La guerra è dunque, essenzialmente, massacro, vale a dire un operare in vista del sacro da parte di una soggettività sovrumana. Non è opera di uomini. Nella guerra l’uomo diventa qualcosa di radicalmente altro, non è più persona, subisce una trasformazione profonda che lo porta verso una Realtà superiore. In altri termini, la guerra è un’esperienza mistica.
Non ha molto senso, contro la guerra, argomentare la bontà degli uomini, perché la guerra non è fatta dagli uomini. Né serve a molto, sempre contro la guerra, cercare di sviluppare negli individui la bontà, il rispetto del prossimo, il senso del valore dell’altro. Tutte queste cose appartengono allo spazio sacro della comunità, fanno parte dell’ordine simbolico del Dio della legge. Ma avviene che quest’ordine viene infranto, e si instaura lo spazio demoniaco. Avviene che l’uomo diventa non più persona, più che uomo, e questo, se quanto s’è detto fino ad ora ha qualche valore, avviene proprio per l’insostenibilità del sacro, per il bisogno di deporne il peso, di avere a che fare con cose.
Se la mia tesi è vera, dev’esserci una correlazione tra la rigidità dell’ordine sacrale e la crudeltà del massacro. In altri termini, dove più è radicata la sacralità della persona, dove più è intangibile il suo corpo, dove più è rispettata la privacy, dove più rilevanti sono le certezze prossemiche, lì più potente è lo spettro del Demoniaco, lì si fa sentire con seduzione maggiore la vocazione al massacro. Occorre che molte persone diventino cose, affinché anche le cose abbiano un loro valore.
Questa tesi è disperante. Essa mette fuori gioco quella che sembra la soluzione più profonda al problema della guerra: la sacralizzazione di tutto ciò che vive. Se riuscissimo a concepire ogni uomo come sacro, superando la distinzione tra amico e nemico; se, anzi, riuscissimo addirittura a superare la distinzione tra uomini e bestie, giungendo ad abbracciare con un unico sguardo amorevole tutto ciò che vive, allora supereremmo ogni tentazione di violenza. In realtà, un tale sguardo generoso avrebbe il suo prezzo. Aumentando l’ampiezza del sacro se ne aumenta anche il peso e l’insostenibilità. Le possibilità umane ricevono una mutilazione maggiore, il figlio dell’uomo si agita con maggiore vigore, e chiama alla profanazione della stessa natura.
Con la sua concezione del Dio-Verità, Gandhi tentò di esorcizzare il Demoniaco ponendo il mondo intero sotto lo sguardo di un Dio della legge, di una potenza razionale e benefica, garante trascendente della sacralità di tutto ciò che vive. In nome di questo Dio razionale chiamò le masse alla lotta. La massa, realtà demoniaca operatrice di massacri, viene convocata non per profanare, ma per sacralizzare. Che si tratti di una entità sovrumana anche nel caso del satyagraha è difficile dubitarlo. Anche nella massa gandhiana operano la suggestione, il contagio emotivo, la riduzione del pensiero che operano nelle masse tese al massacro. In un certo senso, si può dire che non è affatto vero che Gandhi abbia operato con mezzi diversi da quelli di un Hitler o di un Mussolini: perché le armi dei dittatori non erano bombe e fucili, ma principalmente la suggestione delle masse. E tuttavia il risultato della suggestione gandhiana, della suggestione della nonviolenza, è stato opposto. Come si spiega questa diversità, questo imprevisto della storia? Se non dimostra la falsità di quanto si è detto fino ad ora, essa va spiegata con le caratteristiche dello spazio in cui si svolge l’impresa. Tale spazio era (e in gran parte è) caratterizzato dalla profanazione continua, gravissima e largamente approvata di una intera classe di persone: i paria. L’intoccabilità consentiva una profanazione costante, la reificazione abituale di molti individui. Inoltre, la condizione delle donne era ed è ben lontana da una condizione considerata accettabile alla luce della moderna concezione dei diritti umani. Infine, bisogna tener conto dei conflitti religiosi, che sfociavano facilmente in massacri.
Gandhi è riuscito a liberare l’India dalla maledizione della guerra, ed in ciò è la sua vittoria. Ma non è riuscito a liberare l’India dalla intoccabilità, dalla violenza sulle donne, dai conflitti religiosi. La sconfitta di Gandhi su questi fronti, nonostante i suoi sforzi generosi e nobili, è innegabile. Queste istituzioni, che tanto scandalizzano, si sono dimostrate tristemente necessarie all’India – e non si è probabilmente troppo lontani dal vero se si afferma che la violenza disumana della discriminazione dei paria è ciò che rende sostenibile il peso dell’ahimsa.
Gandhi è un razionalista, e la sua politica – la politica della nonviolenza – è razionalismo politico. Non traggano in inganno l’ispirazione religiosa del suo pensiero e l’affermazione che la fede è condizione del satyagraha. Il Dio gandhiano, il Dio-Verità, è semplicemente la Ragione come fondamento della realtà. È un Fondamento metafisico che garantisce la razionalità del mondo, ed è in base a tale fondamento che è possibile nutrire la speranza o avere la certezza che il bene vincerà sul male, che le buone cause trionferanno, che il giusto non sarà sconfitto. Quello gandhiano è il Dio della Legge, il custode dello spazio sacro.
Troviamo in Gandhi una fondazione metafisica dell’etica e della politica che non è più sostenibile dopo l’esperienza storica e filosofica del Novecento. Dio è morto, e con Dio è morta ogni idea di fondamento. La nostra prassi è rischiosamente sospesa nel vuoto, procede tra la morte e il diavolo come il cavaliere di Dürer. La storia non è guidata da alcuna ragione, meno che mai la ragione umana; il soggetto della storia non è la Provvidenza, ma nemmeno l’individuo. Il soggetto della storia è la massa demoniaca, la massa che non ha ragione. Le leggi della storia non sono leggi etiche, perché l’etica si occupa dei rapporti tra uomini all’interno dello spazio sacro. Ma la storia si svolge al di sopra dello spazio sacro, ed è fatta principalmente da masse, non da individui. Nello spazio profanante della guerra non c’è posto per l’etica. Ogni proposito di moralizzazione della politica, che giunga a bandire la guerra, a dissacrarla, è apprezzabile, ma difficilmente otterrà successo. Il soggetto della storia è un Demone che ama la guerra, e che non ha pace fino a quando la terra non è bagnata dal sangue e disseminata di teschi. Nemmeno le leggi della guerra, lo jus ad bellum e lo jus in bello, hanno alcun reale valore. Il Demone ha il diritto di fare la guerra quando vuole, quando ne avverte la necessità. Soprattutto, farà la guerra come vuole, e non c’è nulla che possa fermarlo. Se lo scopo della guerra è quello di operare il massacro, di profanare la sacralità dell’uomo, di liberarsi momentaneamente dal peso del sacro, non c’è diritto che possa dettare al Demone le norme di comportamento durante la guerra. Le atrocità devono essere commesse: la guerra si fa per quello. E non sono mai opera di invididui. I militari, i politici che finiscono sul banco degli imputati quali criminali di guerra hanno le loro ragioni nel protestare. Nell’operare le proprie atrocità, essi non erano colpevoli. Erano propriamente incapaci di intendere e di volere, perché non esistevano. Non c’erano, quindi non potevano agire bene o male. Non c’erano, così come non c’era nessun uomo. Nella guerra non ci sono uomini, perché la guerra non è opera umana, ma sovrumana. Al posto degli uomini c’è il Demone: è lui il responsabile dei massacri e delle atrocità. Nell’ordinare il massacro, l’individuo che ora siede sul banco degli imputati ha obbedito all’imperativo del Demone. Il suo ordine non è stato un’imposizione per nessuno. Era l’ordine che tutti attendevano, desideravano, speravano. Se non avesse dato quell’ordine, il Demone lo avrebbe schiacciato. Dando l’ordine, ha liberato l’orgasmo, ha donato alla massa il piacere da lungo tempo atteso.
Tuttavia, non si può condannare ciò che va oltre l’umano. Non si può condannare il Demone. Anche perché, finita la guerra, operato il massacro, rientrati gli uomini nello spazio sacro della Legge, il Demone è svanito. Allora ricompaiono gli uomini. Essi ritornano come si ritorna da un sogno. Per quanto possano essere dolorosamente vivi, i ricordi della guerra appartengono ad un altro ordine di realtà. Ricordare la guerra è come ricordare un sogno: è una cosa radicalemente altra, e soprattutto che ci appartiene parzialmente, perché quando l’abbiamo vissuta eravamo altro da quel che siamo. Lo stupore è l’emozione del dopoguerra. Cosa abbiamo fatto? Che è successo? Chi ha fatto cosa? Presto subentrerà l’amnesia, ma nel passaggio dallo stupore all’amnesia c’è spazio anche per la condanna di quegli uomini che, per aver dato l’autorizzazione al massacro, sono ora i soli responsabili di ciò che è accaduto. La guerra ora viene restituita agli uomini, ma non all’umanità. Essa è opera di alcuni uomini, delle ambizioni dei pochi, della costrizione criminale del politico, che ha interrotto l’ordine innocente della vita quotidiana.