti”.
D’altra parte tutte in tutte le loro azioni gli uomini non cercano altro che la propria soddisfazione attuale: è il bene, o piuttosto l’attrattiva presente, secondo la disposizione meccanica in cui si trovano, che li fa agire. Or, perché credete che, poiché il filosofo non attende né pena né ricompensa dopo questa vita, egli debba trovare un’attrattiva presente che lo porti a uccidervi o ingannarvi? Non è, al contrario, più disposto, per le sue riflessioni, a trovare maggiore attrattiva e piacere a vivere con voi, ad attirarsi la vostra fiducia la vostra stima, ad assolvere i doveri dell’amicizia e della riconoscenza? Questi sentimenti non sono nel fondo dell’uomo, indipendentemente da ogni credenza sull’avvenire? E ancora: l’idea di uomo disonesto è tanto opposta all’idea di filosofo, quanto lo è l’idea dello stupido; e l’esperienza mostra ogni giorno che più si posseggono sono ragione e lumi, più si è sicuri e adatti al commercio della vita. “Uno sciocco, dice la Rochefoucault, non ha abbastanza stoffa per essere buono”: si pecca perché i lumi sono meno forti delle passioni; ed in un certo senso è vera la massima teologica che ogni peccatore è ignorante.
Questo amore della società così essenziale per il filosofo, mostra quanto è vera l’osservazione dell’imperatore Antonino: “I popoli saranno felici quando i re saranno filosofi, o quando i filosofi saranno re”!
Il superstizioso, levato ai grandi impieghi, si considera troppo estraneo sulla terra per interessarli realmente agli altri uomini. Il disprezzo della grandezza e delle ricchezze, e gli altri principi della religione, malgrado le interpretazioni che si è stati costretti a darne, sono contrari a tutto ciò che può rendere un impero felice e fiorente.
Il giudizio che lo vincola sotto il giogo della fede diventa incapace dell’ampiezza di visione richiesta dal governo, e che è così necessaria per gli impieghi pubblici. Si fa credere al superstizioso che è un essere supremo che lo ha elevato sugli altri: è verso questo essere, e non verso il pubblico, che si rivolge la sua riconoscenza.
Sedotto dall’autorità che gli dà il suo stato, ed alla quale gli altri uomini hanno voluto sottomettersi per stabilire tra di loro un ordine certo, egli si persuade facilmente che egli è elevato sugli altri per la propria felicità, e non per lavorare per la felicità degli altri. Egli si considera il fine ultimo di una dignità che, in fondo, non ha altro oggetto che il bene della repubblica e dei singoli che la compongono.
Entrerei volentieri in maggiori dettagli, ma basta considerare quanto maggior utile la repubblica possa trarre da coloro che, elevati alle grandi cariche, sono pieni di idee di ordine e bene pubblico, e di tutto ciò che si chiama umanità; e bisognerebbe augurarsi che se ne escludano tutti coloro che, per il carattere del loro spirito o per cattiva educazione, sono pieni di altri sentimenti.
Il filosofo è dunque un onest’uomo che agisce in tutto secondo ragione, e che unisce a uno spirito di riflessione e di giustizia i costumi morali e le qualità sociali.
Da questa idea è facile concludere quanto il saggio insensibile degli stoici sia lontano dalla perfezione del nostro filosofo: noi vogliamo un uomo, mentre il loro saggio non è che un fantasma. Essi si vergognavano dell’umanità, e noi ce ne gloriamo; noi vogliamo mettere la passione a profitto; noi vogliamo farne un uso ragionevole, e conseguentemente possibile, mentre essi volevano follemente annientare le passioni, e umiliare la nostra natura per una chimerica insensibilità. Le passioni legano gli uomini tra loro, e per noi non c’è piacere più dolce di questo legame. Noi non vogliamo distruggere le nostre passioni, né esserne tiranneggiati, ma vogliamo servircene e regolarle.
Da tutto quello che abbiamo detto si vede anche quanto lontani sono dalla giusta idea di filosofo quegli indolenti che, dediti ad una oziosa meditazione, dimenticano la cura dei loro affari temporali, e di tutto ciò che si chiama fortuna. Il vero filosofo non è tormentato dall’ambizione, ma vuole le comodità della vita; oltre lo strettamente necessario, gli occorre un onesto superfluo necessario ad un onest’uomo, senza il quale non si è felici: è la base della decenza e dello star bene. La povertà ci priva del benessere, che è il paradiso del filosofo: bandisce da noi tutte le delicatezze sensoriali, e ci allontana dal commercio della gente onesta.
Del resto, più si ha buon cuore, più si trova motivo per soffrire della propria miseria: ora per un favore che non potere fare ad un vostro amico, ora per una occasione di essergli utile, di cui non potete approfittare. Voi vi rendete giustizia nel fondo del vostro cuore, ma nessun altro può penetrarvi; e se si conosce la vostra buona disposizione, non è un male non poterla portare alla luce?
Invero, noi non stimiamo meno un filosofo che sia povero; ma noi lo bandiremo dalla nostra società, se egli non lavorerà per liberarsi dalla miseria. Non temiamo di tenerli a carico: li aiuteremo nei loro bisogni; ma non crediamo che l’indolenza sia una virtù.
La maggior parte degli uomini che si fanno una falsa idea del filosofo, immaginano che gli basti ciò che è strettamente necessario: sono i falsi filosofi che hanno fatto nascere questo pregiudizio a causa della loro indolenza e delle loro massime abbaglianti. E’ sempre il meraviglioso che corrompe il ragionevole: vi sono sentimenti bassi che fanno scendere l’uomo al livello della pura animalità; ve ne sono altri che sembrano elevarlo al di sopra di se stesso. Noi condanniamo ugualmente gli uni e gli altri, poiché non convengono all’uomo. Tirare un essere al di là di quel che è, con il pretesto di elevarlo, vuol dire corromperlo.
Mi farebbe piacere finire con alcuni altri pregiudizi comuni del popolo dei filosofi, ma non voglio fare un libro. Che essi si disingannino: sono come il resto degli uomini, e soprattutto in ciò che concerne la vita civile; liberatisi da alcuni errori, di cui gli stessi libertini avvertono la debolezza, e che oggi dominano solo sul popolo, sugli ignoranti e su quelli che non hanno agio di meditare, credono di aver fatto tutto. Ricordino che, se hanno lavorato sullo spirito, hanno ancora molto da lavorare su ciò che si chiama cuore e sulla scienza dell’osservazione.