Un giorno ti trovi inginocchiato
davanti alla nuda vita.
Senza più alcuna storia-coperta
che possa coprirti
o luogo naturale
ti aggiri carne ossa nervi
tra le piastrelle della cucina,
bagnato dall’immagine del doppio crollo
del tuo corpo e della tua casa,
indifferente ad ogni direzione.
Non cerchi, tu carne tra cose sporche ed inutili,
nulla al di fuori della tua sopravvivenza:
incredulo, perché non è che la sopravvivenza
d’un tedio vergognoso,
che non è dolore né tragica ferita,
ma l’estenuarsi di una cosa
che da tempo immemorabile è stata compromessa.
Un giorno ti trovi a contemplare
i tuoi occhi come oggetti pietosi
per celare un duplice abisso,
ché non ne emerga l’alito
che un tempo osarono chiamare anima
- e pure lanterna magica, che illuda il meccanismo ebete,
circondandolo di colori.
Un giorno ti accorgi d’essere corpo,
disperatamente corpo,
vergogna di nervi e umori,
vecchia imbellettata dalle gambe grosse e le vene varicose,
col suo vestito rosso e la borsetta piena di monete che non hanno più corso.
Un giorno, bagnato dalla vita nuda,
ti accasci sulla sedia.
Che il tuo corpo diventi cadavere,
e rovesci sangue sul pavimento della cucina,
è un’idea che non puoi tollerare.
Così ti prepari un caffè, quietamente prossimo,
ormai, all’orrore che sei:
con la speranza di una possibile convivenza,
di un’abitudine salvifica.
E parli un po’ a te stesso, per consolarti.
E poiché non c’è parola che possa consolare,
una volta che la nuda vita sia giunta a bagnarti,
ti sorprendi a mugolare come un cane,
tra le sporche piastrelle della tua cucina,
nella casa che sta per crollare.