Le parole del papa prima dell’Angelus sono quelle attese: “La fede poi ci insegna che anche nelle prove più difficili e dolorose, - come nelle calamità che hanno colpito nei giorni scorsi il Sud-Est Asiatico -, Dio non ci abbandona mai: nel mistero del Natale è venuto a condividere la nostra esistenza”. Il Dio debole, appunto. Che non è Provvidenza che aiuta, ma Dio che condivide, Dio-uomo che si lascia sommergere dall’acqua, soffocare dai gas, bruciare nei forni, impiccare nelle carceri naziste. Ma aggiunge: “Il Bambino di Betlemme è Colui che, alla vigilia della sua morte redentrice, ci lascerà il comandamento di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato (cfr Gv 13,34). E’ nell’attuazione concreta di questo ’suo’ comandamento che Egli fa sentire la sua presenza”. Qui la situazione è anche peggiore. Dio ha dato quel che aveva da dare attraverso il comandamento dell’amore. Ha assegnato all’uomo un compito: sta a lui compierlo. La presenza di Dio nella storia non è che la presenza di quell’ingiunzione originaria (peraltro paradossale). Il comando opera nella storia come spina, per usare la terminologia di Elias Canetti. Anche in questo ragionamento il cristianesimo si dimostra alveo dell’umanesimo ateo.