In origine, l’uomo era uomo: fatto di fango, legato alla terra. Poi accadde la colpa. L’uomo, semplice uomo, ambì farsi dio. Mangiò all’albero della conoscenza e, ottenutala, saggiò per la prima volta la vergogna dello sguardo reciproco. Fu riconosciuto dio: cadde nel sacro. Che la sua sacralizzazione rappresenti una caduta non vuol dire che egli non sia sacro; vuol dire che la sua sacralità ha un prezzo. A pagarlo sarà, infine, Dio stesso. Il sacrificio del Figlio non rappresenta la restaurazione dell’ordine cosmico compromesso dal peccato – la distruzione, cioè, del mondo. Esso rappresenta, invece, il compimento del mondo. C’è mondo dove e fin quando è assicurata la centralità dell’uomo nel cosmo. La morte di Dio per l’uomo è l’unico atto che possa sancire drammaticamente questa centralità. È il massacro di Dio che garantisce la sacralità dell’uomo. Esso è inoltre anticipazione di un altro massacro: quello degli iniqui, degli uomini che sono al di fuori del recinto del sacro. Con il massacro finale degli iniqui si realizzarà la costruzione finale del mondo, il Regno, la Gerusalemme celeste. Perché questo sia, occorre un anti-Regno, un Regno del male, il Tofet, un luogo in cui si continui all’infinito l’opera del massacro. Chi consideri antireligiosa questa infinità del massacro non ha consapevolezza del reciproco implicarsi di sacro e massacro. Perché il recinto sacro del Paradiso sia in eterno, occorre che sia in eterno la dissacrazione dell’Inferno; proprio come sulla terra, affinché vi siano diritti e rispetto della persona, occorre che moltitudini di civili siano umiliati, violentati, massacrati.