L’ateismo mistico di Giuseppe Rensi (terza parte)
E’ bene tener presente la visione profondamente pessimistica e tragica che in Rensi accompagna lo scetticismo, per valutare il suo ateismo. Non è il caso di parlare di contraddizione tra lo scetticismo come sospensione del giudizio e la negazione dell’esistenza di Dio, come ha fatto Adriano Tilgher. (56) La presenza di Dio fa parte di una visione piena, consolatoria del mondo: essa cade quando il pensiero si incammina sulla via del disincanto, insieme ad altre illusioni (centralità dell’uomo nel mondo, idea del progresso, ecc.). Nella Apologia dello scetticismo il nostro filosofo chiarisce che, anche se nella storia della filosofia vi sono stati, da Pascal a Bradley, dei filosofi che hanno giustificato la fede in Dio proprio partendo dallo scetticismo, quest’ultimo resta un atteggiamento negativo, che critica, demolisce, confuta le varie «spiegazioni» della realtà, e la religione con esse (57).
L’ateismo rensiano e la critica della religione sono condensati nella Apologia dell’ateismo del 1925 e nelle Aporie della religione (1932), volumi che colpiscono per l’abbondanza ed il rigore logico degli argomenti, che meritano ancora oggi una considerazione non superficiale.
Come si è accennato, Ernesto Buonaiuti ha voluto leggere nell’ateismo rensiano una «insurrezione deviata» contro la commistione della politica fascista con la religione cattolica, culminata nel Concordato. Lo «scandalo» del comportamento dei cattolici in quel difficile periodo storico avrebbe impedito a Rensi di accettare quella fede verso la quale pure era intimamente sospinto (58). Non è difficile scorgere dietro questa interpretazione l’astio dello stesso Buonaiuti verso quella Chiesa cattolica che nel ’24 lo aveva scomunicato quale modernista. Come ha ben osservato Augusto Del Noce, l’idea sulla quale Buonaiuti ha fondato la sua lettura di Rensi è la seguente: «se la Chiesa avesse ascoltato Buonaiuti – o se Buonaiuti fosse stato Papa – Rensi si sarebbe convertito» (59). In realtà Buonaiuti travisa completamente il pensiero del nostro filosofo, parlando di «finale fede rensiana»; il suo volume su Rensi è «un’opera aprioristica e tendenziosa, che non riflette quasi mai il vero volto della filosofia rensiana», come notava Gianfranco Morra nel ’57 (60).
La religiosità rensiana, fondata sullo spirito religioso e quindi anche sul rifiuto della salvezza ultraterrena, fondamentalmente tragica, non poteva tradursi nella fede se non in modo estremamente problematico. Buonaiuti non prende molto sul serio la denuncia rensiana della vera e propria «bancarotta» della religione, (61) che è qualcosa di molto più grave e profondo dello scandalo della Conciliazione, così come non sembra disposto a prendere sul serio gli argomenti rensiani contro l’esistenza di Dio.
Nella Apologia dell’ateismo questi argomenti hanno come sfondo una concezione realistica e materialistica, elaborata da Rensi negli anni Venti, con i volumi Realismo (1925) - nel quale riscopre Ardigò e si propone come filosofo anche politicamente all’opposizione, parlando del nuovo spirito della filosofia, quello che sa distinguere i fatti dai sogni, la realtà dalla fantasia, ed è proprio di un’ «Italia delle schiene dritte» (62) - e Materialismo critico (1927) nel quale presenta, come si è già accennato, una interpretazione materialistica di Kant, attribuendo agli oggetti la capacità di assumere da sè, esistendo, il carattere di conoscibilità. Gli oggetti che esistono sono, in quanto tali, agnoscibilia, (63) ed è in questa conoscibilità, in questo loro apparire ad una coscienza, che consiste il loro essere. Essere ed apparenza dunque coincidono: e poiché ciò che appare si mostra ai sensi, la sfera dell’essere si restringe a ciò che è sensibile. Ma Dio non si mostra ai sensi –poiché Dio non può essere visto, toccato, esperito-; Dio dunque non esiste, conclude nella Apologia dell’ateismo. La negazione di Dio appare una questione di logica elementare, una cosa evidente come il fatto che due più due dà quattro. Poiché nello stesso concetto di Dio è inclusa la sua non esperibilità, la sua alterità rispetto a tutto ciò di cui l’uomo ha o può avere una conoscenza attraverso i sensi, Rensi può parlare di una vera e propria prova ontologica dell’inesistenza di Dio. «’Dio non è’ è un giudizio analitico, come ‘il corpo è esteso’. Alla stessa guisa che in questo il predicato si ricava esaminando il soggetto, così accade in quello» (64).
A questo primo, fondamentale argomento della Apologia dell’ateismo volle rispondere nel ’43 (a tre anni dalla scomparsa del nostro filosofo) dalle pagine della «Civiltà Cattolica» il gesuita E. Valentini, già suo studente presso l’Università di Genova. Il gesuita comincia la sua critica osservando che «un uomo qualsiasi che abbia l’uso di ragione non può giustificare l’ateismo»(65), per sostenere poi l’arbitrarietà della riduzione rensiana dell’Essere a ciò che può essere percepito ed esperito. Essere, obiettava, è soprattutto ciò che può essere colto dall’intelligenza. Tali sono, ad esempio, i principi fondamentali della logica, tali gli enti matematici, e tali, ancora, i valori. Una risposta debole, poiché è chiaro che l’esistenza di principi logici e matematici è un’esistenza meramente intellettuale, ed un ateo volentieri sottoscriverebbe l’affermazione secondo la quale Dio è un Ente meramente intellettuale, fatto della stessa sostanza degli enti matematici. Ma il riferimento ai valori (66) pone un problema reale nel contesto del pensiero rensiano, come vedremo.
Una obiezione presa in considerazione dal nostro filosofo è che di Dio si può avere esperienza, anche se non attraverso i sensi. Chi ha fede parla dell’esperienza religiosa, della intuizione, della percezione interiore nella quale la presenza dell’Altro appare indubitabile. Per Rensi si tratta di una esperienza tutto sommato patologica, di un fenomeno di autosuggestione, in cui la fede in Dio precede e genera la presenza di Dio; ad ogni modo, è una «vertigine mentale» (67) che nulla può realmente dimostrare, e cui bisogna piuttosto sottrarsi per riflettere serenamente. Ed è poi ben strano, osserva ancora nelle Aporie della religione –ed è una obiezione tutt’altro che superficiale- che Dio si faccia presente nel singolo mentre abbandona la natura e l’umanità «all’immoralità, all’insensatezza, all’egoismo più feroce, alla crudeltà, al sangue, alla guerra»(68). Ben fragile è l’esperienza religiosa, tutta interiore, di fronte alla esperienza pressante e drammatica di un modo che di Dio non dà segni.
Questi argomenti negano la realtà di Dio: ma Rensi si spinge oltre, mettendo in discussione la pensabilità stessa di Dio, la sua consistenza anche come semplice ens rationis. Dio è Persona, è intelligente, è buono. Riguardo all’essere persona, il nostro filosofo osserva che si tratta di un principio di finitezza, che attribuito a Dio ne fa un Ente limitato e distinto dagli altri enti-persone. Né, d’altra parte, si può negare a Dio la caratteristica di Persona, poiché un Dio impersonale è null’altro che la Natura con le sue leggi. Quanto all’intelligenza, essa è successione e mutamento di idee, contrastante perciò con la immutabilità di Dio. «Tra pensiero e spazio c’è una stretta analogia. Il pensiero è, per così dire, lo spazio interno… Implica la molteplicità, il dirompersi dell’assoluto Uno interiore in un corso ogni momento del quale non è più esattamente il precedente, in un corso che si divide in tante diramazioni diverse» (69). Una mente immutabile e perfetta è impensabile, è una non-mente; ma anche in questo caso, negare a Dio l’essere pensante equivale a nullificarlo. La bontà divina – caratteristica fondamentale, nota giustamente Rensi, perché se crediamo in Dio è perché cerchiamo «la Bontà da porre di fronte al male soverchiante del mondo fenomenico»- (70) implica difficoltà non minori. Ogni bontà è tale in opposizione ad un male. La stessa bontà divina, dunque, richiederebbe un male cui contrapporsi. La concezione di un Dio buono, che si prende cura degli uomini e li salva, è a ben vedere macchiata dall’egoismo, e poiché il vero spirito religioso per Rensi è la negazione dell’egoismo, come sappiamo, si tratta di una concezione irreligiosa, «ripugnante ad una religione profonda che richiede il totale rinnegamento dell’io, il completo ‘morire a sè stessi’» (71). E’ importante, per l’interpretazione complessiva dell’ateismo rensiano, tener presente questo punto: il nostro filosofo considera irreligiosa l’idea di un Dio che aiuta e soccorre gli uomini.
L’impossibilità di pensare Dio in modo non contraddittorio è per Rensi la conclusione di una progressiva volatilizzazione di Dio, alla quale corrisponde un sempre maggiore affinamento dello spirito religioso. In un primo momento Dio è concepito come un Ente concreto, personale, dotato di tutte le passioni umane, sostanzialmente antropomorfo, e come tale anche esperibile. E’ il Dio di Omero e dell’Antico Testamento, che si manifesta nello spazio e nel tempo, e perciò sfugge alla presa della critica rensiana. Ma questa concezione di Dio appare presto grossolana. Il progresso dello spirito religioso e l’affinamento del pensiero teologico-filosofico esigono una concezione meno antropomorfica. Dio diventa un Ente infinito, eterno, onnisciente: il Dio concreto diventa Dio-Tutto. Questo processo apre la via all’annullamento del concetto di Dio: «Allargandosi verso il Tutto, Dio è svaporato nel Nulla; e ne seno dell’abisso divino il Tutto e il Nulla sono diventati sinonimi» (72). Lo dimostrano, per Rensi, la teologia di Scoto Eurigena, la mistica di Silesius e quella delle Upanishad, con il loro neti neti, «non così, non così».
3- continua
Note
56 A.Tilgher, «Giuseppe Rensi o la rivolta contro il reale», nel vol. Filosofi e moralisti del ‘900, Libreria Editrice di Scienze e Lettere, Roma 1932, p.286.
57 G.Rensi, Apologia dello scetticismo, cit., pp.54-67.
58 E.Buonaiuti, Giuseppe Rensi. Lo scettico credente, cit., p. 143, p.109 e passim.
59 A.Del Noce, «Giuseppe Rensi tra Leopardi e Pascal ovvero l’autocritica dell’ateismo negativo in Giuseppe Rensi», in Aa.Vv., Giuseppe Rensi. Atti della «Giornata rensiana», cit., p.71.
60 G.Morra, Scetticismo e misticismo nel pensiero di Giuseppe Rensi, Ciranna, Siracusa-Palermo-Roma-Milano 1957, p.9.
61 G.Rensi, Brunetière e la bancarotta, in «Coenobium», a. I (1906-7), n.2, pp.51-55.
61 G. Rensi, Realismo, cit., p.7.
63 G.Rensi, Il materialismo critico, cit., p.35.
64 G.Rensi, Apologia dell’ateismo, La Fiaccola, Ragusa 1967, p.64.
65 E.Valentini, La dottrina ateistica di Giuseppe Rensi, in «Civiltà Cattolica», a.94 (1943), vol.III, p.103. Osservazione che risponde, invero, alle dure affermazioni dello stesso Rensi: «Negare l’ateismo è cadere nell’allucinazione, nella pazzia»; «…chi crede nell’esistenza di Dio, è pazzo nel più rigoroso senso della parola…» (Apologia dell’ateismo, cit., pp.23 e 27).
66 In modo simile G.Perano: «quegli ideali della cui esistenza Rensi non dubitava affatto e che permeavano ogni sua attività, sono forse qualcosa di visibile e di tangibile?» (Il problema della verità nello scetticismo di Giuseppe Rensi, Pontificia Università Lateranense, Roma 1974, p.47).
67 G.Rensi, Apologia dell’ateismo, pp.68-72.
68 G.Rensi, Le aporie della religione, Etna, Catania 1932, p.208.
69 G.Rensi, Apologia dell’ateismo, cit., p.78-9.
70 Ivi, p.80.
71 Ivi, p.81.
72 G.Rensi, Le aporie della religione, cit., p.27.







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