Scetticismo e pessimismo

E’ la Grande Guerra a far crollare l’idealismo rensiano ed a rovesciarlo nello scetticismo – o meglio: a far trionfare gli elementi di scetticismo presenti in lui fin dai primissimi scritti. I Lineamenti di filosofia scettica escono nel ’19, e vogliono essere presa di coscienza di quanto la guerra ha tragicamente mostrato all’Europa ed al mondo intero. Se fin dal principio il nostro filosofo era stato colpito dalle antinomie, dalle contraddizioni presenti in ogni campo, dall’amore alla religione al lavoro, ora è il conflitto cruento delle ragioni ad imporsi come l’unica, drammatica evidenza offerta al pensiero. «La luce sotto cui io vidi la guerra –scriverà nella sua Autobiografia intellettuale- fu la seguente. Tutti noi, popoli combattenti l’un contro l’altro, avevamo ragione… A ciascuno di noi, popoli in guerra, la ragione avrebbe continuato per tutta l’eternità a fornir ragioni per la nostra tesi. Cioè, le ragioni sono in incolmabile contrasto…»(41). Interpretata sotto il pungolo della guerra, la realtà non poteva apparire che come un irrazionale ricettacolo di contraddizioni. Svaniva ogni stabile riferimento, ogni via per fissare in modo incontrovertibile la ragione ed il torto. Forse meglio di tanti filosofi del suo tempo, Rensi ha saputo interrogarsi sul significato del conflitto mondiale, ben comprendendo che ormai non si poteva fare a meno di confrontarsi con questa nuova realtà (si legge nei Lineamenti: «è sulla dura cote di questa guerra, che ormai devono provarsi le nostre dottrine politiche e sociali, religiose e filosofiche») (42). Ha tempestivamente compreso, cioè, che con la guerra finiva un’epoca in cui la pace aveva alimentato illusioni ottimistiche, e se ne apriva un’altra fatta di grandi contraddizioni politiche, economiche, sociali. Molto opportunamente Lorenzo Giusso nel Ritorno di Faust inserì lo scetticismo rensiano, «filosofia del dopo-guerra», nel circuito di quelle filosofie (di Weininger, di Rougier, di Spengler) che a livello europeo venivano distruggendo i miti tranquillizzanti prodotti dall’Ottocento (43). Di qui l’attacco corrosivo al neo-idealismo crociano-gentiliano, accusato di essere una forma fatua, ipocrita ed anacronistica di ottimismo. Gli idealisti, spiega nei Lineamenti, sono come il porcellino di Pirrone, che continua a mangiare in tranquillità mentre la nave è sballottata dalla tempesta, «pago e beato perché in ogni puntuale presente c’è vita e realtà, e noncurante al pensiero anzi incapace di pensare che su ogni presente di vita e realtà è imminente un naufragio»(49). Non trae in inganno il tono esistenzialistico dell’apologo. Intento inizialmente a denunciare le contraddizioni ed a polemizzare con gli avversari –fino a partorire un volume infelice come Polemiche antidogmatiche, tutto bile e violenza verbale, nel quale compare un Croce che spaccia vuoti giochi teoretici che operano sui giovani come «encefalite letargica spirituale» mentre i gregari sono nulla più che «picciotti di sgarro» intenti alla stroncatura feroce e pianificata degli avversari50-, Rensi acquista negli anni serietà e profondità, partorendo opere di non trascurabile pregio letterario, come Interiora rerum (1924), le Cicute (1931), i già citati Frammenti di una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte e, finalmente, le Lettere spirituali: opere nelle quali Rensi abbandona lo stile trattatistico per abbandonarsi alla confessione, al frammento, al colloquio intimo.

E’ a queste opere che Rensi affida l’espressione della sua visione del mondo pessimistica. Nei Lineamenti, polemizzando contro i teorici della ragione pura, aveva sostenuto che la ragione è sempre legata alla passione, e la filosofia non è mai astratto teorizzare, ma manifestazione di ciò che siamo, della nostra visione del mondo in fin dei conti indimostrabile ed intuitiva. In ciò, essa appare prossima alla poesia, e come essa «è cosa seria e grave… è materiata delle nostre tragedie e delle nostre esultanze, di tutto ciò che costituisce per eccellenza il nostro io …» (51). La filosofia rensiana vuol essere dunque una «filosofia lirica»: ed è un intento che partorisce una delle prose filosofiche più avvincenti del Novecento italiano, nella quale, accanto a ragionamenti dalla ferrea logica, si trovano immagini di grande suggestione.

Rensi si propone il rovesciamento completo dell’idealismo. Alla Ragione assoluta contrappone le ragioni molteplici e conflittuali, allo storicismo la visione della storia come successione di eventi casuali ed eterno ritorno dei medesimi errori, all’ottimismo –che per Rensi, come abbiamo visto, è la vera essenza del neo-idealismo- il suo senso del tragico. Il suo motto diviene: « Ciò che è reale è irrazionale, ciò che è razionale è irreale», (52) capovolgimento di quello ben noto di Hegel. Nella realtà, spiega, anche le idee più assurde possono realizzarsi; anzi, proprio perché assurde, sono destinate a trionfare, poiché gli uomini ne sono fatalmente affascinati. Le giuste cause, quelle che razionalmente dovrebbero trionfare, sono invece inevitabilmente delle «cause perse»: «Ciò che è razionale non diventa reale» (53). Questa convinzione rensiana, che Gianfranco Morra ha accostato alla scheleriana impotenza dello Spirito, (54) e che ne L’irrazionale, il lavoro, l’amore è rivolta contro le tendenze del mondo moderno, dalla democrazia al comunismo, dal cocainismo al cinematografo, (55) trovò una conferma agli occhi del filosofo nella degenerazione del fascismo: il suo trionfo storico diviene per Rensi –che pure con la sua Filosofia dell’autorità (56) aveva tempestivamente fornito ragioni ideologiche ai fascisti- una dimostrazione delle possibilità di successo storico della barbarie. «In due momenti assai gravi per la storia d’un paese e del pensiero di un uomo -scrive nella Filosofia dell’assurdo –, ho visto due idee opposte, storicamente assai importanti, nelle quali avevo successivamente scorto l’incarnazione del razionale e del vero [il riferimento è al socialismo e al fascismo], prendere, nell’atto del loro realizzarsi, le forme concrete più insensate, proprio quelle che parevano pensate apposta per far risultare l’idea inaccettabile, errata, impossibile…» (57).

La filosofia dell’assurdo (1937), riedizione ampliata di Interiora rerum (1924), è una delle migliori opere rensiane. L’irrazionalità del mondo vi è dimostrata ricorrendo alle categorie stesse del reale, spazio e tempo, «categorie dell’assurdo». Lo spazio è molteplicità, e questa è la negazione dell’Uno eleatico, vera realtà razionale, e proliferazione dei Più, che vuol dire conflitto, ossia irrazionalità e assurdo. Il tempo è la negazione dell’eterno presente, la fuga continua, anzi, da ogni presente, poiché in ogni presente c’è del male: una fuga inutile, poiché il male, esso sì, è eternamente presente (58). La realtà perde ogni carattere di stabilità, immutabilità, razionalità. E’ un Tutto privo di senso, che non si può realmente chiamare Essere, ma che nemmeno può essere colto col concetto di Divenire. Non è Essere, poiché costantemente muta e sfugge a se stesso; non è divenire, poiché in questo mutare c’è pure qualcosa che permane. Non ci sono né il vero Essere né il vero Divenire: «Non c’è che quel povero Essere, quell’Essere apparente, che il senso e non la Ragione ci dà, il quale trapassa, cade, vive lo spazio d’un mattino; e quel povero Divenire, quel Divenire apparente il quale fa che tutto, nei consueti aspetti generali, continuamente ritorni. Non c’è, insomma (se ci collochiamo dal punto di vista della Ragione metafisica) se non il Divenire che non diviene e l’Essere che non è»(59). E’ proprio il concetto di povertà, più delle categorie metafisiche tradizionali, a dire il reale rensiano: l’essente è povero, poiché si trattiene al di qua sia dell’Essere (la cui piena realizzazione è l’Uno parmenideo) che del Divenire (la cui piena realizzazione è il Nulla).

Ma il povero Essere/Divenire si impone al singolo, per il suo intreccio di vita e morte, come qualcosa di terribile. «Il Tutto, –scriverà negli Scolii- il cosmo, l’Essere (Dio), è il Moloch che si nutre delle nostre carni, e la cui vita si erige sulle nostre morti. Insorgetevi contro a maledirlo» (60). Non è chiaro quale significato abbia questa maledizione nel pensiero rensiano. In nome di cosa è possibile maledire il Tutto? Dell’individuo? Ma per Rensi l’affermazione dell’individualità e dell’io è, come sappiamo, un atto antispirituale. Occorre una realtà da contrapporre al Tutto/Moloch. Vedremo che l’ultimo Rensi individuerà questa realtà nei valori.

2- continua

Note

41 G.Rensi, Autobiografia intellettuale.La mia filosofia.Testamento filosofico, Dall’Oglio, Milano 1989, p.25.

42 G.Rensi, Lineamenti di filosofia scettica, Zanichelli, Bologna 1919, p.3.

43 L.Giusso, Il ritorno di Faust, Tirrenia, Napoli s.d., pp.188-9. Adriano Tilgher inserirà Giuseppe Rensi in una sua Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (Guanda, Modena 1937), accanto a se stesso, a Martinetti, Costanzo Mignone (amico di Rensi e filosofo «leopardiano», come per molti versi fu lo stesso Rensi), Emilia Nobile (libera docente all’Università di Napoli e poi bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di quella stessa città; sviluppò un dualismo metafisico ispirato al pensiero di Böhme).

44 G.Rensi, Lineamenti di filosofia scettica, cit., p.246.

45 G.Rensi, Polemiche antidogmatiche, Zanichelli, Bologna 1920, pp. XVIII e XV.

46 G.Rensi, Lineamenti di filosofia scettica, cit., pp.298-9.

47 G.Rensi, L’irrazionale, il lavoro, l’amore, Unitas, Milano 1923, p.20.

48 Ivi, p.29.

49 G.Morra, «La morale di Giuseppe Rensi», in Aa.Vv., Giuseppe Rensi. Atti della «Giornata rensiana», cit., p.31.

50 G.Rensi, L’irrazionale, il lavoro, l’amore, cit, p.23.

51 G.Rensi, La filosofia dell’autorità, Sandron, Palermo 1920. Il volume è stato ripubblicato nel 1993 (De Martinis & C., Catania), e presentato da Manlio Sgalambro come «un misconosciuto classico della filosofia politica» (quarta di copertina). Eugenio Garin vi vide «la teorica anticipazione di tanta parte della peggiore retorica fascista» (E.Garin, Cronache di filosofia italiana, 1900-1043, Laterza. Bari 1966, p.400), e non a torto, anche se più recentemente ha voluto precisare: «Allora reagivo a caldo, tra simpatie e rifiuti, eccessivi ma sinceri sempre» (N.Emery, «Per una rilettura di Rensi. Una lettera di Eugenio Garin», in Aa.Vv., L’inquieto esistere. Atti…, cit., p.13). Sul pensiero politico rensiano, cfr. almeno, oltre altri studi già citati: C.Barbagallo, Passato e presente, Unitas, Milano 1924; G, Tarozzi, Giuseppe Rensi, in «Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto», a.XXII (1942); E. De Mas, Giuseppe Rensi tra democrazia e antidemocrazia, Bulzoni, Roma 1978; N.Bobbio, Profilo ideologico del Novecento, Einaudi, Torino 1986, E. Luciani, «L’itinerario politico», in Aa.Vv., Giuseppe Rensi, l’uomo, il filosofo, a cura di G. F. Viviani, Comitato di gestione della Biblioteca e delle attività culturali, Villafranca di Verona 1992.

52 G. Rensi, La filosofia dell’assurdo, Adelphi, Milano 1991, pp.18-19.

53 Ivi, pp.137-166.

54 G.Rensi, Apologia dello scetticismo, Formiggini, Roma 1926, p.54.

55 G.Rensi, Scolii, Montes, Torino 1934, p.114.