In memoria di F. M.

I.

Deriva di frammenti i diecimila esseri
fragili cattedrali di materia
madre distratta e muta:
e illusoria la signoria del dire.

Parole intorno tentano le cose
finché cadono stanche di se stesse
senza nulla toccare, poiché nulla
è il tutto e non c’è cosa
che possa innamorare una parola.

Lontana l’antica radice delle cose.

II.

Come da sempre atteso ora è fisso
il tuo sguardo su un antico andare
su un andare antico e solitario io
io vorrei camminare con te
accanto accanto camminare
ma ho paura del tuo sguardo antico
paura del tuo sguardo e del suo oltre
oltre da sempre atteso
antico oltre sul tuo sguardo antico.

III.

Sogno a volte una terra di betulle
stupita d’erba e d’innocenza
una terra di case dal tetto di frasche
con vaste macerie d’un regno di giganti
e serene montagne in lontananza.

Sogno una terra di silenzio, a volte.

Pure spesso ci siamo lasciati innamorare
dall’ulivo, presenza primordiale,
dal suo sofferto stare sulla terra:
dal dolore folle, ultimo sguardo sul mondo
di chi va al silenzio o all’estasi.

IV.

L’Ucraina, dicesti, ha immensi campi
di girasoli (solicelli li chiamano)
che cammini per giorni e non ne vedi la fine:
ridenti devoti raccolgono donano
la densa rete di gioia del sole.

Sospendono il giorno, allegri
e vi appendono una corda:
con coraggio t’arrampichi.
Io ti vedo svanire non so dove
solo coscienza di cose
del non essere cosa delle cose.

V.

Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.
Qualunque cosa sia successa è certo
che noi non accettiamo alcuna assenza.

VI.

Si è spaccata la notte su di te
con un suono metallico. L’eterno
è stupore presente, senso nuovo:
l’altro in te, l’eterno
l’orribile gioioso eterno altro in te
e tu eterno per sempre
tu benvenuto, accolto.

VII.

Sorprendo a volte nelle cose
una luce diversa, in cui risuona
una promessa o forse un’ingiunzione
(batte il tempo un ritmo nuovo
quel ch’è perso si ritrova.)

Mi chiedo se non sia d’un’altra terra
una terra oltre quella degli ulivi
più in là dei girasoli e le betulle.

VIII.

Dalla tempesta dei diecimila esseri
uomini come foglie precipitano.

Pietosa l’antica radice li raccoglie
regalandogli un nome ed un destino.