minimo karma    retomar o pedaço que falta

Sacro

Il Time dedica questa settimana un lungo articolo* (e la copertina) alle ricerche del biologo molecolare Dean Hamer, autore di un libro che sta facendo discutere: The God Gene: How Faith Is Handwired Into Our Genes (ed. Doubleday). Svolgendo alcune ricerche sul cancro, Hamer ha sottoposto un campione di mille persone, uomini e donne, ad un questionario sul temperamento. Uno dei tratti indagati dal questionario riguardava l’autotrascendenza, che comprende tre cose: la capacità di dimenticarsi di se stessi, l’identificazione transpersonale, ovvero “il senso di unione con l’universo” e il misticismo, ovvero l’apertura a cose non dimostrabili. Distinte le persone del campione in base ai risultati del questionario, Hamer ha cercato le basi genetiche delle differenze, individuandole nella variazione del gene VMAT2, un gene fondamentale per la produzione di serotonina e dopamina.
Robert Thurman,** professore di studi buddhisti alla Columbia university, ha dichiarato che per i buddhisti si tratta di una notizia “amusing and fun”, che non dice nulla che il Buddhismo già non sapesse. Più preoccupati cristiani ed ebrei. Ma non troppo. Che la fede abbia base genetica, può voler dire due cose: o che Dio è una allucinazione frutto del bisogno umano (presente fin nei geni), o che Dio stesso ha posto le radici della fede nei geni. In quest’ultimo caso, sorge un problema. Come mai, si chiede il giornalista del Time, questo gene è così irregolarmente diviso tra gli uomini? Non è una convinzione centrale della fede che la grazia sia disponibile per tutti? La risposta è quella di sempre: sarebbe troppo facile per Dio programmare gli uomini ad avere fede in lui; meglio rendere le cose più difficili. Non funziona granché come risposta, ma forse non ve ne sono altre. A meno che non si vogliano rispolverare le parole del Vangelo di Tommaso: “Se lo avete, quel che avete vi salverà; se non lo avete, quel che non avete vi condannerà”. Quel che abbiamo o non abbiamo sarebbe, in questo caso, un gene. Ma qui si aprirebbe la questione teologica della predestinazione.
Credo che nel Vangelo - segnatamente nel Vangelo di Giovanni - sia scritto chiaramente che alcuni uomini sono predestinati alla salvezza ed altri alla perdizione, e che Cristo è venuto sulla terra solo per quelli che già erano predestinati ad accoglierlo: ma discuterne ci porterebbe lontano. E’ il caso piuttosto di osservare che l’autotrascendenza, così come è caratterizzato nel questionario utilizzato da Hamer, non coincide con la fede e meno che mai con la fede cattolica. La quale è incontro con un Persona, e non un vago senso di unione con l’universo. Piuttosto, questo senso di unione con il cosmo appartiene a quella cultura spinoziana e poi romantica che il cattolicesimo ha combattuto strenuamente, scorgendovi null’altro che ateismo: ed in effetti la Natura può stare al posto di Dio. E’ qualcosa che può provare un artista, commosso di fronte ad un paesaggio, un musicista, un uomo immerso in meditazione. Si tratta, insomma, di un ventaglio di esperienze - le peak experiences di Maslow - che appartengono al mondo della religione, ma anche a quello dell’arte e della filosofia, e che possono fare a meno di Dio. Anzi, ci si può chiedere se esse siano compatibili con la fede nel Dio delle Chiese.

* J. Kluger, “Is God in Our Genes?”, Time, 29 novembre 2004, pp. 50-60.
** Autore con Tad Wise de La Montagna Sacra (ed. Neri Pozza).

Pubblicato il 28-11- 2004 11:21 pm | Commenti (6) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Recensioni, Scuola

Paola Mastrocola ha raccolto le chiacchiere da sala docenti e le ha esposte con stile brillante (trapuntato di punti sospensivi, come si conviene ad una scrittrice): così ha costruito per tre quarti un libro che si intitola La scuola raccontata al mio cane (Guanda, Modena 2004, pp. 194). Un libro che è ormai la Bibbia del docente italiano, il Manifesto degli scontenti, il Rapporto impietoso sullo sfascio della scuola riformata. Sfascio che sarebbe cominciato con l’introduzione del recupero. Prima, con l’esame di riparazione a settembre, c’era la scuola; dopo, una bolgia. Prima l’alunno studiava, si preoccupava, si responsabilizzava: riparava. Oggi l’alunno viene recuperato, quasi contro la sua volontà. E si porta dietro lacune che non colmerà mai. Nelle parole dell’autrice, è una catastrofe morale e civile, per così dire: “Al grido di ‘io ti recupero’ abbiamo incrinato, nei nostri giovani, il senso della responsabilità individuale, il dovere di rispondere delle proprie azioni, la certezza di pagare, in qualche modo, un prezzo” (p. 20). Addirittura.
Nell’ormai lontano ‘86 fui rimandato a settembre, tra l’altro, in francese. Non aprii il libro per tutta l’estate. Appena una ripassatina agli inizi di settembre. In tutta onestà, devo dire che quando mi presentai all’esame di riparazione non ne sapevo più che a giugno. La professoressa, ricordo, mi chiese di tradurre “nessuno verrà con me”. Ci pensai un po’, poi risposi: “Professoressa, non lo so. Vorrà dire che me ne andrò da solo”. Fui promosso.
La faccenda degli esami di riparazione funzionava così. Nessuna responsabilità, nessun dovere delle proprie azioni. Te la cavavi con poco. Chi voleva strafare poteva andare a ripetizione. Le ripetizioni erano una manna per i docenti, che potevano arrotondare in nero lo stipendio. Di sfuggita, è forse per questo che nelle sale docenti si tuona così spesso contro il recupero. Perché ora i corsi devono tenerli a scuola, tanto per i ricchi quanto per i poveri, guadagnando tre soldi. Sia chiaro: sono corsi inutili. Non impari in dieci lezioni quello che non hai imparato in un anno. Ma nemmeno prima imparavi
granché. Una pacca sulla spalla, a settembre, e amici come prima. Amici come sempre.
A Paola Mastrocola non piace nemmeno l’accoglienza. Rimpiange i tempi in cui accoglieva gli alunni di prima leggendo Virgilio in latino. Naturalmente gli alunni di prima non conoscono il latino, per cui leggere loro Virgilio è come recitare formule magiche. Abracadabra
ambaradanbimbum. A Paola Mastrocola piaceva così.
Nel 1984 mi iscrissi alla scuola superiore. Per la prima settimana ebbi un problema inconfessabile. Non ero un ragazzino stupido: semplicemente timido. E così per una settimana provai le virtù della mia vescica, ché non sapevo dove fosse il bagno e mi vergognavo a chiedere. Qualche volta uscii, contando di accodarmi a qualcuno che vi stesse andando, ma una jella nera volle che, quando uscivo io, i corridoi fossero misteriosamente deserti. Queste non sono cose da ridere, uno ci può restare secco. Trovo razionale ed umano, quindi, che oggi si prenda per mano l’alunno e gli si mostri dov’è la presidenza, dov’è la segreteria, dov’è la palestra. E, soprattutto, dov’è il bagno. Per le formule magiche c’è tempo.
L’autrice tuona, ancora, contro i libri di testo. “I libri di testo sono ridotti a eserciziari spesso insulsi, corredati da un minimo di esposizione teorica, il più possibile inframmezzata da figure, immaginette e fumetti. Il solo aprire un libro di testo ci porta agli anni dell’asilo, e credo che porti gli allievi più bravi a un grado di depressione notevole” (p. 176). Vediamoli, questi libri da asilo. Ho qui sulla mia scrivania alcuni libri di testo di filosofia e di scienze sociali. Ecco qui un volume di filosofia per la classe terza. Si intitola La comunicazione filosofica. Comunicazione è una parola che non piace alla Mastrocola, come presto vedremo. Questo libro è di 736 pagine. Le immagini sono pochissime e molto piccole. In allegato c’è un piccolo manuale di logica. Non male, per un libro da asilo. Il manuale di scienze sociali per il triennio comprende, invece, ben dieci volumi. Ne prendo uno a caso. E’ sulla comunicazione (ancora questa benedetta comunicazione). Sono 383 pagine. Anche qui pochissime immagini. Anche questo non è male, per un testo adatto all’asilo. Quasi inutilizzabili, perché c’è troppa roba, troppe teorie, troppi approfondimenti. Ma certo non da asilo.
Potrei continuare, ma ormai avete capito il gioco dell’autrice: si prendono uno ad uno gli aspetti della scuola di oggi e se ne fa la caricatura, evocando per contrasto la scuola d’un tempo, dove tutto o quasi tutto filava. E’ un gioco facile: basta poco per fare la caricatura di qualcosa. Funziona con tutto. Non c’è nulla che non sia caricaturizzabile. Lo ammetto: non tutto è caricatuta. Su alcune cose non è possibile darle torto - è il caso dei progetti, dai quali pure
può venire qualcosa di buono, mentre il più delle volte valgono ad intascare qualche soldino (magari come risarcimento per le perdure ripetizioni estive) con iniziative esilaranti. Ma le si dà ragione, quando occorre, a malincuore. Perché, ed è questo il punto, la critica di questo libro viene da una concezione della scuola che non mi piace.
C’è una frase del Ministero che più di tutte manifesta, per l’autrice, la crisi profonda della scuola. Eccola: la scuola è il luogo dove si impara a comunicare. Questa, sostiene, “è un’affermazione pesante, una decisione epocale” (p. 106): quella che dovrebbe indurre addirittura a bandire la letteratura dalla scuola. E questo perché la letteratura, sostiene, non è comunicazione, è anzi l’esatto contrario della comunicazione. Lo dice Valéry, assicura. E se non comunica la letteratura, non comunica nemmeno la professoressa di lettere. Perché un professore, una professoressa non devono mica comunicare; a loro basta trasmettere. C’è un patrimonio già fatto, loro compito è semplicemente quello di passarlo alle nuove generazioni. E’ in questo che consiste la Tradizione, dice. Sì, scrive questa parola proprio con la maiuscola.
Paola Mastrocola gioca molto con le parole, le annusa, le guarda di profilo: le promuove o le boccia. Singolare che non veda quanto è brutta la parola trasmettere, e quanto è bella, invece, la parola comunicare. Lo aveva visto Danilo Dolci, che proprio alla differenza tra trasmettere e comunicare ha dedicato analisi profonde. L’atto del trasmettere è una trasmissione. Trasmissioni sono quelle televisive: qui c’è il presentatore, lì lo spettatore, di mezzo lo spettacolo. Così la scuola, come la vorrebbe la nostra professoressa di lettere. Qui la professoressa, lì lo studente, e di mezzo lo spettacolo di Dante. Il
quale stupirà, diletterà, suggestionerà, ma non farà riflettere. Perché se un alunno facesse osservazioni, magari qualche critica, la magia svanirebbe. Si passerebbe dal mondo colorato del trasmettere a quello problematico del comunicare. Dio ce ne scampi.
Non mi capita spesso di chiedermi se un libro sia di destra o di sinistra. Ma a volte succede. Basta una pagina, a volte una frase appena: e la voglia di continuare a leggere mi passa. E’ più o meno quello che mi è successo con questo libro. Certo, l’autrice ha le migliori intenzioni. Dice chiaro chiaro che la scuola non deve assecondare il mercato del lavoro, non dev’essere “connivente”. E va bene, nulla più di sinistra di questa affermazione. Ma se non connive con la società, con il mercato del lavoro, che fa? Che logica segue, che strumenti usa? Che cultura ha? Queste domande restano senza risposta. O meglio, una risposta c’è. La risposta è che bisogna fare una scuola difficile, per fare una scuola di sinistra. Il ragionamento fila. Sentite un po’: una scuola che sforna ignoranti avvantaggia i figli di papà, che nella vita se la cavano sempre; mentre i figli dei poveri restano privi degli strumenti per farsi strada nella vita. Bene, abbiamo seppellito don Milani e tutta la scuola di Barbiana.
Mi chiedo se Paola Mastrocola abbia mai visto un ragazzino povero. Non un ragazzino povero di Torino. Un ragazzino povero di Foggia, di Napoli, di Palermo. Uno che vive in una grotta, ad esempio: cinque figli, padre disoccupato. La facesse con lui, la scuola difficile. Lo leggesse a lui, il suo Virgilio.
E gli spiegasse, dopo averlo sbattuto per strada, che ha fatto una cosa di sinistra.

Pubblicato il 23-11- 2004 11:51 am | Commenti (8) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Sonetti

Ha consistenza alchemica il calzino
quando lo tiri fuori dall’ammollo:
materia così docile e sensibile
eppure densa, eppure madre ancora.

Madre ancora. Così fosse vincibile
la colpa che t’umilia e t’accalora
mio me di sogni, stupido bambino
con la tua sveglia rotta appesa al collo.

Così potesse spegnersi la vita
mio me di foglie, sogno malriuscito,
deriva di ricordi e di parole:

come un calzino che s’asciuga al sole
darsi vinti e lasciare la partita,
materia alchemica, oro arrugginito.

Pubblicato il 15-11- 2004 10:46 pm | Commenta questo post (0) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Oware

Un giorno ti trovi inginocchiato
davanti alla nuda vita.
Senza più alcuna storia-coperta
che possa coprirti
o luogo naturale
ti aggiri carne ossa nervi
tra le piastrelle della cucina,
bagnato dall’immagine del doppio crollo
del tuo corpo e della tua casa,
indifferente ad ogni direzione.
Non cerchi, tu carne tra cose sporche ed inutili,
nulla al di fuori della tua sopravvivenza:
incredulo, perché non è che la sopravvivenza
d’un tedio vergognoso,
che non è dolore né tragica ferita,
ma l’estenuarsi di una cosa
che da tempo immemorabile è stata compromessa.
Un giorno ti trovi a contemplare
i tuoi occhi come oggetti pietosi
per celare un duplice abisso,
ché non ne emerga l’alito
che un tempo osarono chiamare anima
- e pure lanterna magica, che illuda il meccanismo ebete,
circondandolo di colori.
Un giorno ti accorgi d’essere corpo,
disperatamente corpo,
vergogna di nervi e umori,
vecchia imbellettata dalle gambe grosse e le vene varicose,
col suo vestito rosso e la borsetta piena di monete che non hanno più corso.
Un giorno, bagnato dalla vita nuda,
ti accasci sulla sedia.
Che il tuo corpo diventi cadavere,
e rovesci sangue sul pavimento della cucina,
è un’idea che non puoi tollerare.
Così ti prepari un caffè, quietamente prossimo,
ormai, all’orrore che sei:
con la speranza di una possibile convivenza,
di un’abitudine salvifica.
E parli un po’ a te stesso, per consolarti.
E poiché non c’è parola che possa consolare,
una volta che la nuda vita sia giunta a bagnarti,
ti sorprendi a mugolare come un cane,
tra le sporche piastrelle della tua cucina,
nella casa che sta per crollare.

Pubblicato il 14-11- 2004 8:26 pm | Commenti (5) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Testi

Il filosofo di César Chesneau du Marsais, che compare come voce filosofo nella Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, era stato già pubblicato, in una versione più ampia (che è quella che qui traduco) nella celebre raccolta di testi clandestini Nouvelles libertés de penser (Amsterdam, 1743), che comprendeva anche il Traité de la liberté de l’âme di Fontanelle ed altri testi anonimi.
César Chesneau du Marsais nacque a Marsiglia nel 1676. Avvocato al Parlamento di Parigi, fu autore di celebri trattati di grammatica e di retorica, come Nouvelle méthode pour apprendre la langue latine (1722) ed il Traité des tropes (1730). Collaborò all’ Encyclopédie, curando le voci relative alla grammatica ed alla retorica. Morì a Parigi nel 1756.
La presente traduzione è stata condotta sul testo dell’edizione critica a cura di Gianluca Mori, in Studi Settecenteschi, 23, 2003 confrontata con l’edizione curata da Duchosal e Millon nelle Oeuvres de Dumarsais (Pougin, Paris 17 97).

Nulla oggi costa meno che acquisire il titolo di filosofo; una vita oscura e ritirata, qualche apparenza di saggezza, un po’ di letture sono sufficienti per attribuire questo nome a delle persone che se ne onorano senza meritarlo. Altri, che hanno avuto la forza di disfarsi dei pregiudizi dell’educazione in materia religiosa, si considerano gli unici veri filosofi. Qualche lume naturale della ragione, qualche osservazione sullo spirito ed il cuore dell’uomo, li hanno portati a considerare che nessun essere supremo esige il culto degli uomini, che la molteplicità delle religioni, il loro contrasto, i diversi cambiamenti che si verificano in ciascuna sono una prova evidente che non v’è mai stata alcuna rivelazione e che la religione non è che una passione umana, come l’amore, figlia dell’ammirazione, del timore e della speranza; ma essi si sono limitati a questa sola speculazione, e ciò oggi basta per essere riconosciuti come filosofi da un gran numero di persone.
Ma bisogna avere una idea più vasta e più giusta del filosofo. Ecco il carattere che noi gli diamo.
Il filosofo è una macchina umana come ogni altro uomo; ma è una macchina che, per la sua costituzione meccanica, riflette sui suoi movimenti. Gli altri uomini sono determinati ad agire senza sentire né conoscere le cause che li fanno muovere, anzi senza nemmeno immaginare che ve ne siano. Il filosofo al contrario discerne le cause, per quanto gli è possibile, e spesso le previene e si libera da esse attraverso la conoscenza: è un orologio che a volte, per così dire, si dà la carica da solo. Così evita gli oggetti che potrebbero causargli sentimenti che non sono compatibili con il benessere, né con lo stato ragionevole, e cerca quelli che possono suscitare in lui affezioni compatibili con lo stato in cui si trova. La ragione è per il filosofo ciò che la grazia è per il cristiano, nel sistema di Sant’Agostino. La grazia determina il cristiano ad agire; la ragione determina il filosofo senza privarlo del gusto per ciò che è volontario.
Gli altri uomini sono trascinati dalle loro passioni, senza che le azioni che compiono siano precedute dalla riflessione: sono uomini che marciano nelle tenebre; mentre il filosofo, pur nelle passioni, non agisce che dopo riflessione; cammina nella notte, ma è preceduto da una torcia.
Il filosofo forma i suoi principi su una infinità di osservazioni particolari. Il popolo adotta un principio senza pensare alle osservazioni che l’hanno prodotto: crede che la massima esista per se stessa, per così dire; ma il filosofo considera la massima nella sua fonte, ne esamina l’origine, ne conosce il valore e ne fa l’uso che gli conviene. Dalla conoscenza del fatto che i principi non nascono che da osservazioni particolari nasce la stima del filosofo per la scienza dei fatti; egli ama istruirsi sui dettagli e su tutto ciò che non è oggetto di divinazione. Così, egli considera una massima fortemente contraria al progresso dei lumi dello spirito limitarsi alla sola meditazione e credere che l’uomo non tragga la verità che dal fondo di se stesso. Certi metafisici dicono: evitate le impressioni dei sensi, lasciate agli storici la conoscenza dei fatti ed ai grammatici quella delle lingue. In nostri filosofi, al contrario, persuasi che tutte le nostre conoscenze provengono dai sensi, che noi non ci facciamo regole che sull’uniformità delle nostre impressioni sensibili, che siamo al massimo dei nostri lumi quando i nostri sensi non sono né troppo delicati né troppo forti nel rifornirci; convinti che la fonte delle nostre conoscenze è interamente fuori di noi, ci esortano a fare un’ampia provvista di idee che ci portino alle impressioni sensibili delle cose; ma come discepolo che consulta e ascolta, non come maestro che decide e impone il silenzio. Vogliono che studiamo l’impressione precisa che ogni oggetto fa su di noi, e che evitiamo di confonderla con quella prodotta da un altro oggetto.
Da lì, la certezza e i limiti delle conoscenze umane: certezza, quando si avverte di aver ricevuto dall’esterno l’impressione appropriata e precisa che ogni giudizio suppone, poiché ogni giudizio suppone una impressione particolare sua propria; limiti, quando non si ricevono delle impressioni, o per la natura dell’oggetto, o per la debolezza dei nostri organi di senso; aumentate, se possibile, la potenza degli organi di senso, ed aumenterete la vostra conoscenza. Solo dopo la scoperta del telescopio e del microscopio si sono fatti tanti progressi nell’astronomia e nella fisica.
E’ anche per aumentare il numero delle nostre conoscenze e delle nostre idee, che i nostri filosofi studiano gli uomini del passato e quelli di oggi…
Disperdetevi come api, dicono, nel mondo passato ed in quello presente, e tornerete nel vostro alveare per produrre il vostro miele.
Il filosofo si applica alla conoscenza dell’universo e di se stesso; ma come l’occhio non può vedere se stesso, così il filosofo sa di non potersi conoscere perfettamente, perché non può ricevere impressioni esterne dall’interno di se stesso, e noi non conosciamo che attraverso tali impressioni. Questo pensiero non lo affligge, perché egli si prende per quello che è, e non per quello che alla sua immaginazione sembra che possa essere. D’altra parte questa ignoranza non è per lui una ragione per sostenere che siamo composti da due sostanze opposte: poiché non si conosce perfettamente, afferma di non sapere come pensa; ma poiché avverte che il suo pensare dipende da tutto il suo essere, riconosce che la sua sostanza è capace di pensare allo stesso modo in cui è capace di intendere e di volere. Il pensiero è nell’uomo un senso come la vista e l’udito, ugualmente dipendente dalla costituzione organica. Solo l’aria è capace di suoni, il fuoco solo può suscitare il calore, gli occhi soltanto possono vedere, solo le orecchie possono ascoltare, e solo la sostanza del cervello è capace di pensare.
Agli uomini costa tanto unire l’idea del pensiero con quella della materia perché non hanno mai visto pensare della materia. A questo riguardo, essi sono simili a un cieco rispetto ai colori, a un sordo dalla nascita riguardo ai suoni; essi non saprebbero unire queste idee con la materia che toccano, poiché non hanno mai constatato questa unione.
Per il filosofo la verità non è un’amante che corrompa la sua immaginazione, e che egli creda di trovare dappertutto; si accontenta di discernerla là dove è possibile percepirla. Non la confonde con la verosimiglianza; prende per vero quel che è vero, per falso quel che è falso, per dubbio quel che è dubbio, per verosimile quel che è verosimile. Fa di più, ed è questa una grande perfezione del filosofo: quando non ha elementi per giudicare, sa restare nel dubbio.
Ogni giudizio, come ho già rimarcato, suppone un motivo esteriore che lo susciti: il filosofo avverte quale deve essere il motivo del giudizio che deve emettere. Se il motivo manca, non giudica, lo attende, e se ne fa una ragione se si accorge di attendere inutilmente.
Il mondo è pieno di persone di spirito, ed anche di molto spirito, che esprimono sempre giudizi: tirano ad indovinare, perché giudicare senza avvertire quando v’è un motivo appropriato per farlo significa tirare ad indovinare. Essi ignorano la portata dello spirito umano; credono che possa conoscere tutto; così provano vergogna nel non esprimere alcun giudizio, e immaginano che lo spirito consista nel giudicare. Il filosofo crede che esso consista invece nel giudicare bene: è più contento di se stesso quando ha sospeso la facoltà di decidere, che decidendo senza aver avvertito il motivo appropriato a quella decisione. Così egli giudica e parla di meno, ma giudica con maggiore sicurezza e parla meglio; non evita i tratti vivi che si presentano naturalmente allo spirito per un rapido accostamento d’idee, della cui unione spesso ci si meraviglia. E’ in questo rapido legame che consiste ciò che comunemente si chiama spirito; tuttavia è ciò che ricerca di meno, preferendo a questo luccichio la cura nel distinguere per bene le sue idee, di conoscerne la giusta estensione ed il preciso legame, e di evitare di prendere un abbaglio portando troppo lontano qualche rapporto particolare che le idee hanno tra loro. E’ in questo discernimento che consiste ciò che chiamiamo giudizio e rettitudine dello spirito: a questa rettitudine sono legati ancora la flessibilità e la chiarezza. La filosofia non è talmente attaccata ad un sistema da non sentire la forza delle obiezioni. La maggior parte degli uomini sono così fortemente legati alle loro opinioni, che non si prendono la pena di comprendere quelle altrui. Il filosofo comprende il sentimento che rifiuta con la stessa profondità e la stessa chiarezza con cui intende quello che adotta.
Lo spirito filosofico è pertanto uno spirito d’osservazione e di esattezza, che riporta tutto a dei principi veri; ma non è solo lo spirito che il filosofo coltiva: egli sviluppa la sua attenzione ed i suoi sensi.
L’uomo non è un mostro che viva negli abissi marini, o al fondo d’una foresta: le necessità stesse della vita gli rendono necessario il commercio con gli altri; ed in qualunque stato si trovi, i suoi bisogni ed il suo benessere lo costringono a vivere in società. Così la ragione esige che lui conosca, che studi, che lavori per acquisire le qualità sociali. E’ sorprendente che gli uomini si attacchino così poco a ciò che è pratico, e che si accalorino così tanto per vane speculazioni. Considerate i disordini che tante eresie hanno causato, intorno a questioni teoriche: sia il numero di Persone della Trinità e la loro emanazione, sia il numero dei sacramenti e la loro virtù, sia la natura e il potere della grazia: quante guerre, quanti scontri per delle chimere!
Il popolo dei filosofi è soggetto alle medesime visioni: quante dispute frivole nelle scuole! Quanti libri su questioni vane! Una sola parola basterebbe per risolverle o per mostrare che sono insolubili.
Una setta famosa al giorno d’oggi rimprovera alle persone erudire di trascurare lo studio del proprio spirito, per riempirsi la memoria di fatti e di ricerche sull’antichità. Noi rimproveriamo agli uni e agli altri di trascurare di rendersi amabili e di non entrare per niente nella società.
Il nostro filosofo non si crede in esilio in questo mondo; non crede di essere in un paese nemico; vuole godere da saggio economo dei beni che la natura gli offre; vuole trovare piacere insieme agli altri: e per trovare, deve dare e pertanto cerca di essere in accordo con quelli con cui il caso o la sua scelta l’hanno portato a vivere, trovando al contempo ciò che gli conviene: è un uomo onesto che vuol piacere e rendersi utile.
La maggior parte dei grandi, cui le dissipazioni non lasciano tempo per meditare, sono feroci con coloro che non credono loro eguali. I filosofi ordinari, che meditano troppo, o piuttosto che meditano male, lo sono con tutto il mondo: fuggono dagli uomini, e gli uomini li evitano. Ma il nostro filosofo, che sa dividersi tra la vita ritirata ed il commercio degli uomini, è pieno di umanità. E’ il Cremete di Terenzio, che sente di essere uomo, e che la sola umanità induce ad interessarsi della buona o cattiva sorte del prossimo. Homo sum, umani a me nihil alienum puto.
Sarebbe inutile qui rimarcare quanto il filosofo tiene a tutto ciò che si chiama onore e probità. La società civile è per lui, per così dire, una divinità sulla terra; egli la incensa, la onora con la probità, con una attenzione esatta ai suoi doveri e con un desiderio sincero di non essere un suo membro inutile ed imbarazzante. Il senso di probità fa parte della costituzione meccanica de filosofo quanto il lume dello spirito. Quanta più ragione trovate in un uomo, tanta più probità troverete in lui. Al contrario, dove regnano fanatismo e superstizione, regnano le passioni e la collera: è lo stesso temperamento occupato in oggetti differenti: Maddalena che ama il mondo e Maddalena che ama Dio; si tratta pur sempre di Maddalena che ama.
Ciò che fa un uomo onesto non è agire per amore o per odio, per speranza o per timore, ma è il fatto di agire per spirito d’ordine o per ragione: tale è il temperamento del filosofo. Ora, non c’è da contare che sulle virtù del temperamento; affidate il vostro vino a colui cui per natura non piace, non a colui che continuamente rinnova il proposito di non ubriacarsi più.
Il devoto è un uomo onesto solo per passione; ma le passioni non sono nulla di sicuro: di più, il devoto, oso dire, ha l’abitudine di non essere onesto in rapporto a Dio, perché ha abitualmente non ne segue esattamente le regole.
La religione è così poco adeguata all’umanità, che l’uomo più giusto è infedele a Dio sette volte al giorno, vale a dire molte volte: le continue confessioni dei più devoti tra gli uomini ci mostrano, nel loro cuore, secondo il loro modo di pensare, un continuo avvicendarsi del bene e del male; basta, in ciò, credersi colpevoli per esserlo!
La lotta eterna, nella quale l’uomo soccombe consapevolmente così spesso forma in lui una abitudine ad immolare la virtù al vizio; egli si abitua a seguire la sua inclinazione ed a fare dei peccati, con la speranza di redimerli con il pentimento: quando si è cosi spesso infedeli a Dio, ci si dispone insensibilmente ad esserlo con gli uomini.
D’altra parte, l’oggi ha sempre trovato più forza nello spirito dell’uomo del domani. La religione non trattiene gli uomini che attraverso un domani che l’amor proprio induce sempre a considerare da un punto di vista molto distante. Il superstizioso si illude costantemente di avere tempo per riparare ai suoi peccati, per evitare le pene e meritare le ricompense: perciò l’esperienza ci mostra che il freno della religione è ben debole. Nonostante le favole credute dal popolo sul diluvio di fuoco divino sulle cinque città, nonostante i quadri vivaci sulle pene e le ricompense eterne, nonostante tanti sermoni e prediche, il popolo resta lo stesso. La natura è più forte delle chimere: pare che sia gelosa dei suoi diritti; spesso di libera della catene cui la cieca superstizione tenta follemente di tenerla legata: solo il filosofo, che sa profittarne, la regola con la ragione.
Esaminate coloro contro cui la giustizia è obbligata a usare la sua spada: troverete temperamenti ardenti o degli spiriti poco illuminati, e sempre dei superstiziosi o degli ignoranti. Le passioni tranquille del filosofo possono condurlo alla voluttà, ma non al crimine; lo guida la sua ragione coltivata, e giammai lo conduce al disordine.
La superstizione fa sentire debolmente quanto è importante per gli uomini, riguardo al loro interesse presente, seguire le leggi della società; essa condanna quelli che la seguono solo per questo motivo, che chiama con disprezzo motivo umano: il chimerico è per essa più perfetto del naturale; così, le sue esortazioni non operano che come può operare una chimera; esse turbano, spaventano, ma quando la vivacità delle immagini che hanno suscitato si affievolisce, quando il fuoco passeggero dell’immaginazione si è spento, l’uomo resta senza lume, abbandonato alla debolezza del suo temperamento.
Il nostro saggio, che non aspetta né teme niente dalla morte, sembra avere un motivo in più per essere un uomo onesto durante la vita; egli guadagna della consistenza, per così dire, e della vivacità nel motivo che lo fa agire; motivo tanto più forte, in quanto puramente umano e naturale. Questo motivo è l’intima soddisfazione che prova ad essere soddisfatto di se stesso, nel seguire le regole della probità; motivo che l’uomo superstizioso non ha che imperfettamente: poiché tutto che di buono v’è in lui, l’attribuisce alla grazia. A questo motivo se lega ancora un altro motivo ben potente; è l’interesse proprio del saggio, che è presente e reale.
Separate per un momento il filosofo dall’uomo onesto: cosa resta? La società civile, suo unico Dio, l’abbandona; eccolo privato di tutte le dolci soddisfazioni della vita; eccolo bandito senza rimedio dal commercio della gente onesta: perciò importa a lui più che agli altri uomini disporre tutte le se risorse per produrre effetti conformi all’idea dell’uomo onesto. Non temiate che, se nessuno lo guarda, egli si abbandoni ad azioni contrarie alla probità. No. Questa azione non sarebbe conforme alla disposizione meccanica del saggio; è impastato, per così dire, con il lievito dell’ordine e della regole; è riempito delle idee del bene della società civile, di cui conosce i principi meglio degli altri uomini. Il crimine troverebbe in lui troppa opposizione; dovrebbe distruggere troppe idee naturali e troppe idee acquisite. La sua facoltà d’agire è per così dire come una corda musicale accordata su un certo tono: essa non potrebbe produrne uno contrario. Teme di stonare, di entrare in disaccordo con se stesso; e ciò mi fa venire il mente di quello che Velleio dice di Catone d’Utica. “Egli non ha mai - dice - compiuto delle buone azioni per mostrare di averle fatte, ma perché non gli era possibile fare altrimenti”.
D’altra parte tutte in tutte le loro azioni gli uomini non cercano altro che la propria soddisfazione attuale: è il bene, o piuttosto l’attrattiva presente, secondo la disposizione meccanica in cui si trovano, che li fa agire. Or, perché credete che, poiché il filosofo non attende né pena né ricompensa dopo questa vita, egli debba trovare un’attrattiva presente che lo porti a uccidervi o ingannarvi? Non è, al contrario, più disposto, per le sue riflessioni, a trovare maggiore attrattiva e piacere a vivere con voi, ad attirarsi la vostra fiducia la vostra stima, ad assolvere i doveri dell’amicizia e della riconoscenza? Questi sentimenti non sono nel fondo dell’uomo, indipendentemente da ogni credenza sull’avvenire? E ancora: l’idea di uomo disonesto è tanto opposta all’idea di filosofo, quanto lo è l’idea dello stupido; e l’esperienza mostra ogni giorno che più si posseggono sono ragione e lumi, più si è sicuri e adatti al commercio della vita. “Uno sciocco, dice la Rochefoucault, non ha abbastanza stoffa per essere buono”: si pecca perché i lumi sono meno forti delle passioni; ed in un certo senso è vera la massima teologica che ogni peccatore è ignorante.
Questo amore della società così essenziale per il filosofo, mostra quanto è vera l’osservazione dell’imperatore Antonino: “I popoli saranno felici quando i re saranno filosofi, o quando i filosofi saranno re”!
Il superstizioso, levato ai grandi impieghi, si considera troppo estraneo sulla terra per interessarli realmente agli altri uomini. Il disprezzo della grandezza e delle ricchezze, e gli altri principi della religione, malgrado le interpretazioni che si è stati costretti a darne, sono contrari a tutto ciò che può rendere un impero felice e fiorente.
Il giudizio che lo vincola sotto il giogo della fede diventa incapace dell’ampiezza di visione richiesta dal governo, e che è così necessaria per gli impieghi pubblici. Si fa credere al superstizioso che è un essere supremo che lo ha elevato sugli altri: è verso questo essere, e non verso il pubblico, che si rivolge la sua riconoscenza.
Sedotto dall’autorità che gli dà il suo stato, ed alla quale gli altri uomini hanno voluto sottomettersi per stabilire tra di loro un ordine certo, egli si persuade facilmente che egli è elevato sugli altri per la propria felicità, e non per lavorare per la felicità degli altri. Egli si considera il fine ultimo di una dignità che, in fondo, non ha altro oggetto che il bene della repubblica e dei singoli che la compongono.
Entrerei volentieri in maggiori dettagli, ma basta considerare quanto maggior utile la repubblica possa trarre da coloro che, elevati alle grandi cariche, sono pieni di idee di ordine e bene pubblico, e di tutto ciò che si chiama umanità; e bisognerebbe augurarsi che se ne escludano tutti coloro che, per il carattere del loro spirito o per cattiva educazione, sono pieni di altri sentimenti.
Il filosofo è dunque un onest’uomo che agisce in tutto secondo ragione, e che unisce a uno spirito di riflessione e di giustizia i costumi morali e le qualità sociali.
Da questa idea è facile concludere quanto il saggio insensibile degli stoici sia lontano dalla perfezione del nostro filosofo: noi vogliamo un uomo, mentre il loro saggio non è che un fantasma. Essi si vergognavano dell’umanità, e noi ce ne gloriamo; noi vogliamo mettere la passione a profitto; noi vogliamo farne un uso ragionevole, e conseguentemente possibile, mentre essi volevano follemente annientare le passioni, e umiliare la nostra natura per una chimerica insensibilità. Le passioni legano gli uomini tra loro, e per noi non c’è piacere più dolce di questo legame. Noi non vogliamo distruggere le nostre passioni, né esserne tiranneggiati, ma vogliamo servircene e regolarle.
Da tutto quello che abbiamo detto si vede anche quanto lontani sono dalla giusta idea di filosofo quegli indolenti che, dediti ad una oziosa meditazione, dimenticano la cura dei loro affari temporali, e di tutto ciò che si chiama fortuna. Il vero filosofo non è tormentato dall’ambizione, ma vuole le comodità della vita; oltre lo strettamente necessario, gli occorre un onesto superfluo necessario ad un onest’uomo, senza il quale non si è felici: è la base della decenza e dello star bene. La povertà ci priva del benessere, che è il paradiso del filosofo: bandisce da noi tutte le delicatezze sensoriali, e ci allontana dal commercio della gente onesta.
Del resto, più si ha buon cuore, più si trova motivo per soffrire della propria miseria: ora per un favore che non potere fare ad un vostro amico, ora per una occasione di essergli utile, di cui non potete approfittare. Voi vi rendete giustizia nel fondo del vostro cuore, ma nessun altro può penetrarvi; e se si conosce la vostra buona disposizione, non è un male non poterla portare alla luce?
Invero, noi non stimiamo meno un filosofo che sia povero; ma noi lo bandiremo dalla nostra società, se egli non lavorerà per liberarsi dalla miseria. Non temiamo di tenerli a carico: li aiuteremo nei loro bisogni; ma non crediamo che l’indolenza sia una virtù.
La maggior parte degli uomini che si fanno una falsa idea del filosofo, immaginano che gli basti ciò che è strettamente necessario: sono i falsi filosofi che hanno fatto nascere questo pregiudizio a causa della loro indolenza e delle loro massime abbaglianti. E’ sempre il meraviglioso che corrompe il ragionevole: vi sono sentimenti bassi che fanno scendere l’uomo al livello della pura animalità; ve ne sono altri che sembrano elevarlo al di sopra di se stesso. Noi condanniamo ugualmente gli uni e gli altri, poiché non convengono all’uomo. Tirare un essere al di là di quel che è, con il pretesto di elevarlo, vuol dire corromperlo.
Mi farebbe piacere finire con alcuni altri pregiudizi comuni del popolo dei filosofi, ma non voglio fare un libro. Che essi si disingannino: sono come il resto degli uomini, e soprattutto in ciò che concerne la vita civile; liberatisi da alcuni errori, di cui gli stessi libertini avvertono la debolezza, e che oggi dominano solo sul popolo, sugli ignoranti e su quelli che non hanno agio di meditare, credono di aver fatto tutto. Ricordino che, se hanno lavorato sullo spirito, hanno ancora molto da lavorare su ciò che si chiama cuore e sulla scienza dell’osservazione.

Pubblicato il 11-11- 2004 4:44 pm | Commenti (6) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Amore

Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire - di annichilire. Il desiderio non necessita di altro stimolo che la presenza dell’alterità. Tale presenza è sempre un affronto e un’umiliazione. E’ una compulsione a colmare il divario con l’alterità, in qaunto attrae e repelle, seduce con la promessa dell’inesplorato e irrita con la sua evasiva, pervicace diversità. Il desiderio è un impulso a spogliare l’ alterità della sua diversità e, così facendo, a delegittimarla. Dal processo di esplorazione, assaggio, familiarizzazione e addomesticamento l’alterità uscirebbe con l’aculeo della tentazione estratto e spezzato. (…) Per contro l’amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l’oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio, che è centripeto. Un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all’esterno; a ingerire, assorbire e assimilare il soggetto nell’oggetto, non viceversa come nel caso del desiderio. L’amore consiste nell’aggiungere qualcosa al mondo, e ciascuna aggiunta è la traccia vivente del dio amante.

Così Zygmunt Bauman in Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi (Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 14-15). Presentando una distinzione che fa pensare a quella di Lévinas tra bisogno e desiderio: con la differenza che Bauman chiama desiderio quel che Lévinas chiama bisogno, ed amore quel che Lévinas chiama desiderio. Succede. Abbiamo dunque due forze, due impulsi, due tensioni: una centripeta ed una centrifuga; una che incorpora l’altro, lo nega, lo umilia reagendo alla umiliazione che la sua stessa presenza implica; l’altra che al contrario nega il soggetto nell’oggetto, l’amante nell’amato. Nel primo caso l’altro è oggetto di consumo, nel secondo è oggetto di un amorevole prendersi cura -per cui sarebbe meglio essere amati che desiderati.
Ma: è proprio nell’altro - in questo-altro-qui - che io mi immergo, mi nego, mi lascio andare, amando? E’ il suo volto, il suo carattere, i suoi difetti che amo? Da dove nasce questa follia di negarsi per un altro? Nasce dentro, nasce dal fondo. E dentro, dal fondo, nasce la persona amata. La quale non è mai questo-altro-qui, ma è una misteriosa Presenza, custodita dall’infanzia, e timidamente messa alla luce quando incontriamo qualcuno che vagamente ce la richiami: e poi furiosamente partorita, dolorosamente imposta al disgraziato oggetto del nostro amore. Sul quale peserà, ora, questa condanna di non poter essere più se stesso, ma di dover portare la maschera della nostra Presenza, di esere parto nostro, figlio o figlia, creatura generata dal nostro amore; e al tempo stesso sempre altro, ontologicamente inadeguato, e perciò tale da alimentare, fin nel fondo del nostro folle amore, un sottile dolore, un odio pudico, che prima o poi diventerà terrore, furia, infanticidio. Annichilimento dell’altro.
Essere amati è una delle disgrazie più grandi che possano capitare, una minaccia alla nostra identità, alla nostra alterità, alla nostra maturità: ci fa divini, perché dobbiamo portare i segni di una misteriosa perfezione; e al tempo stesso infantili, perché siamo appena nati, portati alla luce dalla forza dell’amore. Divini ed infantili come Eros.
La passione ha ben altra civiltà. Essa lascia all’altro la sua alterità, ed a me la mia: le alterità si incontrano, scontrano, si strofinano, lisciano, ammaccano, annusano: e quindi si congedano, stanche l’una dell’altra, consapevoli della propria e comune miseria, senza follie, senza violenza. Con la tristezza che è propria del nostro stato.

Pubblicato il 09-11- 2004 1:01 pm | Commenta questo post (0) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Sonetti

Ditemi voi se un paese normale
elegge per due volte presidente
uno che di cognome fa Cespuglio:
e che per giunta, come niente fosse,

stando al calduccio nel suo studio ovale
comanda nuove guerre in Medio Oriente
e mette il mondo intero in gran subbuglio
dando lavoro ad ogni scavafosse.

Ma quel Cespuglio lì è raccomandato:
con gran pietà s’affida al Padreterno,
che gli indica il nemico da stanare.

Chi meglio d’un Profeta da votare?
Chi meglio d’un Messia per il governo
di questo mondo tanto squinternato?

Pubblicato il 04-11- 2004 4:01 pm | Commenta questo post (0) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita
Note di apprendistato

L’obiettivo che ci siamo posti è di costruire un sistema di istruzione che recuperi la propria missione educativa e, nel contempo, prepari i giovani ad inserirsi meglio in un mondo sempre più competitivo e in rapido e continuo mutamento.

Così il manager Letizia Moratti, che è anche Ministro dell’Istruzione, spiega oggi sul Corriere della Sera la “nuova scuola”, in un articolo intitolato La competitività è una strategia (non una legge).
Vi sono persone cui il mondo appare totalmente aproblematico, come una strada priva di ostacoli, che puoi percorrere alla velocità che ti pare, in piena sicurezza. Sono gli uomini e le donne che se ne vanno sicuri, agli altri ed a se stessi amici, per dirla con quel tale: e perciò sono sorridenti, sereni, ben composti. Ad altri - ed io sono tra questi, purtroppo - il mondo appare drammaticamente scisso, caotico, tale da imporre ad ogni passo scelte dolorose, e comunque mai risolutive. Ci rimettiamo la salute, noialtri.
Prendiamo l’educazione. Il dilemma è, per noi, questo: educare, secondo ciò che è bene e vero, o preparare a stare in questo mondo? Perché la verità e questo mondo a noi appaiono in terribile contrasto. Questo mondo non è vero, né buono; è fondato per intero sulla finzione, l’inganno, la furbizia, lo sgambetto; sull’apparire, direi per accontentare i qualunquisti; sullo spettacolo, per accontentare gli intellettuali snob che hanno letto Debord: eccetera.
Loro, invece, non hanno dubbi. Educa l’uomo, ed avrai il cittadino, il lavoratore, lo spettatore televisivo, l’acquirente, e tutti quanto il resto. O, forse, bisognerebbe dire così: educa lo spettatore, il consumista, il lavoratore (precario), il cittadino inconsapevole - e chiamalo uomo. Prendi l’uomo della strada, uscito or ora dalla fabbrica o con gli occhi spenti ancora dalla televisione, dagli una pacca sulla spalla e digli: “Tu sì, amico, che sei un uomo”. E lavora affinché suo figlio lavori più di lui in fabbrica (per il sacro principio della competizione) e guardi ancora più televisione (per il sacro principio dello sviluppo).
Sì, forse bisognerebbe dire così.

Pubblicato il 02-11- 2004 3:59 pm | Commenti (6) |
Proponi su OkNotizie Posta su Segnalo Segnala su Technorati Segnala su Wikio Segnala su Del.icio.us Segnala su Digg Segnala su Technotizie Segnala su Faiinformazione Segnala su Diggita

(c) 2003-2009 antonio vigilante
Blog ospitato da Blogsome
Se trovi chiuso, non disperare: prima o poi riapre.

Creative Commons License
Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons