Ha dell’incredibile la distorsione con cui i mezzi d’informazione hanno dato notizia della sentenza della Corte costituzionale sul crocifisso nelle aule scolastiche. Sull’italiano medio, estenuato dai cattivi che vogliono rubargli il presepe e con esso tutte le sue radici, tutta la sua infanzia che dentro cresce ancora intima e calda, tutta la sua vita di buon cristiano oltre che di bravo figlio di mamma, è calata ristoratrice la notizia: “Il crocifisso resta in aula” (Repubblica), “Resti il crocifisso in aula, parola della Consulta” (Corriere della Sera). A leggerla, anche superficialmente, la sentenza, contiene cose che all’italiano medio farebbero andare di traverso il babà domenicale, i cantucci col vinsanto, il rosolio della zia. Perché quel che dice è ben altro. Resti pure, per ora, quel crocifisso dov’è; ma si sappia che le norme che riguardano il crocifisso nelle aule scolastiche sono “norme prive di forza di legge, sulle quali non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale, né, conseguentemente, un intervento interpretativo di questa Corte”. Cioè: non esiste alcuna legge che imponga il crocifisso nelle aule scolastiche.
Ma la sentenza riporta anche un singolare, illuminante ragionamento dell’Avvocatura erariale: “il Crocifisso sarebbe bensì anche un simbolo religioso, ma sarebbe ‘il vessillo della Chiesa cattolica, unico alleato di diritto internazionale’ dello Stato nominato dalla Costituzione all’art. 7, e dunque sarebbe da considerarsi alla stregua di un simbolo dello Stato di cui non si potrebbe vietare l’esposizione, al pari della bandiera e del ritratto del Capo dello Stato”. Il crocifisso è anche un simbolo religioso, quasi accidentalmente: in primo luogo esso è il simbolo - anzi il vessillo, accidenti - della Chiesa cattolica. Ma allora, si dirà, è proprio il caso di toglierlo, ché riguarda proprio l’istituzione, e non più vagamente il cattolicesimo come patrimonio del popolo italiano. E invece no. Perché la Chiesa è uno Stato, ed è anzi uno Stato amico, uno Stato fratello, uno Stato gemello. Anzi, senza farla tanto lunga, la Chiesa è lo Stato. E amen.







Sentenza invero curiosa. Che tra l’altro mette in evidenza un problema centrale del laicismo: il laicismo classico (autonomia dal potere politico di un’istituzione religiosa) e il laicismo com’è inteso oggi, nel senso di autonomia ideologica, che per me non vuol dire nulla: perché presuppone che esista un “pensare laico” avulso da ogni contesto culturale-religioso, o, perlomeno, che questa autonomia sia in qualche modo quantificabile, legiferabile. Perciò il dibattito attuale poco mi tocca; ma posto in questi termini, così anacronistici, è grottesco e quasi inquietante. Per il resto, lo si lasci pure: io a scuola li rovesciavo ed era una gioia.
Comment by VUE — 25-12- 2004 @ 1:23 am
Con i tempi che corrono, chiunque (docente o studente) si azzardasse a rovesciare un crocifisso finirebbe sulla prima pagina dei giornali.
Comment by antoniovigilante — 25-12- 2004 @ 7:55 am
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