“…la legge non punisce la donna che, non volendo un marito ma desiderando esser madre, si fa mettere incinta da qualcuno che poi lascia fuori dalla sua vita. Perche’ questo comportamento dovrebbe essere impedito per legge solo quando avviene usando tecniche artificiali?”, scriveva sul Sole-24 Ore del 18 gennaio scorso Evandro Agazzi (articolo riproposto oggi dal foglio telematico La domenica della nonviolenza, supplemento a La nonviolenza è in cammino).
La risposta mi sembra piuttosto semplice. Il fatto che una donna si faccia “mettere incinta”, per usare l’espressione del filosofo, da un terzo, è un comportamento che appartiene alla vita della coppia, e che la comunità non può né sanzionare né approvare. Nel caso della fecondazione eterologa, non c’è solo il coinvolgimento di un terzo che poi la coppia, sempre per usare l’espressione del filosofo, “lascia fuori dalla sua vita”: c’è anche il coinvolgimento di un quarto, che è lo scienziato, il tecnico. Ora, con il quarto si esce, mi sembra, dal privato per entrare nel pubblico. Permettendo per legge ad un quarto, che è pubblico, di aiutare la madre a “farsi mettere incinta”, si approva esplicitamente quella pratica.
Io sono libero, se voglio, di prendere un coltellaccio e tagliarmi un braccio: perché mi va. Immaginiamo che io vada in ospedale ed esigere che un chirurgo mi tagli un braccio. In questo caso avremmo una persona adulta che decide di usare la tecnica per realizzare un’aspirazione personale. E’ indubbio, però, che io dovrei dimostrare che ho un diritto a farmi tagliare un braccio, ad usare la risorsa comune della scienza e della tecnica per questo fine. Mi si potrebbe obiettare che in questo modo divento invalido, e quindi non posso contribuire al bene pubblico attraverso il lavoro: e quindi non ho alcun diritto a farmi tagliare un braccio.
Nel caso della fecondazione assistita, ovviamente, si tratta di tutt’altro. Non di togliersi qualcosa, ma al contrario di mettere al mondo una vita. Poiché però si tratta di impiegare una risorsa pubblica, bisogna comunque, mi sembra, giustificare questo impiego in base ad un diritto condiviso. Si può esigere che si curi la propria carie in base al diritto condiviso alla salute, o abortire in base al diritto (non del tutto convidiso) alla libera scelta. Per quanto riguarda la fecondazione eterologa, credo che bisognerebbe dimostrare che esiste realmente un “diritto alla procreazione”. Per quale via, non saprei dire.