minimo karma    retomar o pedaço que falta

Testi

HolbachCerto che saprà farne buon uso, metto nelle mani del lettore questo divertissement del barone d’Holbach: che tratteggia efficacemente - e, mi sembra, elegantemente - una categoria dello spirito umano che è sopravvissuta alla fine della monarchia; e s’esalta, anzi, e prevale, e domina in quelle corti moderne che sono le aziende, e le università, e i partiti, e i sindacati, e le stanze della burocrazia: ed altro ancora.
La traduzione è condotta su:
Essai sur l’art de ramper, à l’usage des Cortisans, estratto da: Correspondance littéraire, philosophique et critique adressée a un souverain d’Allemagne […] par le baron de Grimm et par Diderot, Buisson, Paris 1813, tomo quinto (dicembre 1790), pp. 611-619.

L’uomo di corte è senza alcun dubbio il prodotto più curioso che la specie umana possa mostrare. E’ un animale anfibio, in cui tutti i contrasti si trovano comunemente riuniti. Un filosofo danese paragona il cortigiano alla statua composta da materia diverse che Nabucodonosor vide in sogno. “La testa del cortigiano è, dice, di vetro, i capelli sono d’oro, le mani sono di pece resina, il corpo è di gesso, il cuore è metà di ferro e metà di fango, i piedi sono di paglia, ed il suo sangue è un composto di acqua e argento vivo.”
Bisogna riconoscere che un animale così strano è difficile da definire; ben lungi dall’essere conosciuto dagli altri, può appena conoscersi sa sé; tuttavia sembra che, tutto sommato, lo si possa mettere nella classe degli uomini: con questa differenza, però: che gli uomini ordinari hanno un’anima sola, mentre l’uomo di corte pare che ne abbia diverse. In effetti, un cortigiano è ora insolente, ora umile; ora della più sordida avarizia e dell’avidità più insaziabile, ora delal prodigalità più estrema; ora dell’audacia più netta, ora della più vergognosa vigliaccheria; ora dell’arroganza più impertinenza, ora della più studiata cortesia: in una parola, è un Proteo, un Giano, o piuttosto un Dio dell’India, che si rappresenta con sette facce diverse.
Quali che siano, è per questi animali così rari che le nazioni sembrano fatte; la Provvidenza le destina ai loro minimi piaceri; il sovrano stesso non è che il loro uomo d’affari; quando fa il suo dovere, non ha altro impiego che accontentare i loro bisogni e soddisfare le loro fantasia: ben felici di lavorare per questi uomini necessari di cui lo Stato non può fare a meno. Non è che per loro interesse che un monarca deve aumentare le tassem fare la pace o la guerra, immaginare mille invenzioni ingegnose per tormentare e salassare i suoi popoli. In cambio di queste cure i cortigiani riconoscenti pagano il monarca con compiacenze, assiduità, adulazioni, bassezze, e il talento di barattare queste grazie con merci importanti è senza dubbio il più utile alla Corte.
A dire il vero i filosofi, che generalmente sono persone di cattivo umore, considerano il mestiere di cortigiano vile, infame, da impostori. I popoli ingrati non avvertono quanto grandi sono gli obblighi che hanno verso questi grandi generosi che, per tenere il sovrano di buon umore, sono dediti alla noia, si sacrificano ai suoi capricci, immolano continuamente per lui il loro onore, la loro probità, il loro amor proprio, la loro vergogna e i loro rimorsi. Questi imbecilli non avvertono dunque il prezzo di questi sacrifici? Non pensano a quanto costa essere un buon cortigiano? Per quanta forza di spirito si abbia, per quanto corazzata sia la coscienza per l’abitudine di disprezzare la virtù e calestare la probità, gli uomini ordinari provano sempre una pena infinita a soffocare nel loro cuore la voce della razione. Solo il cortigiano giunge a ridurre al silenzio questa voce importuna; solo lui è capace di uno sforzo tanto nobile.
Se esaminiamo le cose da questo punto di vista vediamo che, di tutte le arti, la più difficile è quella di strisciare. Quest’arte sublime è forse la più meravigliosa conquista dello spirito umano. La natura ha messo nel cuore di tutti gli uomini un amor proprio, un orgoglio, una fierezza che sono, di tutte le disposizioni, le più difficili da vincere. L’anima si rivolta contro tutto ciò che cerca di deprimerla, reagisce con vigore tutte le volte che la si ferisce in quel luogo sensibile; e se non si prende di buon’ora l’abitudine di combattere, di comprimere, di schiacciare questa potente energia, diviene impossibile padroneggiarla. A ciò il cortigiano si esercita sin da piccolo, con uno studio senza dubbio più utile di tutti quelli di cui ci vantiamo enfaticamente, e che annuncia in coloro che hanno per tal via acquisito la facoltà di soggiogare la natura una forza di cui pochissimi esseri sono dotati.E’ per questi sforzi eroici, per queste battaglie, per queste vittorie che un abile cortigiano si distingue e perviene ad un livello di insensibilità che tale da procurargli la fiducia, gli onori, quelle grandezze che sono oggetto dell’invidia dei suoi simili e di ammirazione pubblica.
Non si osi esaltare ancora i sacrifici che la religione fa compiere a coloro che vogliono guadagnare il cielo! Che non si parli della forza d’animo die filosofi alteri che prenendono disprezzare tutto ciò che gli uomini stimano! I devoti ed i saggi non hanno potuto vincere l’amor proprio; l’orgoglio sembra molto compatibile con la devozione e la filosofia. Solo al cortigiano è riservato di trionfare su se stesso e di riportare una vittoria completa sui sentimenti del suo cuore. Un perfetto cortigiano è senza alcun dubbio il più sorprendente degli uomini. Non parlate più dell’abnegazione dei devoti per la Divinità: la vera abnegazione è quella di un cortigiano per il suo padrone; vedete come si annienta in sua presenza! Diviene una semplice macchina, o piuttosto non è niente; attende da lui il suo essere; cerca di riconoscere nei suoi tratti quello che deve avere lui stesso; è come cera molle, pronta a ricereve tutte le impressioni che gli si vorrà dare.
Vi sono dei mortali che hanno qualche rigore nello spirito, un difetto di elasticità alla schiena, una mancanza di fressibilità alla nuca. Questa infelice costituzione fisica impedisce loro di perfezionarsi nell’arte di strisciare e li rende incapaci di avanzare a Corte. I serpenti e i rettili arrivano alla cima delle montagne e delle rocce, dove il più cavallo più impetuoso non può inoltrarsi. La corte non è fatta per persone altere, inflessibili, incapaci di prestarsi ai capricci o di cedere alle fantasie, e nemmeno, quando occorre, approvare o favorire i crimini che la grandezza giudica necessaria al benessere dello Stato.
Un buon cortigiano non deve mai avere una opinione sua, ma solo quella del suo signore o del ministro, e la sua sagacia deve sempre fargliela presentire; cosa che suppone un’esperienza consumata ed una conoscenza profonda del cuore umano. Un cortigiano non deve mai avere ragione, non gli è permesso di avere più spirito del suo signore o chi chi gli distribuisce i suoi favori, deve sapere bene che il sovrano e l’uomo in vista non possono mai essere ingannati.
Il cortigiano ben allevato deve avere lo stomaco abbastanza forte per digerire tutti gli affronti che il suo signore vorrà fargli. Deve imparare fin dalla più tenera infanzia a dominare la sua fisionomia, per timore ch’essa tradisca i moti segreti del suo cuore o sveli un dispetto involontario che un’offesa potrebbe farvi nascere. Per vivere alla corte occorre avere un controllo completo sui muscoli del viso, al fine di assistere senza batter ciglio alel cose più disgustosamente sanguinose. Un musone, un uomo che abbia cattivo umore o suscettibilità non vi riuscirebbe.
In effetti, tutti coloro che hanno il potere nelle mani prendono molto male che qualcuno dia segno di avvertire le punzecchiature che hanno la bontà di fare, o che dia mostra di lamentarsene. Davanti al suo signore, il cortigiano deve imitare quel giovane spartano che venne frustato per aver rubato una volpe; benché durante l’operazione l’animale nascosto sotto il mantello gli straziasse il ventre, il dolore non gli fece uscire il minimo grido. Quale arte, quale controllo di sé richiede questa dissimulazione profonda che costituisce la prima caratteristica del vero cortigiano! Bisogna che senza posa sappia blandire i rivali con un’apparenza di amicizia, che mostri un viso aperto, affettuoso, a coloro che più detesta, abbracciare con tenerezza il nemico che vorrebbe soffocare; bisogna infine che le menzogne più impudenti non producano sul suo viso alcuna alterazione.
La grande arte del cortigiano, l’oggetto essenziale del suo studio, è di informarsi sulle passioni ed i vizi del suo signore, per afferrarlo dal lato debole: è assicurato che per questa via otterrà la chiave del suo cuore. ama le donne? Bisogna procurargliene. E’ devoto? Bisogna diventare devoti o ipocriti. E’ ombroso? Gli si offrano sospetti su tutti quelli che lo circondano. E’ pigro? Mai parlargli d’affari. In una parola, bisogna servirlo a modo suo e soprattutto adularlo continuamente. Se è uno sciocco, non si rischia nulla a essere prodighi di adulazioni che è ben lungi dal meritare; ma se per caso ha dello spirito o del buon senso, cosa che raramente è da temere, bisognerà avere qualche riguardo.
Il cortigiano dovrà curare di essere affabile, affettuoso ed educato con tutti quelli chje possono aiutarlo o nuocergli; può essere arrogante solo con quelli di cui non ha bisogno. Deve sapere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, deve omaggiare profondamente la donna di camera di una dama di rango, conversare familiarmente con il maggiordomo o il valletto di camera del ministro, carezzare il cane del primo commesso. Infine, non gli è consentito di distarsi un solo istante. La vita del cortigiano è uno studio continuo.
Come Arlecchino, un vero cortigiano dev’essere amico di tutto il mondo, ma senza avere la debolezza di legarsi a nessuno. Obbligato a vantarsi dell’amicizia e della sincerità, non deve mai attaccarsi ad altri che all’uomo di potere, e questo attaccamento deve cessare appena il suo potere cessa. E’indispensabile detestare su due piedi chiunque dispiaccia al signore o al favorito influente.
Si giudichi da quanto s’è detto se la vita di un perfetto cortigiano non è un lungo susseguirsi di penose sofferenze. Le nazioni potranno mai pagare troppo un corpo di uomini che a tal punto si consacrano al servizio del principe? Tutti i tesori dei popoli bastano appena a ripagare degli eroi che si sacrificano interamente alla felicità pubblica; non è giusto che degli uomini che si dannano così di buon grado per il vantaggio dei loro concittadini siano almeno ben pagati in questo mondo?
Quale rispetto, quale venerazione dovremo avere per quegli esseri privilegiati che il rango e la nascita rendono naturalmente così fieri, vedendo il sacrificio generoso che fanno della loro fierezza, della loro alterigia, del loro amor proprio! Non possiedono sempre quel sublime abbandono di sé, tanto da adempiere al seguito del principe le stesse funzioni che l’ultimo valletto compie al seguito del suo padrone? Non trovano nulla di vile in tutto ciò che fanno per lui; che dico? si glorificano degli impieghi più vili fatti per la sua sacra persona; ambiscono giorno e notte la buona sorte di essergli utile, lo guardano a vista, si rendono ministri compiacenti dei suoi piaceri, si accollano le loro sciocchezze o si affrettano ad applaudirle; in una parola, un buon cortigiano è talmente assorto nell’idea del suo dovere, che spesso s’inorgoglisce di fare cose cui un onesto lacché non vorrebbe mai prestarsi. Lo spirito del Vangelo è l’umiltà;il Figlio dell’Uomo ci ha detto che chi si esalta verrà umiliato, e il contrario non è meno sicuro. La gente di corte segue il precetto alla lettera. Non siamo sorpresi, dunque, se la Provvidenza li ricompensa a dismisura per la loro docilità e se loro abiezione procura loro gli onori, la ricchezza ed il rispetto delle nazioni ben governate.

Pubblicato il 31-05- 2005 10:20 am | Commenti (2) |
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Diario

Il cruccio più grande, forse, è d’avere una Weltanschauung così scombinata: ancora questa spaccatura, che mi fa duplice e nemico di me stesso: affermando e negando, facendo e disfacendo, passeggiando a mio agio nel campo del nulla e affaticandomi a piantare, in quello stesso campo sterile, l’albero della vita: attendendo il momento in cui tutto fiorirà, sorgerà a primavera, si farà casa e arca. Vorrei decidermi, tagliarmi infine: soffocare una parte di me stesso, ed essere uno, e amico di quest’uno.

Pubblicato il 8:25 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

Dal punto di vista di quella che potremmo chiamare la tonalità esistenziale, esistono cinque tipi di uomini: gli stupefatti, gli annoiati, i radicati, i protesi, gli andati. Per i primi ogni giorno della vita è come se fosse il primo e come se fosse l’ultimo, è come se in ogni istante nascessero e morissero, vedono per la prima volta - e per l’ultima - ogni cosa ed ogni essere: stanno nel mondo col naso per aria, a sorridere e piangere: il perché non sanno. Gli annoiati forse una volta erano stupefatti, poi all’improvviso il mondo gli si è scolorito, ed ora ripetono con Lucrezio che, anche a vincere i secoli, il mondo e la natura nulla avrebbero da offrire di nuovo; e vanno avanti, infastiditi da sé, dagli altri, dalle cose: il perché non sanno. I radicati stanno nel mondo ben fissi, appartengono ad una storia e ad una tradizione, hanno orgogli da difendere e verità da sbandierare, potrebbero in qualsiasi momento buttar giù dieci pagine con le loro certezze. Godono di salute invidiabile, né annoiati né stupefatti, ma concentrati. Hanno una intera provvista di perché. I protesi hanno le radici nel futuro. Come i radicati, dunque, hanno mille perché, ma sono perché sospesi, non certezze ma speranze; e quindi stanno nel mondo inquieti, non concentrati ma indignati; e quindi non vivono, propriamente, ma sperano di vivere; e quindi sono infelici, ma costantemente vanno col pensiero alle radici, alla vita che sarà, e ne traggono un po’ di pace. Gli ultimi sono gli andati. Hanno tagliato il cordone che li lega alla vita, non hanno perché e non ne avvertono il bisogno, non provano né stupore né noia alla vista delle cose, concepiscono se stessi come elementi di un paesaggio dipinto dal caso che una mano intelligente sta per strappare.

Pubblicato il 28-05- 2005 4:30 pm | Commenti (5) |
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Recensioni

Cent'anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggioJames Hillman è il più autorevole rappresentante della tradizione psicanalitica junghiana, autore di testi di grande successo come Il codice dell’anima e L’anima del mondo. Michael Ventura è un giornalista e scrittore americano del tutto sconosciuto da noi. Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio (Rusconi, Milano 2005), uscito in America nel 1991 ed in una prima edizione italiana nel 1998 (presso Raffaello Cortina), è un dialogo tra Hillman e Ventura sulla situazione attuale della psicanalisi e, naturalmente, sulla situazione attuale del mondo considerata attraverso le lenti della psicanalisi, costruito in modo inusuale anche per un libro a quattro mani: ad un primo dialogo tra i due sulle Pacific Palisades a Santa Monica segue uno scambio di lettere, nel quale a dire il vero risulta proibitivo seguire il filo della discussione, cui segue un altro dialogo interrotto da telefonate e messaggi nella segreteria telefonica.
A cent’anni dalla sua creazione, dunque, la psicanalisi (per la precisione il titolo originale e quello della prima edizione italiana parlano di psicoterapia) si mostra fallimentare; eppure non si può dire che Freud abbia alimentato sogni di liberazione o palingenesi sociale. Prometteva più modestamente di rendere più tollerabile la vita, curando le nevrosi. Queste, invece, sono cresciute, il malessere dell’uomo contemporaneo ha raggiunto proporzioni inquietanti, e la psicoterapia sembra impotente a fronteggiarlo. Perché? La causa di questo fallimento è individuata da Hillman principalmente in un errore di prospettiva: la psicanalisi fissa l’uomo al passato, lo ricaccia indietro, lo chiude nella sua infanzia, mentre dovrebbe metterlo in contatto con il suo presente, gettarlo nel mondo, indurlo a problematizzare il sistema in cui vive. Le cause del malessere sono cause attuali: sono cause economiche, ecologiche, urbanistiche e così via. È la costruzione di un sistema di vita impossibile che rende impossibile la vita dei singoli. Diventa chiaro il significato politico della psicoterapia: la relazione terapeutica, inducendo a indagare le cause sociali del malessere, diventa una sorta di «cellula nella quale si prepara la rivoluzione» (p. 51). Idea apprezzabilissima, benché nulla affatto nuova. Una idea molto lontana, comunque, da quello che è la psicoterapia, la quale, afferma Hillman senza mezzi termini, è diventata un’industria, un business come un altro, in mano a professionisti della normalità, uomini noiosi custodi del ben pensare, preoccupati di non mettere in discussione il pensiero dominante della classe media per non perdere clienti.
Quando si vuol fare la rivoluzione, è bene avere le idee chiare. Indicato il luogo della rivoluzione, che è lo studio dello psicoterapeuta, in che modo ci si dovrà muovere? Ridefinendo il concetto di Sé, risponde Hillman; e ridefinendolo in modo tale che il Sé non sia più un Sé, ma rifletta altro. Il Sé come «interiorizzazione della comunità» (p. 53; corsivo nel testo). Questo Sé ecologico e comunitario, anzi animistico, che non esiste se non partecipa, è la leva del cambiamento che porta dalla comunità globale – che ci fa essere in contatto con tutto il mondo, ignorandoci l’un l’altro – alla comunità locale, all’interessamento per chi vive nell’appartamento accanto al nostro. Ventura obietta, molto sensatamente, il rischio di fascismo: «Ma se la comunità agisce troppo attraverso di lei allora lei non esiste. E quando lei non esiste, si apre alla possessione da parte di qualsiasi forza o idea o demagogo che cerchi di impossessarsi di lei.» (p. 55) Hillman risponde contrapponendo al tribalismo fascista il tribalismo vero e proprio, nel quale il Sé è comunitario ma l’individualità è rispettata. Prova ne sarebbe, per Hillman, che nelle società tribali la gente ha nomignoli assolutamente individuali. Cosa vera - e non solo per le società tribali in senso stretto - ma che in realtà esprime non tanto il rispetto della individualità, quanto il peso del giudizio della comunità nella definizione stessa della individualità: un peso che può opprimere ed essere esso stesso causa malessere psicologico. Difficile contestare l’importanza di occuparsi della comunità locale e di prendersi cura di chi ci è vicino, ma si tratta in questi casi di una scelta, dell’attenzione che un individuo rivolge al suo ambiente prossimo, non della dionisiaca immersione nella comunità, né dell’abbattimento delle barriere che separano la mia individualità da quella del mio vicino.
Un passo avanti viene compiuto con la seconda proposta politica di Hillman, che curiosamente esprime con un termine teologico, kenosis, che come è noto esprime l’idea dell’indebolimento del Cristo. Hillman lo usa per indicare la protesta politica vuota, senza meta, fine a se stessa. So che qualcosa non va, e protesto; non dico come le cose dovrebbero andare, non dico cosa bisognerà fare, non indico vie. Protesto e basta. Come forma di azione, associa questa kenosis alle figure di Gandhi e Martin Luther King, con un accostamento alquanto discutibile, perché, almeno nel caso del Mahatma, non si tratta affatto di una protesta vuota o debole (il metodo gandhiano si chiama satyagraha, ossia forza della verità), né di una semplice opposizione al negativo, comportando tutta una proposta di organizzazione del mondo economico, politico, educativo e religioso. La proposta tuttavia non è ingenua. C’è qualche sanità nel rifiutarsi di adeguarsi alle richieste del potere politico o della organizzazione economica. Viene da chiedersi se questa seconda via non possa entrare in conflitto con la prima. Nel caso in cui la nostra comunità locale sia impregnata di mentalità mafiosa – non solo il governo locale, voglio dire, ma l’intera comunità -, dovremo adeguarci, farci mafiosi anche noi, o piuttosto separarcene, praticare la kenosis, denunciare ciò che non va?
Questa seconda prospettiva consente di valorizzare il sintomo come fatto di rilevanza politica. Il mio sintomo mi dice che c’è qualcosa che non va in me. Approfondendolo, mi rendo conto che è la reazione a qualcosa che non va nella società. Se è così, il fatto che io abbia dei sintomi è positivo, vuol dire che non sono ancora assuefatto al brutto, all’utile, alla mediocrità dominante. Il sintomo è ciò che mi salva. Curare un sintomo, normalizzarsi, è una follia. Significherebbe rinunciare ad essere autentici per rifugiarsi nella mediocrità, peraltro senza grande successo, perché la normalizzazione, la rimozione del sintomo, porta poi all’esplosione della violenza. Il sintomo non va represso, ma deve ricevere una forma, cosa che solo l’arte può fare. La psicoterapia sarà dunque arte, con il compito di accedere all’immagine, di trovare uno sfogo per la follia che sia diverso dalla follia di un mondo di individui di plastica. Una psicoterapia così intesa non è più normalizzatrice. «Se la terapia immagina che il suo compito sia quello di aiutare la gente a sopportare (e a non protestare), ad adattarsi (e a non ribellarsi), a normalizzare le proprie eccentricità, ad accettarsi e a ‘lavorare all’interno della propria situazione, per trasformarla a proprio vantaggio’ (invece di rifiutare l’inaccettabile), allora la terapia sta collaborando a realizzare quello che vuole lo Stato; una plebe docile» (p. 192), afferma Hillman. La psicoterapia sarà dunque quella forma di arte che fa entrare la follia nelle nostre vite individuali per cacciarla via dalla storia, che ci spinge alla creatività, alla eccentricità, alla inevitabile marginalità in un mondo mediocre.
Dopo aver acceso le speranze del lettore, mostrandogli la via di una liberazione possibile attraverso l’arte (idea che dal Romanticismo non cessa di sedurci), Hillman e Ventura lo freddano con qualche scambio di battute che mostra quanto esile sia lo spazio per un’arte realmente contestatrice dell’esistente. Ad Hillman che lamenta che il mondo è diventato materia morta, e che non siamo più capaci di amare le cose, Ventura confessa il suo grande amore per la sua Chevrolet Malibu del ‘69; non un amore metaforico, precisa: «io amo veramente la mia macchina. E lei ama me: lo sento.» E Hillman: «Certo! E questo la salva, Michael. Non me ne ero mai accorto, prima, ma l’amore per quella macchina la sostiene sano di mente.» (p. 221) Affermazione che andrebbe bene come slogan per la pubblicità di qualche automobile. Peraltro, lo stesso Hillman spiega poco più avanti che la pubblicità ed il consumismo svolgono la meravigliosa funzione di tenere desto il nostro desiderio per il mondo.
Qui, insomma, finisce la rivoluzione di Hillman e Ventura. «Peccato», pensa il lettore chiudendo il libro. «Sarà per un’altra volta.»

Pubblicato il 26-05- 2005 5:21 pm | Commenti (2) |
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Schizzi e studi

Si racconta di un tale che, mandato al fronte durante la prima guerra mondiale, se ne andò tranquillamente nel campo nemico. Recuperato precipitosamente dai commilitoni prima che una pallottola ponesse fine alla sua passeggiata, così si giustificò: “Volevo mettere pace”.
La cosa fa ridere, indubbiamente; ma che questa cosa faccia ridere, è una cosa che non fa ridere. Perché un soldato non può mettere pace? Perché, ovviamente, non c’è nulla di personale nella guerra. Non è una lite tra lui e gli uomini di là dal fronte. Potrebbero tranquillamente bere qualcosa insieme, invece di combattersi. E invece si combattono. Perché? Si combattono perché, pur non essendoci nulla di personale tra loro, c’è molto di impersonale. Si combattono non come individui, ma come popoli. Il conflitto è tra popoli, tra collettività, tra masse. L’atto che ha reso possibile il conflitto è stato un ricompattarsi del popolo, della collettività, della massa: l’uccisione dell’individuo; o meglio, l’insediamento, all’interno dell’individuo, del rappresentante del popolo: elemento trascendente ed egemone, che come un cancrosi piazza al centro della personalità e ne assorbe tutte le risorse. Qualcosa dell’individuo resta, può anche succedere che in casi rari un uomo riesca ancora a vedere l’individualità sua e del nemico ed a chiedersi se non si possa risolvere tutto con un bicchiere di vino: ma è escluso che gli altri possano comprendere il suo gesto, condividere la sua visione, sospendere la follia impersonale per concedersi una parentesi di follia individuale.
Poiché il soggetto che fa la guerra non è l’individuo, ma il popolo, che si insedia negli individui attraverso i suoi rappresentanti, l’unica via che conduca fuori dalla guerra è la distruzione del popolo. Distruzione che non può avvenire che in due modi: o i popoli vengono trascesi, fusi nella superiore unità dell’umanità, o i popoli vengono corrosi alla base, disgregati, polverizzati nella molteplicità degli individui. E’ lecito sospettare della prima via. Il pericolo è che al posto del rappresentante del popolo si insedi nell’individuo il rappresentante dell’umanità, un cancro ancora più potente, che faccia cessare i conflitti al costo terribile della totale, impersonale organizzazione del vivere umano, che rende automatismo l’etica e grazia l’estasi del Tutto. Meno rischi comporta l’erosione del popolo. Cesserà la guerra quando si avrà l’orgoglio di dire Io; quando si dimenticheranno lingua e religione, e se ne inventeranno di proprie; quando il prossimo sarà lontano, e ci sarà una distanza infinita tra me e chiunque altro; quando le collettività saranno rese impossibili non dalla legge, ma dalla naturale repulsione dell’individuo; quando le emozioni collettive saranno evitate come si evita una droga pericolosa; quando la gerarchia sarà un ricordo del passato; quando ognuno sarà centro e periferia, alfa e omega, inizio e fine di se stesso.

Pubblicato il 25-05- 2005 8:30 pm | Commenti (9) |
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Oware

D’estate Yadranka correva per tutta la borgata
era uno spettacolo vederla
con il suo vestitino giallo e azzurro
e cantava cantava una canzone
senza parole, solo vita e allegria
poi spariva in qualche suo mondo segreto
per giorni e giorni, e tutti erano in ansia
qualcuno piangeva, altri speravano
finché ricompariva con le sue canzoni senza parole
ed il suo vestitino giallo e azzurro
la piccola Yadranka.

La mia rabbia, dottore,
non è una cosa che si possa dire
con le parole scritte nei suoi libri
perché nei suoi libri non c’è scritto
che le montagne possono aprirsi
diventare sensuali ed accoglienti
inghiottirti e rimetterti al mondo
in un mondo in cui i fiori sospirano orgasmi
e tutto quel che vive s’offre lieto
e tutto quel che vive s’offre lieto
appena dietro il paravento, appena dietro
il giorno, appena dietro la mia maschera
appena dietro il mio nome e cognome,
il mio nome che odio, il cognome che rinnego,
la mia storia, la nostra storia d’uomini
che non è vera, che non è mai accaduta
la nostra finta storia di creature
con un nome e un cognome.

Una volta ricordo che Yadranka
pianse per cinque settimane
le lacrime inondavano la borgata
scendevano a valle
minacciavano le città lontane
le grandi vere lacrime di Yadranka:
e in lontananza gli uomini nudi
sacrificavano bestie al dio
per evitare l’ultima tragedia
per evitare la morte per annegamento
la vita che si chiude nella gola
che ti gonfia i polmoni che ti esplode
nel centro del petto come un sole marcio
come un sole marcio e maledetto.

Io nego la sua ragionevolezza
e l’opportunità di tutto questo
la stanza, voglio dire, e le finestre
e l’attesa e i pronomi possessivi
perché io sono il dio della foresta
la pioggia che martella nel centro del pianeta
la madre di mia madre
il figlio di mio figlio
la serpe che si mangia la coda
e tutto quanto il resto.

Pubblicato il 24-05- 2005 9:33 pm | Commenti (1) |
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Diario

E così è morto Ricoeur. Non ne sapevo nulla: dovrei seguire un po’ di più i telegiornali - i giornali non li leggo mai -, ammesso che i telegiornali abbiano dato la notizia della morte di Ricoeur. Mi piacque molto Della interpretazione. Saggio su Freud. Lo impiegai anche per un mio breve saggio sul concetto di Dio, una decina di anni fa, quando scrivevo su una rivista che si chiamava Prospettiva Persona, ed il cui comitato scientifico era presieduto proprio da Ricoeur. All’epoca mi ritrovavo, pur con qualche inquietudine, nel personalismo comunitario. Smisi di scrivere su quella rivista dopo un editoriale in cui i pacifisti erano bollati con l’originalissimo aggettivo di “pantofolai”. Oggi non so dire se mi irrita di più la parola persona o la parola comunità.

Pubblicato il 3:34 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Nel circolo dell’eternità. Miseria dell’azione: affaccendarsi, brigare, sudare intorno ad uno scopo. L’agire libero è altro. Giunge allo scopo ma non cerca lo scopo. Dalla contemplazione scende l’agire puro. Agire giusto, ma indifferente alla giustizia. Agire nella bellezza, che la bellezza non cerca. Azione che non si cura del frutto, e dà frutti. Limpida attestazione dell’essere, non brama.

Pubblicato il 15-05- 2005 10:05 pm | Commenta questo post (0) |
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Segnalazioni

Gustave le Bon, Ieri e domani. Un libro del 1918 dell’autore della Psicologia della folle. Mai tradotto in italiano.

Pubblicato il 9:26 am | Commenta questo post (0) |
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Diario

You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all that’s left to hold on to You’re all (more…)

Pubblicato il 09-05- 2005 5:14 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

“Dammi, ti prego, il mio pane quotidiano
anche se oggi è così duro e nero da spaccarmi i denti”.

Già, Lisi. Così duro e nero da spaccare i denti.

Pubblicato il 08-05- 2005 9:46 am | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

“La gente crea dei gruppi per praticare la stupidità di gruppo.”

Kodo Sawaki

Pubblicato il 07-05- 2005 2:05 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

La mia è una città meridionale. Come tante altre città meridionali, ha un rapporto particolare con i rifiuti. Ama guardarseli un po’, prima che venga l’implacabile camion e se li porti via, verso il loro atroce destino. C’è della saggezza in tutto questo: chiaramente. Le cose che sono state nostre continuano ad avere qualcosa di noi. Non le si può abbandonare così, senza un ultimo sguardo amorevole. Pensiero primitivo, si dirà. Ma il pensiero primitivo non esiste più. E’ stato pienamente riabilitato dagli antropologi, come pensiero semplicemente altro.
Dunque. Ho intralciato l’amorevole sguardo d’un seppellito in casa, prossimo immagino alla finestra, e per qualche attimo la direttrice magica del suo guardare m’ha condotto su un pezzo di memoria posto lì, accanto al cassonetto della monnezza. Era, il pezzo di memoria, una relitto di quello che una volta era un mobile; un quadrato in simil legno - compensato o Dio sa cosa - con ancora attaccato, intatto, un adesivo bianco con una scritta rossa. La scritta diceva: “Prima di aprire il letto a castello è obbligatorio fissarlo al muro, utilizzando l’apposita ferramenta di cui ogni mobile è corredato. La Ditta declina ogni responsabilità derivante dalla mancata osservazione di tali disposizioni.”
Dunque. Per una decina d’anni, o forse più, ho dormito in un letto a castello, incassato in un mobile fatto di simil legno - compensato, o Dio sa cosa. Per una decina d’anni, o forse più, mi sono addormentato rannicchiandomi sul lato sinistro, e all’ultimo sguardo il mondo si rattrappiva in un adesivo bianco con una scritta rossa, che mi avvertiva di alcune indispensabili precauzioni.
Ho sentito, qualche giorno fa, di qualcuno che è cresciuto con una specie di decalogo, affisso dai genitori nella sua cameretta, contenente le regole per riuscire alla grande nella vita; cose ovvie come “vestirsi sempre in modo impeccabile”, “riuscire simpatico alle persone che contano”, eccetera. Cose del genere spesso ottengono l’effetto contrario. Il destinatario di tanta premura vien su scarmigliato, non ambizioso, non compromesso; spesso, non sempre: ovviamente.
Io non so dire ora in che modo quella scritta rossa abbia influito sulla mia crescita morale e psicologica. Sarei propenso ad attribuirle una certa mia tendenza alla scrupolosità, che ha molto di nevrotico; o, forse, solo il fastidio che mi provocano la parola Ditta e tutte quelle ad essa collegate.

Pubblicato il 03-05- 2005 6:25 pm | Commenta questo post (0) |
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Blog

“Oscurati e filtrati all’interno del loro paese, fioriscono dove lo sviluppo tecnologico mette in mano a tutti i blog, trasformati in liberi fogli pubblici su cui esprimere le proprie idee. Non solo in Iran, ma anche in Cina, Nepal, Singapore, Tunisia. E anche nell’Iraq liberato.
In Nepal i blog sono l’unico strumento attraverso cui viene veicolata la libera espressione. Da quando, lo scorso febbraio, il re Gyanendra ha assunto con un golpe i pieni poteri, solo i giornali governativi hanno diritto a pubblicare i dettami del monarca e solo i blog sembrano poter scalfire la rigida censura. “

F. Caccavella, Minacce, arresti e censure la vita difficile di quei blogger

Pubblicato il 4:58 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Il cercare distrugge il cercato. Così è anche per la felicità. Più cerchi di essere felice, più ti avvolgi nell’infelicità. La felicità è totalmente al di fuori del nostro potere: e di ciò che non è in nostro potere, dice Epitteto, non dobbiamo curarci.

Pubblicato il 11:41 am | Commenta questo post (0) |
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