Thomas Paine, La mitologia cristiana
La prima parte di The Age of Reason di Thomas Paine fu pubblicata nel 1794, mentre il suo autore era in carcere, imprigionato per la sua difesa di Luigi XVI, che aveva proposto di esiliare per sottrarlo alla condanna a morte. L’opera - di cui uscirà una seconda parte nel 1796- aveva un intento costruttivo: salvare, nella generale crisi del clero e della religione, la moralità pubblica, attraverso le linee di una teologia autentica, vale a dire razionale ed in accordo con la scienza. Per la critica spietata dei testi sacri, invece, parve più ateistica che deistica, e provocò al suo autore non poca amarezza. Traduco le prime pagine del primo volume. La traduzione è condotta sul testo dell’edizione di Daniel Edwin Wheeler (The Indipendence Edition of Writings of Thomas Paine, 1908).
Poiché è necessario che alle parole corrispondano idee adeguate, io voglio, prima di procedere oltre nell’argomento, offrire alcune osservazioni sulla parola rivelazione. Quando è applicata alla religione, la parola rivelazione indica qualcosa che è comunicato immediatamente da Dio all’uomo. Nessuno vuol negare o disputare all’Onnipotente il potere di fare una tale comunicazione, se a Lui piace. Ma pur ammettendo, per amore dell’argomento, che qualcosa sia stato rivelato ad una certa persona, ciò sarà rivelazione solo per quella persona: quando egli la riferisce ad una seconda persona, la seconda ad una terza, la terza ad una quarta e così via, essa cessa di essere rivelazione per tutte queste persone. E’ rivelazione solo per la prima persona, mentre per tutte le altre è diceria, e conseguentemente non sono obbligate a credervi. E’ terminologicamente e concettualmente contraddittorio chiamare rivelazione qualcosa che ci arriva di seconda mano, attraverso parole o scritti. La rivelazione è necessariamente limitata alla prima comunicazione — dopo di ciò c’è soltanto un resoconto di qualcosa che questa persona dice essere la rivelazione fattale; e anche se egli può trovarsi obbligato a credervi, ciò non può costringere me a credere allo stesso modo, poiché non è stata una rivelazione fatta a me, ed io ho solo le sue parole su ciò che è stato fatto per lui.
Quando Mosè disse ai figli d’Israele che aveva ricevuto le due tavole dei comandamenti dalle mani di Dio, essi non erano obbligati a credergli, poiché al riguardo non avevano altre fonti d’informazione che le sue parole; ed io non ho altra fonte d’informazione al di là di qualche storico che mi riferisce ciò. I comandamenti non portano alcuna prova interna della loro divinità: contengono alcuni buoni precetti morali, tali che ogni uomo idoneo a fare il legislatore potrebbe produrli da sé, senza ricorrere all’intervento divino*. Quando vengo a sapere che il Corano è stato scritto in cielo e portato a Maometto da un angelo, questo racconto si avvicina allo stesso tipo di prova per sentito dire, alla stessa informazione di seconda mano del caso precedente. Io non ho mai visto l’angelo, e quindi ho diritto di non credervi. Quando pure vengo a sapere che una donna chiamata Vergine Maria disse, o annunciò, di aspettare un bambino senza aver conosciuto uomo, e che io suo promesso sposo, Giuseppe, disse che ciò gli era stato riferito da un angelo, io ho il diritto scegliere se credergli oppure no: una tale circostanza richiede una prova molto più grande della loro semplici parole; ma noi non abbiamo nemmeno queste, poiché Giuseppe e Maria non scrissero nulla su tali cose; è solo riferito che essi hanno detto così. E’ diceria su diceria, ed io non voglio posare la mia fede su una prova del genere.
Non è difficile pure rendersi conto del credito che fu dato alla storia di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Egli nacque quando la mitologia pagana aveva ancora qualche fascino e diffusione nel mondo,e questa mitologia aveva preparato la gente a creare una tale storia. Quasi tutti gli uomini straordinari che vissero al tempo della mitologia pagana furono considerati figli di qualcuno degli dèi. Non era cosa nuova a quel tempo credere che un uomo sia generato in cielo; la relazione degli dèi con gli uomini era allora un usuale argomento di discussione. Il loro Giove, secondo i loro racconti, s’è intrattenuto con centinaia di donne; la storia, dunque, non ha nulla di nuovo, meraviglioso o osceno; era conforme alle opinioni allora prevalenti presso il popolo dei cosiddetti Gentili, o Mitologisti: l’unico popolo che credeva in ciò. I Giudei, che si attenevano rigorosamente alla fede in un solo Dio e null’altro, e che sempre rifiutarono la teologia pagana, non cedettero a tale storia. E’ curioso osservare come la teologia della cosiddetta Chiesa Cristiana derivi da uno strascico della teologia pagana. In primo luogo accadde una diretta incarnazione, che attribuisce una origine celeste al supposto fondatore. La Trinità di dèi, che ne seguì, era null’altro che la riduzione della precedente pluralità di dèi, che erano circa venti o trentamila; la statua di Maria seguì alla statua di Diana di Efeso; la deificazione degli Eroi fu cambiata nella canonizzazione dei santi; se i mitologisti avevano dìi per ogni cosa, i mitologisti cristiani avevano santi per ogni cosa; la Chiesa fu tanto affollata degli uni, quanto il Pantheon degli altri: e Roma era il luogo di entrambi. La teoria cristiana è poc’altro che l’idolatria degli antichi mitologisti, e resta tuttora da abolire, con la ragione e la filosofia, l’ambigua frode.
Nulla di ciò che qui s’è detto è applicabile, con la sia pur minima mancanza di rispetto, alla reale personalità di Gesù Cristo. Egli era un uomo virtuoso e amabile. La moralità che egli predicò e praticò era del tipo più caritatevole; e benché una simile moralità sia stata predicata da Confucio e da alcuni filosofi molti anni prima, dai Quaccheri da allora in poi, e da molti uomini buoni di ogni età, nessuno si è spinto oltre. Gesù Cristo non scrisse nulla su se stesso, sulla sua nascita, sui genitori o su qualcos’altro; non una riga di ciò che si chiama Nuovo Testamento è stata scritta da lui. La sua storia è interamente opera d’altri; e quanto al racconto della sua resurrezione ed ascensione, era il necessario completamento della storia della sua nascita. Questi storici, avendolo portato nel mondo in modo soprannaturale, erano obbligati a farvelo uscire allo stesso modo, altrimenti la prima parte della storia sarebbe crollata. La vile invenzione per cui questa ultima parte è nota supera ogni cosa precedente. La prima parte, quel miracoloso concepimento, era una cosa che non ammetteva pubblicità, e quindi i narratori di questa parte della storia avevano il loro vantaggio: se anche potevano non essere creduti, non li si poteva smascherare. Essi non potevano aspettarsi di provare ciò, poiché non era una di quelle cose che ammettono una prova, ed era impossibile che la persona che l’aveva raccontata la provasse. Ma la resurrezione di un morto dal sepolcro, la sua ascensione attraverso l’aria, è cosa ben differente, perché consente una prova diversa dall’invisibile concepimento del bambino nel grembo. La resurrezione e l’ascensione, supponendo che abbiano avuto luogo, consentivano una dimostrazione pubblica e oculare, come quella dell’ascensione di un pallone aerostatico, o come il sole a mezzogiorno, almeno per l’intera Gerusalemme. Una cosa che a tutti si chiede di credere, chiede a sua volta che la prova e l’evidenza siano uguali per tutti, universali; e poiché la pubblica visibilità di quest’ultimo atto raccontato era l’unica prova che avrebbe potuto ratificare la parte precedente, tutto crolla, dal momento che una tale prova non è mai stata data. Invece di ciò poche persone, non più di otto o nove, sono introdotte come rappresentanti del mondo intero per dire che hanno visto, e il resto del mondo è invitato a credervi. Ma sembra che Tommaso non credesse alla resurrezione e, come si disse, non volesse credere senza aver lui stesso la dimostrazione alla vista e al tatto. Così neanch’io voglio, e la ragione è ugualmente buona per me e per ogni altra persona, quanto per Tommaso.
E’ inutile cercare di attenuare o dissimulare questo argomento. La storia, per quanto riguarda la parte soprannaturale, mostra tutti i segni della frode e dell’inganno stampati in viso. Chi ne fu l’autore è tanto impossibile per noi saperlo ora, quanto lo è accertarsi che i libri nei quali il fatto è riferito siano stati scritti dalle persone di cui portano il nome; la maggior prova vivente che abbiamo riguardo a questo affare sono gli Ebrei. Essi sono i discendenti naturali delle persone che vissero al tempo in cui si dice che avvenne questa resurrezione ed ascensione, e dicono che non è vero. Mi è sempre sembrata una strana contraddizione citare gli Ebrei come prova della verità di questa storia. E’ come se un uomo dicesse: ti proverò la verità di ciò che ti ho detto, presentandoti la gente che dice che è falso. Che una persona come Gesù Cristo sia esistita e che sia stato crocifisso, secondo il modo di esecuzione dell’epoca, è una narrazione storica rigorosamente nei limiti della probabilità. Egli predicò la moralità più eccellente e l’uguaglianza degli uomini; ma predicò anche contro la corruzione e l’avarizia dei sacerdoti Ebrei, e questo gli attirò l’odio e la vendetta dell’intero ordine sacerdotale. L’accusa che questi sacerdoti gli scagliavano contro era di sedizione e cospirazione contro il governatorato romano, dei quali gli Ebrei erano sottoposti e tributari; e non è improbabile che il governatorato romano avesse qualche segreta apprensione per gli effetti della sua dottrina, come i sacerdoti Ebrei; nemmeno è improbabile che Gesù Cristo avesse in progetto di liberare la nazione ebrea dalla schiavitù dei Romani. Tra gli uni e gli altri, comunque, questo virtuoso riformatore e rivoluzionario perse la vita. E’ su questa semplice narrazione, insieme ad un altro fatto cui sto per accennare, che i mitologisti cristiani, chiamandosi Chiesa cristiana, hanno eretto la loro favola che, per assurdità e stravaganza, non è superata da nulla di ciò che si trova nella mitologia degli antichi.
Gli antichi mitologisti narrano che la razza dei Giganti fece guerra a Giove, e che uno di loro scagliò contro di lui cento macigni in un sol colpo; che lo sconfisse con un fulmine, e lo imprigionò poi sotto il monte Etna, e che ogni volta è il Gigante stesso che rivolta il monte Etna. E’ facile qui rendersi conto che il fatto che tale monte sia un vulcano abbia suggerito l’idea della favola; e che la favola è fatta per adattarsi e concludersi con questo fatto. I mitologisti cristiani raccontano che il loro Satana fece guerra all’Onnipotente, che ne fu sconfitto e imprigionato non sotto una montagna, ma in un abisso. E’ facile qui rendersi conto che la prima favola ha suggerito l’idea della seconda, poiché la favola di Giove e i Giganti fu narrata centinaia di anni prima di quella di Satana. Fin qui i mitologisti antichi e quelli cristiani differiscono ben poco tra loro. Ma i secondi riuscirono a portare la faccenda più in là. Essi sono riusciti a congiungere la parte favolosa della storia di Gesù Cristo con la favola originata dal monte Etna, e per collegare tutte le parti della storia hanno chiamato in aiuto la tradizione degli Ebrei: giacché la mitologia cristiana è costituita in parte dall’antica mitologia, ed in parte dalle tradizioni ebraiche. I mitologisti cristiani, dopo aver imprigionato Satana in un abisso, furono costretti a farvelo uscire per farlo partecipare al seguito della favola. Egli è allora introdotto nel giardino dell’Eden, sotto forma d’una biscia o d’un serpente, e in questa forma entra in intima conversazione con Eva, che non è affatto sorpresa di sentir parlare un serpente; e la conclusione di questo têtê-à-têtê è che egli la convince a magiare una mela, e che mangiando questa mela condanna tutta l’umanità. Dopo aver concesso a Satana questo trionfo sull’intera creazione, uno supporrebbe che i mitologisti della Chiesa siano stati tanto gentili da rispedirlo nell’abisso, o, se non questo, che gli abbiano messo sopra una montagna (dal momento che essi dicono che la loro fede può smuovere le montagne), o abbiano messo lui sotto una montagna, come avevano fatto i precedenti mitologisti, per impedire che tornasse fra le donne e facesse altri guai. E invece essi lo lasciarono in libertà, senza nemmeno obbligarlo a dare la parola. Il motivo segreto di ciò è che essi non potevano fare a meno di lui: e dopo essersi presi il fastidio di crearlo, gli proposero di trattenersi. Gli promisero tutti gli Ebrei, tutti i Turchi come anticipo, nove decimi del mondo come resto, e Maometto per di più. Dopo di ciò, chi può dubitare della generosità della mitologia cristiana? Così, fatta una insurrezione ed una battaglia in cielo, nella quale nessuno dei due combattenti può essere ucciso o ferito; messo Satana nell’abisso; lasciatolo uscire di nuovo; datogli un trionfo sull’intero creato; dannata tutta l’umanità per una mela mangiata, questi mitologisti cristiani misero insieme le due conclusioni della loro favola. Essi rappresentarono questo uomo virtuoso ed amabile, Gesù Cristo, come Dio ed uomo ad un tempo, Figlio di Dio, d’origine celeste, col proposito di sacrificarlo, poiché dicevano che Eva, per la sua brama, aveva mangiato una mela. Tralasciando tutto ciò che potrebbe suscitare il riso per la sua assurdità, o orrore per la sua empietà, e limitandoci ad esaminare le parti, è impossibile immaginare una storia più sprezzante per l’Onnipotente, più incompatibile con la sua saggezza, più in contraddizione col suo potere. Per dar fondamento al suo risorgere, gli inventori si trovarono nella necessità di attribuire all’essere che chiamavano Satana un potere uguale, se non più grande di quello attribuito all’Onnipotente. Non solo gli diedero il potere di liberarsi dall’abisso, dopo aver raccontato della sua caduta, ma fecero poi crescere all’infinito questo potere. Prima di questa caduta essi lo rappresentano solo come un angelo dall’esistenza limitata, come gli altri. Dopo questa caduta egli diventa, secondo il loro racconto, onnipresente. Egli esiste ovunque nello stesso tempo; occupa tutta l’immensità dello spazio. Non soddisfatti di questa deificazione di Satana, essi raccontano che sconfigge con uno stratagemma, sotto forma di un animale della creazione, ogni potere e saggezza dell’Onnipotente; raccontano che costringe l’Onnipotente alla immediata necessità di lasciare l’intera creazione al suo governo ed alla sua sovranità, o di soccombere per la sua redenzione, scendendo sulla terra ed esibendo se stesso su una croce sotto forma di uomo.
Se gli inventori avessero raccontato questa storia al contrario, cioè se avessero rappresentato l’Onnipotente che costringe Satana ad esibire se stesso su una croce, sotto forma di serpente, quale punizione per la sua nuova trasgressione, la storia sarebbe meno assurda — meno contraddittoria. Essi invece fanno trionfare il trasgressore e soccombere l’Onnipotente. Che molte brave persone abbiano creduto a questa strana favola, e vissuto vite davvero virtuose sotto questa fede (poiché la credulità non è un crimine), è cosa di cui non dubito. Esse sono state educate a credere in ciò, ed avrebbero potuto credere ugualmente in qualsiasi altra cosa. Molti inoltre sono stati così entusiasticamente rapiti da quello che concepivano come l’infinito amore per l’uomo di un Dio che ha fatto sacrificio di se stesso, che l’impeto dell’idea li ha impediti e trattenuti dall’esaminare le assurdità e l’empietà della storia. La più innaturale delle cose può diventare oggetto di una lugubre ammirazione. Ma se desideriamo oggetti di gratitudine e di ammirazione, non si presentano questi ogni istante sotto i nostri occhi? Non vediamo una amabile creazione pronta a riceverci quando nasciamo . un mondo preparato per le nostre mani, che non ci costa nulla? Siamo noi che illuminiamo il sole, che buttiamo giù la pioggia e che colmiamo la terra d’abbondanza? Sia che dormiamo sia che siamo svegli, la grande macchina dell’universo va avanti. Queste cose, e le benedizioni che additano per il futuro, sono nulla per noi? Sentimenti forti possono essere suscitati in noi solo da soggetti come la tragedia e il suicidio? O il cupo orgoglio dell’uomo è diventato così insopportabile, che nulla può lusingarlo all’infuori del sacrificio del Creatore?
* E’ necessario, tuttavia, fare eccezione per la dichiarazione che Dio fa ricadere sui figli le colpe dei padri, che è contraria ad ogni principio di giustizia morale (N. d. A.).







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Comment by poker — 17-04- 2005 @ 7:24 am