Negli anni dell’Università le uniche riviste che mi concedevo erano A-Rivista anarchica (che mi vendeva un simpaticissimo compagno dell’Unione Sindacale Italiana) e Lotta Comunista. Quest’ultima la compravo il più delle volte per attaccare bottone con la compagna che la vendeva, la quale mi invitava ad incontri ai quali poi non partecipavo: e finiva lì; ma io restavo con la mia copia di Lotta Comunista e me la leggevo nel locale Bari-Foggia, che è lento da non dirsi ed affollato (percorso, nei primi anni, da un infaticabile novantenne che riversava con foga un suo verbo cristiano-comunista su noialtri studenti). Non ci capivo una mazza, per farla breve, ma essendo studentello attribuivo la cosa a mia mancanza, ad inadeguatezza intellettivo-culturale.
Sono passati gli anni, ma quella prosa lì, quel modello espressivo evidentemente masturbatorio ha ancora i suoi seguaci, vedo. Fanno il paro con il managerese governativo. Si sta, noialtri, tra Scilla e Cariddi, tra violenza ministeriale e masturbazione contestativa. Va mica bene così. La lingua non ha il suo vantaggio, in questa faccenda. E noi nemmeno.
Ecco insomma quel che scrive un tale sul giornale dei Cobas, cui ho dedicato quest’oggi una decina di minuti della mia giornata:

“Per lunghi, troppi, secoli il sapere si è caratterizzato per la sua rarefatta elitarietà. Se è vero che ogni pratica sociale, tanto nelle sue rappresentazioni collettive quanto nelle sue invaginazioni private, si definisce come un sapere, talvolta inarticolato, che incrocia il campo delle significazioni materiali come potere che crea una nuova figura di realtà, passando dal potenziale in quanto orizzonte libero di ciò che si apre al reale, al possibile in quanto selezione che vaglia il grado di plausibilità di tale apertura, sino al possibile-ora che la concretizza mettendola in scena, è altrettanto vero che la codificazione simbolica di questa pratica sociale, proprio per la sua rilevanza in termini di potere, è sempre stata una posta in palio di appropriazione e fortificazione da parte di élites pretendenti ad occupare la posizione di prestigio e di privilegio che la detenzione delle chiavi magiche del nesso sapere-potere comporta.”

Salvo Vaccaro, “Sapere gratuito e sottrazione del potere”, in Cobas, n. 24, novembre 2004, p. 16.

Si fa mica strada, parlando così. Fuori dalle università, voglio dire. Dentro, tra le mura dell’ateneo, o col culo sulla seggiola imbottita al tavolo d’un convegno, puoi spararle queste puttanate: ché la gente fa sì con la testa e guarda l’orologio. Ma la carta stampata, è una brutta faccenda. La carta stampata è implacabile. Leggi, rileggi, e capisci che il coglione non sei tu. Che i conti non tornano. Che si paraculeggia, per dirla tutta, con queste immaginose invaginazioni.