MorgensonFilosofo animalista (tra i più grandi, con Tom Regan, Peter Singer e Tommasino Pitù), Stephan Morgenson passò poi ad interessarsi dei diritti delle piante, giungendo ad elaborare il concetto di Grembo Radicale, che è tra i più profondi del pensiero ecologico. Docente all’Università di Uppsala, si ritirò dall’insegnamento nell’83 per dedicarsi alla diffusione di una religione fondata da lui: l’arborismo.
L’arborismo dice che Dio è un albero - un grande, cosmico albero: di cui l’Ygdrasil snorrico o l’Asvattha bhavagadgitico non sono che pallide immagini. E che, dacché Dio è un albero, niun’onore al Dio è più grande del rispetto per gli alberi e per tutto ciò che vegeta; che nessunissima esperienza è più sacra dell’abbracciare un albero, e nessuna profanazione peggiore del taglio d’un bosco; che uomo veramente grande è colui che non solo favorisce in ogni modo l’allegro verdeggiare delle divine creature, ma vegeta e verdeggia lui stesso, immobile creatura con radici nella terra e braccia tese al cielo.
Come tutti i grandi, il nostro non ebbe vita facile, benché la verità gli desse gioia. Fu profondamente amareggiato nei primi anni Novanta da una scissione dovuta al suo discepolo Pekka Ussehring, che sosteneva, influenzato dalla lettura del Libro d’ore di Rilke, che Dio non è un albero, ma semplice, crescente radice: che sarà albero, se il male non lo vincerà prima del tempo. Gran parte dei discepoli dell’arborismo approvarono la tesi di Ussehring. Morgenson morì solo e povero nell’estate del ‘99, soffocato dal nocciolo di una pesca.
Ha lasciato tre opere fondamentali:
Per una teoria integrata del naturismo (tr. it: Edizioni Castalia, Urbino 1992), Il Dio-albero, ovvero la religione del nostro futuro (tr. it: Ed. Brahmavihara, Pisa 1995) e l’autobiografia Autoritratto con barbabietola (Ed. Solaris, Uppsala 1990), da cui traduco le pagine che seguono, riguardanti l’incontro con la verità.

Mi inoltrai nel bosco, con l’animo turbato. Nulla più, dunque, la legava a me; nulla più restava della sua gioia a sentire il mio nome, del suo entusiasmo infantile nel vedermi. Ora il mio nome le dava fastidio, la mia presenza le risultava molesta: per quanto dolce cercassi di essere con lei. Mi sentivo umiliato dal suo disprezzo, e soprattutto terribilmente solo. Di una solitudine che dal presente si spandeva orrendamente sul mio passato e sul mio futuro. Mi sembrava d’essere stato sempre solo, dacché ero al mondo; e che nulla il mondo avrebbe potuto offrirmi, se non la solitudine. Non mi aveva del resto detto, nel momento del distacco: “Tu sei solo”? E dunque ero solo.
Nel bosco un sentiero si apriva, ma tutt’altro che agevole. La difficoltà di camminare evitando le buche, le radici degli alberi affioranti, alcuni tronchi caduti qua e là mi costringeva a lasciare per un attimo i miei pensieri per concentrarmi sul cammino. Ma perché camminavo? Dove andavo? Cosa cercavo? Mi fingevo qualche pace nel fitto del bosco: ma aveva senso? Non era in me, l’angoscia? Forse qualcosa fuori di me avrebbe potuto aiutarmi?
Avvistai una capra, poi un’altra: e un ragazzino che le indirizzava con un bastone. Mi guardò con uno sguardo che non riuscii ad interpretare. Forse era cattiveria, forse compassione. E’ così difficile capire la gente, quello che vuole da te, quello di cui ha bisogno per lasciarti in pace. Fin da piccolo ho avuto la sensazione di dover rispondere a qualche ordine misterioso, incomprensibile; e di essere perciò sempre in colpa, sempre inadempiente nei confronti degli altri, della vita, di Dio - fino a quando ho avuto un Dio.
Era sera, il bosco era attraversato da un’inquieta freschezza, mentre le foglie sembravano raccogliersi, presentendo la notte. Avrei passato la notte nel bosco? Non lo sapevo. Avevo bisogno di stare lontano da qualsiasi costruzione d’uomo. Mi erano insopportabili le case degli uomini, le strade degli uomini, le piazze degli uomini. Avevo nausea della geometria, della levigatezza, degli angoli retti. Abbiamo costruito, pensavo, un mondo di scatole, e ci siamo chiusi in esse. In qualche momento della sua evoluzione l’uomo è impazzito.
Dopo un quarto d’ora di cammino, ero esausto. Mi gettai a terra, poi cominciai a rotolarmi nelle foglie, come un bambino. In fondo, pensai, lei ha detto che sono un bambino, nulla più di un bambino. Sì, un bambino! Risi, e continuai a rotolarmi, finché mi sentii risucchiato giù in un burrone. Per un attimo mi spaventai, ma la caduta fu lieve, ed alla fine mi ritrovai adagiato su un letto di foglie nel mezzo d’una radura stranamente luminosa. Lo vidi subito, e subito mi accorsi che la mia vita sarebbe cambiata. Subito riconobbi il Divino. Era al centro della radura, maestoso e leggero, paterno e giusto, amorevole e vivificante: l’Albero dalle radici terribili, dai rami immensi, dalle foglie dolci. Era lì, ma non era una cosa, non era nemmeno un essere. Era l’Ydgrassil, era l’Asvattha, era l’Albero della Vita. Quella radura era il centro del cosmo, l’ombelico del mondo; ai suoi piedi scorreva, invisibile, la fonte dell’eterna giovinezza.
Mi inginocchiai e piansi. Ero tornato a casa.