Premessa

Nel 1934 Albert Schweitzer pubblica un libro sul pensiero indiano (Die Weltanschauung der indischen Denker) che rappresenta l’esito di una lunga riflessione sulla civiltà indiana ed orientale in generale, che è parte, a sua volta, di una più ampia riflessione culla civiltà, sulla sua crisi e sulle possibilità di una sua rinascita e riforma in senso spirituale. E’ a conclusione di quest’opera che Schweitzer esprime il suo giudizio sull’opera di Gandhi. Un giudizio, come vedremo, fortemente critico, ma che non dovrebbe mettere in ombra l’affinità della riflessione di due tra le più grandi personalità etiche del Novecento. Il rispetto per la vita di Albert Schweitzer (premio Nobel per la pace nel 1952) ed il satyagraha di Gandhi hanno radice comune nel principio dell’ahimsa (nonviolenza), ma differenti sono le diramazioni, le interpretazioni, le applicazioni di quel principio universale.
Anche più di Gandhi, Schweitzer sconta il quasi universale apprezzamento della sua missione al servizio dell’umanità con una conoscenza superficiale del suo pensiero. Abbondano le biografie e le compilazioni di passi tratti dai suoi scritti a scopo edificante, mentre mancano studi che ne affrontino il pensiero nel contesto della filosofia novecentesca. La sua opera più importante, Kultur und Ethik, secondo volume dell’ambizioso progetto della Kulturphilosophie, risulta ancora non tradotta in Italia, così come non ancora tradotti sono il volume sulla mistica di San Paolo (Die Mystik des Apostels Paulus) ed altri scritti minori. Non sarà inutile, pertanto, soffermarsi sulle tesi fondamentali della sua filosofia della civiltà.

La civiltà e la sua crisi

«Deve giungere un nuovo Rinascimento, più grande di quello con il quale siamo usciti dal Medioevo (…) Io vorrei essere l’umile pioniere di questo Rinascimento, e lancio la fede in una nuova umanità, come una fiaccola, in questa età oscura.» (1) Così scrive Albert Schweitzer nella prefazione di Kultur und Ethik, presentando i due caratteri di fondo del suo pensiero: una considerazione profondamente pessimistica del presente della civiltà, ed un ottimismo ugualmente profondo sulla possibilità di uscire dalla crisi.
In polemica con Spengler, il cui Tramonto dell’Occidente era stato pubblicato dallo stesso editore dei due volumi della Kulturphilosophie, il pensatore alsaziano rifiuta ogni distinzione tra Kultur e Zivilitation, intendendo con questo secondo termine una civiltà intesa come progresso scientifico e tecnologico: distinzione che rischiava di legittimare come civile una situazione storica di crisi della spiritualità e dell’etica. La civiltà per Schweitzer è «progresso, materiale e spirituale, da parte degli individui e della massa»; (2) di questi due aspetti, però, è il secondo ad essere determinante. Si ha civiltà quando la ragione domina sugli istinti e sulla natura. Il vero progresso è nella prima forma di dominio, mentre la seconda, prevalente nella civiltà attuale, può essere dannosa se non accompagnata da un corrispondente progresso etico e spirituale. L’essenza della crisi è tutta qui: il progresso della scienza e della tecnica ha procurato all’umanità una grande quantità di conquiste materiali, ma al contempo si è verificato un regresso nel campo dell’ideale.
Con chiarezza e lucidità d’analisi notevoli, Schweitzer denuncia la condizione dell’uomo nell’età industriale, a partire dalla mancanza di libertà ed indipendenza. Impigliato nei processi di produzione, reso schiavo da un lavoro eccessivo ed alienante, con una specializzazione che non consente l’esercizio integrale delle proprie facoltà, ancora possibile con l’artigianato, non ha più né tempo né forza per dedicarsi alla riflessione ed assimilare gli ideali della civiltà, vivendo in modo infantile il poco tempo libero. Il «nuovo medioevo»(3) nel quale viviamo esige uomini incerti, scettici riguardo all’efficacia del proprio pensiero, e perciò irriflessivi. Su questo cedimento individuale s’innesta il superpotere dello stato e delle istituzioni: da ciò anche il tragico errore del nazionalismo. Esso, osserva Schweitzer, nasce all’inizio del XIX secolo come esaltazione dello stato concepito però come il custode degli ideali della civiltà (Fichte); con il crollo di questi ideali resta l’esaltazione fine a se stessa della nazione. Lo stato nazionalistico sostituisce l’ideale della civiltà con quello della «civiltà nazionale». Le culture si separano e si contrappongono le une alle altre, i popoli rivendicano la loro superiorità sugli altri popoli, ai quali cercano di imporre la propria cultura. «Le nazioni moderne –scrive- cercano mercati per la propria civiltà non meno che per i propri manufatti.» (4)
Una critica della civiltà Gandhi l’aveva già sviluppata con vigore in Hind Swaraj: anch’egli soffermandosi sulla schiavitù legata alla macchina ed al lavoro nelle fabbriche, la carenza di ideali ed il prevalere degli aspetti materiali dell’esistenza. Ma c’è una differenza fondamentale. Schweitzer giudica da europeo: la crisi della civiltà europea gli sembra essere tutt’uno con la crisi della civiltà in generale. Tutti i popoli hanno dato quel che avevano da dare: non c’è più nulla da aspettarsi. «Conosciamo già tutti i popoli della terra, non ve n’è uno che già non prenda parte alla nostra civiltà in modo che il suo destino spirituale non sia determinato dal nostro.» (5) Dalla crisi si esce attraverso una ricostruzione della civiltà sulle sue stesse basi. Per Gandhi, invece, le cose stanno diversamente. Le crisi della civiltà è, essenzialmente, crisi della civiltà europea. E’ vero che anche il mondo indiano è stato condizionato da tale civiltà, ma non fino al punto di perdere la propria originalità. La via d’uscita per Gandhi è proprio qui: purificare la civiltà indiana dall’influsso europeo e proporla come unica vera alternativa alla civiltà europea. Gli inglesi hanno fatto dell’India un mercato per la propria civiltà. Gandhi, ristabilendo quel nazionalismo fatto di ideali di cui Schweitzer mostra il tramonto in Europa, intende liberare l’India dall’influsso occidentale e ristabilirla nella sua purezza. «La tendenza della civiltà indiana –si legge in Hind Swaraj – è di elevare l’essere morale, quella della civiltà occidentale di propagare l’immoralità.» (6) Una semplificazione, indubbiamente. Altrove si trovano giudizi più ponderati. Quel che conta è che questo progetto, finalizzato alla liberazione dell’India, viene perseguito con un metodo radicalmente nuovo, che fa di quel progetto un progetto di civiltà, che si propone al mondo intero per la sua profondità etica unita all’efficacia pratica.
Il fatto che un popolo come quello indiano possa mostrare una via nuova al mondo intero esula dagli schemi della filosofia della civiltà di Schweitzer. E’ qui la radice della incomprensione del profondo significato dell’esperienza gandhiana, da parte del filosofo alsaziano.

Note

1. A.Schweitzer, Kuntur und Ethik. Kulturphilosophie. Zweiter Teil, C.H.Beck, München 1953 (prima edizione 1923), p. XX.
2. A.Schweitzer, Verfall und Wiederaufbau der Kultur. Kulturphilosophie. Erster Teil, C.H.Beck, München 1923 ; tr. it., Agonia della civiltà, Edizioni di Comunità, Milano 1963, p. 43.
3. Ivi, p.38.
4. Ivi, p.58.
5. Ivi, p.64.
6. M.K.Gandhi, Hind Swaraj, in La forza della verità, tr. it., Sonda, Torino 1991, p.227.