Si racconta di un tale che, mandato al fronte durante la prima guerra mondiale, se ne andò tranquillamente nel campo nemico. Recuperato precipitosamente dai commilitoni prima che una pallottola ponesse fine alla sua passeggiata, così si giustificò: “Volevo mettere pace”.
La cosa fa ridere, indubbiamente; ma che questa cosa faccia ridere, è una cosa che non fa ridere. Perché un soldato non può mettere pace? Perché, ovviamente, non c’è nulla di personale nella guerra. Non è una lite tra lui e gli uomini di là dal fronte. Potrebbero tranquillamente bere qualcosa insieme, invece di combattersi. E invece si combattono. Perché? Si combattono perché, pur non essendoci nulla di personale tra loro, c’è molto di impersonale. Si combattono non come individui, ma come popoli. Il conflitto è tra popoli, tra collettività, tra masse. L’atto che ha reso possibile il conflitto è stato un ricompattarsi del popolo, della collettività, della massa: l’uccisione dell’individuo; o meglio, l’insediamento, all’interno dell’individuo, del rappresentante del popolo: elemento trascendente ed egemone, che come un cancrosi piazza al centro della personalità e ne assorbe tutte le risorse. Qualcosa dell’individuo resta, può anche succedere che in casi rari un uomo riesca ancora a vedere l’individualità sua e del nemico ed a chiedersi se non si possa risolvere tutto con un bicchiere di vino: ma è escluso che gli altri possano comprendere il suo gesto, condividere la sua visione, sospendere la follia impersonale per concedersi una parentesi di follia individuale.
Poiché il soggetto che fa la guerra non è l’individuo, ma il popolo, che si insedia negli individui attraverso i suoi rappresentanti, l’unica via che conduca fuori dalla guerra è la distruzione del popolo. Distruzione che non può avvenire che in due modi: o i popoli vengono trascesi, fusi nella superiore unità dell’umanità, o i popoli vengono corrosi alla base, disgregati, polverizzati nella molteplicità degli individui. E’ lecito sospettare della prima via. Il pericolo è che al posto del rappresentante del popolo si insedi nell’individuo il rappresentante dell’umanità, un cancro ancora più potente, che faccia cessare i conflitti al costo terribile della totale, impersonale organizzazione del vivere umano, che rende automatismo l’etica e grazia l’estasi del Tutto. Meno rischi comporta l’erosione del popolo. Cesserà la guerra quando si avrà l’orgoglio di dire Io; quando si dimenticheranno lingua e religione, e se ne inventeranno di proprie; quando il prossimo sarà lontano, e ci sarà una distanza infinita tra me e chiunque altro; quando le collettività saranno rese impossibili non dalla legge, ma dalla naturale repulsione dell’individuo; quando le emozioni collettive saranno evitate come si evita una droga pericolosa; quando la gerarchia sarà un ricordo del passato; quando ognuno sarà centro e periferia, alfa e omega, inizio e fine di se stesso.







Guarda Rousseau : le tue stesse parole: “La guerra non è una relazione uomo-uomo, bensì una relazione stato-stato, in cui gli individui sono nemici per puro caso, e non come esseri umani né come cittadini, bensì in qualità di soldati.Non come membri di una patria, ma come suoi difensori”. (du contrat social, libro 1, cap iv).
E quando, a questo proposito, scrivi che i soldati sono persone che potrebbero tranquillamente bere qualcosa insieme, mi fai tornare in mente una vecchia lettura che non riesco più a ritrovare.Era un documento in appendice ad un libro di geografia della De Agostini e raccontava delle leggi di guerra dell’India antica.Queste prevedevano che gli eserciti nemici si fronteggiassero, durante il giorno, secondo ritmi e con pause ritualmente determinati.Al calar della sera, cessata momentaneamente la battaglia, i soldati nemici uscivano dagli accampamenti, e bevevano birra insieme, trascorrendo gli uni in compagnia degli altri, con passatempi svariati, le ore prima della notte.All’alba, ricominciavano ad uccidersi.Il racconto mi aveva molto impressionato, ma non riesco a trovare niente che racconti di questo.
Comment by Ludò — 27-05- 2005 @ 1:36 pm
Anche io sapevo di questa cosa e ne parlai proprio venerdì con degli alunni in biblioteca.
I comandi militari dovettero effettuare frequenti rotazioni di soldati nelle postazioni avanzate per impedire che gli uomini dei due fronti nemici fraternizzassero. Le trincee, infatti, erano così vicine che i soldati dei due opposti eserciti non potevano fare a meno di riconoscere nell’altro la stessa paura, gli stessi sentimenti, insomma, l’immagine di una persona uguale a sé. L’altro non era più una cosa da combattere, ma emergeva nella sua realtà vera di essere umano.
Comment by Michela — 30-05- 2005 @ 7:38 pm
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