Ottimismo e pessimismo, mistica ed etica
L’origine della attuale crisi della civiltà è da Schweitzer ricondotta al declino della filosofia nella seconda metà del secolo XIX. E’ in quel periodo che tramonta il razionalismo, l’unica filosofia in grado di diffondere e sostenere gli ideali della civiltà con la sua visione del mondo ottimistica ed etica. L’ingenua fiducia illuministica nella ragione è abbandonata dal pensiero successivo. Gli idealisti cercano ancora di difendere gli ideali della civiltà ricorrendo alla speculazione metafisica, ma il loro sforzo è vanificato dallo sviluppo delle scienze naturali, con il quale l’osservazione della realtà prende il posto della ricerca dell’ideale. Gli ideali vengono tratti dalla realtà: di qui la caduta in uno stato di «inciviltà ed inumanità»[7]. La filosofia rinuncia al suo ruolo di guida della civiltà e diventa semplice erudizione, riflessione sui dati della scienza e sul suo stesso passato, distaccandosi dai problemi della vita reale.
In Kultur und Ethik Schweitzer ricostruisce il percorso delle idee in Occidente. L’essenza delle civiltà occidentale è nel fatto che in essa la visione del mondo ottimistica è riuscita a prevalere su quella pessimistica. «La storia della filosofia occidentale è la storia della lotta per una visione del mondo ottimistica (optimistiche Weltanshauung)» [8]. La civiltà occidentale ha costruito, attraverso i suoi pensatori, una visione del mondo in grado di favorire l’affermazione del mondo e della vita, di sostenere il progresso, di alimentare gli ideali etici ed umanitari. Ora, per il processo descritto, non disponiamo più i una visione del mondo.
Ottimismo e pessimismo sono le categorie fondamentali della Kulturphilosophie di Schweitzer. Alla civiltà occidentale, fondata sull’affermazione del mondo, contrappone quella orientale, a sfondo pessimistico, basata sulla negazione del mondo e della vita. La contrapposizione tra le due visioni è sviluppata dal punto di vista specificamente religioso in una conferenza del 1922 sul Cristianesimo e le religioni universali (Das Christentum und die Weltreligionen). Schweitzer parlava a un pubblico di missionari ed aspiranti tali: il problema della conferenza era quello di difendere le ragioni del cristianesimo nel confronto con le altre grandi religioni.
L’originalità del cristianesimo è, appunto, nel fatto che in esso il pessimismo lascia il posto all’ottimismo, la liberazione dal mondo cede di fronte all’idea del Regno di Dio. Il messaggio del Vangelo non è quello di rinunciare, ma di agire nel mondo nello spirito di Dio. Le religioni orientali, invece, sono puramente negative. Brahmanesimo e buddhismo sono accomunati da una medesima visione monistica e pessimistica: il mondo è dolore, mutamento, morte. Incatenato al ciclo delle rinascite, l’uomo aspira alla liberazione dal mondo: quella del Buddha è appunto una tecnica di liberazione finale dal mondo. Buddhismo e brahmanesimo predicano l’indifferenza, l’apatia, il distacco. Il limite di queste due grandi religioni è per Schweitzer nella loro incapacità di fondare e giustificare un’etica, di portare a quell’interesse per il mondo senza il quale non si dà alcuna reale moralità. «Esse –scrive- sono mistiche che lasciano estinguere l’uomo in una Divinità morta» [9].
La religiosità cinese, dalla quale Schweitzer appare affascinato, è monistica, ma non pessimistica. Per Lao-Tze e Chuang-Tze il Divino non è pura spiritualità, ma una forza che agisce nel mondo. Nemmeno il taoismo però è in grado di giustificare l’azione etica, e ciò per il suo carattere monistico: è il cielo ad operare il bene, all’uomo non resta che rinunciare all’azione ed attendere.
Per quanto riguarda l’induismo, il discorso è più complesso. Esso supera l’impersonalità del Principio brahmanico e va alla ricerca di una Divinità personale, con la quale il fedele possa entrare in un rapporto di comunione spirituale. L’ India giunge così al monoteismo, ma non ancora all’idea del Dio etico. L’induismo « non fa il passo decisivo»[10]: il monoteismo è costantemente minacciato dal politeismo, considerato da Schweitzer immoralistico.
Confrontato con le religioni orientali, il cristianesimo appare meno logico. Non è possibile rispondere razionalmente alla domanda sui rapporti tra Dio inteso come Persona etica e le forze che operano nel mondo. Il cristianesimo è ingenuo: ma è, la sua, una ingenuità superiore. «Vi sono due forme di ingenuità: una, che ancora non ha abbracciato ogni problema e ancora non ha bussato a tutte le porte della conoscenza, ed un’altra, più alta, che si ha quando il pensiero ha considerato ogni problema, ha tratto consiglio da ogni sapere e conoscenza e quindi riconosce che non possiamo spiegare nulla, ma dobbiamo seguire le convinzioni che si impongono a noi per il loro intimo valore» [11]. Questa ingenuità non si contrappone al razionalismo, ma lo completa.
Il cristianesimo è la religione che riesce a conciliare mistica ed etica, abbandono ed azione. E’ una interpretazione che Schweitzer sviluppa nella sua più importante opera teologica, Die Mystik des Apostels Paulus, del 1930. Quella paolina non è, per Schweitzer, una mistica dell’unione con Dio, ma della comunione con il Cristo. L’esperienza che Paolo insegna non è il semplice abbandono, ma la partecipazione al Regno di Dio tramite il morire e risorgere in Cristo. Partecipando al Regno di Dio, l’uomo diventa libero dal mondo, ma non indifferente a ciò che accade in esso: è chiamato a testimoniare nel mondo lo Spirito, principalmente attraverso la sua condotta morale. «L’etica –scrive- è per lui la necessaria dimostrazione che attraverso l’essere-in-Cristo è già avvenuto il passaggio dal mondo naturale a quello soprannaturale» [12].
Come cristiano, dunque, Schweitzer è disposto al confronto onesto con le altre religioni ed all’esame razionale delle stesse verità di fede, senza accordare al cristianesimo alcun privilegio aprioristico. Ciò che non è assolutamente disposto a riconoscere è che le diverse religioni, tutte caratterizzate da limiti ed imperfezioni nelle loro realizzazioni storiche, contengano elementi ideali ed etici che, adeguatamente sviluppati, possono diventare efficaci fattori di incivilimento. E’ questa la posizione di Gandhi, per il quale tutte le religioni sono sullo stesso piano: cosa che non gli impedisce di dichiararsi induista. «E’ oramai finito il tempo in cui i seguaci di una religione potevano fermarsi e dire, la nostra è la sola e vera religione, tutte le altre sono false», scriveva Gandhi nel 1905. [13] Ai non induisti Gandhi chiede soltanto di seguire in modo più profondo le loro stesse religioni. A rendere possibile questa posizione gandhiana, al di là della consuetudine giovanile con i teosofisti, è la presenza stessa nell’induismo di quell’elemento politeistico che Schweitzer ha tanto in orrore, e che invece ha l’effetto di favorire l’ecumenismo e l’apertura alle altre esperienze religiose.
Il rispetto per la vita
Le esigenze che lo Schweitzer teologo trova soddisfatte dal cristianesimo conducono lo Schweitzer filosofo della civiltà a teorizzare il rispetto per la vita. Anche in questo caso, si tratta di abbandonare la terraferma della logica per avventurarsi, spinti dalla necessità etica, nel campo dell’illogico e del mistero.
E’ nel 1915, in Africa, durante un viaggio sul fiume Ogooyè, che per la prima vota si affaccia alla mente di Albert Schweitzer l’idea del rispetto per la vita. Così Schweitzer rievoca quella rivelazione: «Sopra un banco di sabbia, alla nostra sinistra, quattro ippopotami con i loro piccoli si muovevano nella nostra stessa direzione. In quel momento, nonostante la stanchezza, mi venne in mente l’espressione ‘rispetto per la vita’, che, per quanto io sappia, non avevo mai sentito né letto. Mi resi conto immediatamente che questa espressione aveva in sé la soluzione del problema che mi stava assillando.» [14]
L’ Ehrfurcht vor dem Leben (giustamente J.Feschotte osservava che rispetto non traduce esattamente il tedesco Ehrfurcht, che implica anche un senso di paura, preoccupazione, ansia per qualcosa o qualcuno) [15] s’impone alla sua coscienza come l’idea semplice ma potente –figlia forse anche del paesaggio orizzontale dell’Africa equatoriale- capace di condurre il pensiero morale fuori dallo scetticismo e dalle contraddizioni, e di rispondere alla crisi della nostra civiltà. La formulazione di questo principio è di una semplicità estrema: «E’ bene mantenere e promuovere la vita; è male ostacolare e distruggere la vita.» [16] Sono le parole con le quali comincia la prima esposizione pubblica della concezione del rispetto della vita, in un sermone tenuto a Strasburgo nel 1919. Ciò che immediatamente risalta, in questo principio, è il riferimento alla vita, e non più esclusivamente all’uomo; cosa che distingue l’etica schweitzeriana dalla tradizione etica occidentale, avvicinandola a quella orientale. Il pensatore alsaziano ne è consapevole. Trattando dell’ahimsa jainistica, nel suo studio sul pensiero indiano, sostiene che il suo apparire è «uno degli avvenimenti più importanti nella storia del pensiero umano» [17]. E tuttavia il rispetto per la vita non è una semplice riproposizione dell’ahimsa. Quest’ultima è per Schweitzer una posizione puramente negativa, adeguata ad una cultura negatrice del mondo. L’azione violenta è negata perché è azione che lega al mondo più di qualsiasi altra azione. L’ahimsa è, nell’interpretazione di Schweitzer, una pratica di liberazione, che non comporta una vera e propria cura per le creatura. Il rispetto per la vita è invece amore attivo per tutto ciò che vive.
Il rispetto per la vita ha, dunque, qualcosa in più rispetto all’ahimsa; ma ha anche qualcosa di meno. Per il suo carattere negativo, l’ahimsa si accorda perfettamente con la conoscenza del mondo: è la conseguenza etica di una concezione del mondo monistica, che per il pensatore alsaziano è l’unica logicamente accettabile. Ciò non è consentito al rispetto per la vita, proprio perché si tratta di un’etica autentica, attiva, profonda, e non di una forma di negazione della vita. Ma le esigenze etiche autentiche mandano in crisi il monismo, sono inconciliabili con una concezione del mondo. Perché devo rispettare la Vita? Se osservo il mondo, devo concludere che la Vita è una forza crudele e assolutamente indifferente al bene e al male. Che senso ha rispettarla?
Abbiamo visto che per Schweitzer la crisi della civiltà è dovuta al fatto che non disponiamo più di una visione del mondo in grado di sostenere i nostri ideali etici. La conclusione della sua riflessione sul problema è che conoscenza del mondo ed etica autentica non sono conciliabili. L’etica deve fare a meno di una visione del mondo, della conoscenza del mondo così com’è. L’unica conoscenza necessaria è quella che attingiamo guardando in noi stessi, interrogando la nostra stessa volontà di vita. «La mia conoscenza del mondo è una conoscenza esteriore, e resta sempre incompleta. Ma la conoscenza della mia volontà di vita è diretta, e mi porta al misterioso movimento della Vita, come è in se stessa»[18]. Per quale motivo la Vita, che nel mondo naturale si mostra indifferente al bene e al male, in noi diventa etica, è una cosa che non possiamo comprendere. Eppure la necessità di rispettare ogni vita, la sacralità di ogni esistenza è per Schweitzer un dato immediato, una verità rintracciabile nella nostra interiorità senza la mediazione della ragione.
Non poche obiezioni sono state sollevate contro il rispetto per la vita. Molte di queste obiezioni rappresentano null’altro che la resistenza della cultura occidentale all’apertura dell’etica agli esseri non umani. In questo modo, si è detto, saremo costretti a considerare sacra e rispettare anche l’esistenza di insetti molesti o germi patogeni. Si è evocato il pericolo di una società che si autodistrugge per non uccidere altri esseri viventi. Naturalmente Schweizter, come Gandhi, non intende perseguire il principio del rispetto per la vita fino a queste conseguenze. Quel che importa ad entrambi è che, nello spirito dell’ahimsa, ogni violenza non strettamente necessaria nei confronti degli animali sia eliminata. La necessità pratica di uccidere per sopravvivere non comporta alcune distinzione tra vite sacre e non sacre, vite che hanno valore ed altre che non ne hanno. Una tale distinzione conduce a considerare non condannabile la teoria della distruzione di quelle vite cui si riconosce minor valore. «Come vita senza valore si riconosce poi – ammonisce Schweitzer- a seconda delle circostanze tipi di insetti o popoli primitivi» [19]. Accordare un valore alla vita che possiede alcune caratteristiche (intelligenza, coscienza, sensibilità) è un errore pericoloso, perché è possibile che il criterio in base al quale giudicare del valore di una creatura si restringa fino a ridursi alla appartenenza a una razza o fede, al possesso di normali capacità mentali o altro. La risposta di Schweitzer appare risolutiva, alla luce dei genocidi del Novecento.
Ai fini del nostro discorso importano soprattutto le implicazioni politiche del rispetto per la vita. Come abbiamo visto, Schweitzer non intendeva soltanto rivoluzionare l’etica occidentale, ma anche, e soprattutto, indicare una via d’uscita alla crisi della civiltà. Purtroppo le indicazioni concrete su questo punto sono piuttosto vaghe. Nella nuova civiltà, ognuno sarà in grado di conservare la propria natura umana; potrà essere materialmente e spiritualmente libero, ma sarà anche chiamato a prendersi cura della vita altrui. Le masse saranno spiritualizzate, indotte alla riflessione ed alla responsabilità. Il pensatore alsaziano ripone tutte le sue speranze nella persona; si accorge che la storia gli dà torto, ma si dice costretto a sperare dal «coraggio della disperazione»[20]. Soltanto questo primo risveglio della persona potrà rendere possibile il mutamento dello Stato moderno, che si trova sull’orlo del baratro a causa della crisi economica e dei conflitti politici, pur conservando un apparato gigantesco. Stato e Chiesa sono per Schweitzer due entità indispensabili per l’umanità, ma che hanno bisogno di essere spiritualizzate. La semplice diffusione della concezione del rispetto per la vita opererà questa trasformazione, resistendo ai sorrisi di scherno con la sicurezza della «saggezza del domani» [21]. Per quanto riguarda il problema economico, il rispetto per la vita chiede che le proprietà vengano messe a disposizione della collettività, ma liberamente, senza alcuna costrizione. [22] Ancora una volta, sarà lo spirito del rispetto per la vita a compiere il miracolo.
Come si vede, manca in Schweitzer qualsiasi concreta indicazione o proposta pratica. Quella del rispetto per la vita è una concezione etica, spirituale, religiosa, ma non politica. La convinzione del pensatore alsaziano è che, una volta cambiate le menti con la diffusione della nuova visione del mondo, la realtà politica, economica e sociale cambierà radicalmente. La realtà è molto diversa. Ogni progetto di spiritualizzazione o moralizzazione della politica deve prepararsi ad una lotta lunga, estenuante. In questa lotta ciò che conta è mostrare la possibilità di mostrare l’efficacia pratica dei propri ideali. Quel che conta è disporre, accanto ad una visione del mondo più o meno profonda, di un metodo d’azione adeguato, in grado d’incidere nella dura scorza della storia i segni dell’ideale.
Note
[7] A.Schweitzer, La mia vita e il mio pensiero, tr. it., Edizioni di Comunità, Milano 1977, p. 210.
[8] A.Schweitzer, Kultur und Ethik, cit., p.259.
[9] Ivi, p.264.
[10] Cfr ivi, p.240.
[11] Ivi, p.7.
[12] Ivi, p.12.
[13] A.Schweitzer, Das Christentum und die Weltreligionen, C.H.Beck, München s.d., p.33.
[14] Ivi, p.41.
[15] Ivi, p.49.
[16] A.Schweitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, J.C.B.Mohr, Tübingen 1954 (seconda edizione), p.323
[17] M.K.Gandhi, La forza della verità, cit., p.463.
[18] A.Schweitzer, Rispetto per la vita, tr. it., Claudiana, Torino 1994, p.15.
[19] J.Feschotte, Alberto Schweitzer, tr. it., Curci, Milano 1955, p.76, n.2.
[20] A.Schweitzer, Rispetto per la vita, cit., p.27.
[21] A.Schweitzer, I grandi pensatori dell’India, cit., p.53.
[22] A.Schweitzer, Kultur unhd Ethik, cit., p.201.