La guerra è un’opera di profanazione: nulla si comprende della sua essenza, se si ignora questo. Si possono elencare le ragioni di questo o quel conflitto, ma l’essenza della guerra, ciò che eccita i soldati sul campo e, prima di loro, i politici che l’hanno voluta e l’opinione pubblica che la segue con una passione che nessuna pace può eguagliare, è la dissacrazione. E cosa viene dissacrato? L’uomo. I crimini di guerra, le violenze gratuite contro i civili, gli stupri ed ogni altra nefandezza di cui nessuna guerra, nemmeno quella attuale, preventiva ed umanitaria, è priva, non costituiscono un evento accidentale: sono l’essenza della guerra. Per questo, non possono realmente restare ignoti. Devono raggiungere l’opinione pubblica, per scandalizzarla ed al contempo eccitarla, per dare la notizia liberatoria che a migliaia di chilometri dalla propria casa è stato compiuto l’atto di profanazione dell’essere umano.
Se ci si domanda cosa rende necessario e, a quanto pare, inevitabile quest’atto di profanazione, cosa porta non solo l’uomo dell’oscuro passato, ma anche quello del presente illuminato dalla scienza a dalla ragione, a profanare l’uomo, bisogna analizzare la sacralizzazione dell’uomo, e chiedersi cosa comporta.
L’uomo è sacro. Ogni uomo è sacro per l’altro: io sono sacro per chi ha a che fare con me, ed al tempo stesso devo trattare come sacri tutti coloro con cui ho a che fare. Davvero, come dice Seneca, homo sacra res homini. Questa sacralità è localizzata principalmente nel corpo. Il mio corpo è letteralmente intoccabile. Non può essere avvicinato oltre un certo limite, se non da persone da me autorizzate e solo in certe circostanze. Non può essere sfiorato, toccato, accarezzato. Non può nemmeno essere guardato, se non di sfuggita, dalle persone non autorizzate da me. Nel corpo la sacralità si manifesta nel modo più vistoso, ma essa investe l’intera persona, il ragionare, il parlare, il volere. L’altro è chiamato a ridurre drasticamente la propria libertà d’azione per far spazio alla mia sacralità. Non può ad esempio parlare mentre sto parlando io. Deve attendere che finisca, o che gli segnali attraverso la comunicazione non verbale che sto per finire.
Com’è ovvio, io sono sacro in quanto riconosco la sacralità dell’altro. Il sacro è la costruzione comune degli uomini nello stato civile. Nella comunità avviene la sacralizzazione dell’individuo: la nascita della persona, che fa tutt’uno con l’insediamento di quello che ho chiamato rappresentante del popolo. Questa sacralizzazione ha il suo prezzo, che è appunto la morte dell’individuo, l’uccisione del figlio dell’uomo. Più che di morte e di uccisione, anzi, bisogna parlare di seppellimento, di nascondimento. Il figlio dell’uomo scende agli inferi, come Naciketas nella Katha Upanishad, a contatto diretto con Yama, il dio della morte. Qui continua a parlare all’altro, alla persona-dio, al figlio di dio che si muove nello spazio sacro: e con voce debole ma costante lo chiama alla morte, alla dissacrazione, al ricongiungimento con la sua radice di libertà profana. Lo chiama alla violenza.
L’assassino, lo stupratore, il folle ascoltano la voce del figlio dell’uomo, e cedono alla morte, riducendo la persona-dio a cosa; per questa via, essi stessi diventano cose, perdono il riconoscimento della propria sacralità e si riducono a corpi di cui la comunità può disporre. Al posto dello spazio sacro subentra quella che Goffman chiama istituzione totale. Ma con la costruzione di questi spazi qualcosa avviene. La comunità non è più solo uno spazio sacro. Comprende anche spazi profani, in cui sono presenti uomini che non sono persone-dio, ma individui-cosa. Le istituzioni totali sono la realtà più vicina alla guerra. In esse opera la stessa logica che opera nella guerra: la sospensione collettiva dello spazio sacro, l’autorizzazione a toccare, manipolare, mutilare, sopprimere un essere umano. Sia nelle istituzioni totali che nella guerra questa sospensione ha l’aspetto di uno sfogo. Il sacro è un fardello pesante da sostenere. La maschera che l’uomo deve indossare per abitare lo spazio sacro della comunità, il rituale da seguire, i molteplici cerimoniali con i quali riconosce gli altri ed è da loro riconosciuto, la drastica riduzione delle sue possibilità in favore della prevedibilità della vita quotidiana suscitano al fondo grida inquiete, ribollimenti, sogni di rivalsa; propriamente, deliri di onnipotenza. Onnipotente non è l’uomo che può tutto, ma principalmente l’uomo che può ciò che è vietato anche al dio. Onnipotente è il dio che si ricongiunge alla sua parte infera; il figlio di dio che abbraccia il figlio dell’uomo.
Questo ricongiungimento avviene pienamente con la guerra. Il nemico è privo di ogni sacralità, è un uomo che sta per diventare, anzi che deve diventare, cosa. Il suo corpo è terreno di conquista, le sue ossa devono concimare la terra. La guerra è un atto di profanazione rituale dell’umanità. Come tale, essa porta alla luce la parte infera, il figlio dell’uomo, e gli consente di agire nello spazio sacro, di ricongiungersi al figlio di dio, poiché la sua voce non è più profanatrice della comunità, non minaccia più l’esistenza dei suoi membri, ma al contrario la rafforza.