A più di un anno di distanza dalla sua pubblicazione, la traduzione italiana de La religione e il nulla di Nishitani sembra essere passata quasi inosservata, ed è cosa di cui occorre dolersi, perché si tratta del capolavoro di uno dei più grandi pensatori giapponesi contemporanei, oltre che di un libro filosofico rigoroso e profondo. Scrive nell’introduzione James W. Heisig: “Bisogna leggere Nishitani con sospetto ed occhio critico, ma bisogna leggerlo. E, dopo, bisogna aprire un dialogo con questo sconosciuto” (p. 24). Cos’ha da offrire questo sconosciuto con cui bisogna dialogare? Niente di meno di una lettura del nichilismo alla luce della tradizione filosofica del buddhismo zen.
La religione è affrontata da Nishitani non nell’ottica del rapporto tra Dio e l’uomo né in quella del sacro, ma in una prospettiva più ampia: religione è la vera consapevolezza della realtà, intendendo con ciò non solo il nostro diventare consapevoli della realtà, ma il realizzarsi della realtà stessa nella nostra consapevolezza della realtà. Non si tratta, in altri termini, di conoscenza filosofica, ma di un movimento integrale della mente e del corpo. Non a caso, spiega, l’esigenza religiosa si fa presente e pressante quando la nostra esistenza perde senso, e noi stessi diventiamo la domanda: perché sono? E’ evidente fin d’ora la connessione tra la religione e il nulla. E’ quando il nulla appare sullo sfondo della nostra esistenza che entriamo nella sfera religiosa, che si apre per noi un dubitare totale che è inizio del movimento verso la consapevolezza.
L’Occidente ha dubitato, con Cartesio, dell’esistenza di tutto, fuori che del soggetto; il soggetto, anzi, è l’origine di ogni certezza. E’ questo che Nishitani chiama “campo della coscienza”, che distingue un dentro ed un fuori, un soggetto ed un oggetto, con una distinzione che permane anche nell’autocoscienza, perché anch’essa il porsi davanti a se stessi come una cosa da osservare. Nemmeno nell’autocoscienza l’uomo è a contatto con se stesso. Perché ciò avvenga, occorre oltrepassare il campo della coscienza e quello degli enti, occurre sporgersi nel nihilum, conquistare un dubitare più radicale di quello cartesiano, che giunge a mettere in questione il soggetto stesso. E’ una esperienza religiosa: Nishitani parla di “samadhi” e “grande morte”, seguendo la terminologia zen; il lettore cristiano può pensare alla “notte oscura dell’anima” di Giovanni della Croce. Nella posizione del nihilum il soggetto si scopre colpevole, sorprende al suo fondo un male, una corruzione radicale, la cui consapevolezza però rende possibile la redenzione. Nella prospettiva del nihilum ogni ente è infinitamente distante dagli altri, irrimediabilmente solo.
L’esistenza che si apre al nulla è disperata, e tuttavia la disperazione, il nulla non sono l’ultima verità sull’uomo. Dalla grande morte nasce l’uomo nuovo: e nasce non fuggendo dal nulla, ma attraversandolo, andando oltre il nulla: giungendo alla vacuità. “Una valle insondabilmente profonda all’interno di un infinito cielo aperto, ecco il rapporto tra nihilum e vacuità” (p. 139). La vacuità, spiega Nishitani, non è realtà di cui si possa dare rappresentazione oggettiva. E’, invece, una prospettiva. Non si tratta di percepire in qualche luogo un vuoto, ma di realizzare il nulla ed il vuoto come tutt’uno con l’essere. Non ci sono un essere ed un nulla sul cui rapporto si debba riflettere, ma un essere-eppure-nulla che supera ogni logica dualistica.
Nel campo della vacuità ogni ente accade nella sua natura propria (tathata), ogni cosa torna alla sua terra natia. Se nel campo nel nihilum tutti gli enti sono assolutamente, disperatamente soli e separati, nel campo della vacuità tutti gli enti sono uno. La vacuità è la grande apertura nella quale tutti gli enti si incontrano. L’Occidente ha pensato l’Uno, ma c’è per Nishitani una differenza essenziale: l’Uno occidentale è una Ragione assoluta che oltrepassa le singolarità, mentre l’Uno del campo della vacuità appare dopo aver attraversato il campo del nihilum, e proprio per questo si disperde costantemente, all’infinito. L’Uno è il centro di una circonferenza da cui si partono infinite linee che intersecano le circonferenze della sensibilità e della ragione in infiniti punti. Questo vuol dire che ogni punto della circonferenza - ogni ente, cioè - è “permanentemente immerso in un abisso senza fondo” (p. 190). Vuol dire anche che ogni ente è il centro. Ogni ente è il centro di tutte le cose, il punto da cui si dipartono le linee infinite degli enti, superata la distinzione tra fenomeno e cosa in sé.
Dal punto di vista religioso, il campo della vacuità è il luogo della liberazione, del distacco, della consapevolezza. Quando l’uomo giunge al fondo della propria esistenza, al di là della ragione speculativa, scopre l’infinità della finitezza, vale a dire la radicalità della finitezza stessa. E’ quella consapevolezza che il buddhismo esprime con la figurazione della “ruota del divenire” e con l’idea della trasmigrazione, nei confronti della quale Nishitani opera una demitizzazione, interpretandola come segno dell’abissalità del nihilum che è al fondo dell’esistenza. La liberazione dalla ruota del divenire, insegna il buddhismo, avviene con il nirvana. Il passaggio dal samsara al nirvana, dal ciclo delle esistenze alla liberazione, non è altro che la conversione dal campo del nihilum alla vacuità. La particolare logica del buddhismo non consente però di pensare una liberazione come fuga dal samsara. Il nirvana non è un luogo diverso dal samsara; al contrario: vivere il nirvana è vivere la vita di sempre, stare nel samsara senza chiedere nulla, qualcosa di molto simile alla “vita senza perché” di Eckhart (le affinità tra Eckhart e lo zen sono studiate in Italia da padre Luciano Mazzocchi e Jiso Forzani). Questo vuol dire anche accettare tutto ciò che accade, considerare l’essere di ogni cosa tutt’uno con il suo dover essere, con il suo dharma. Già Dogen avera avvertito nello Shobogenzo (Bussho) che l’essere non nasconde nulla in riserve occulte. Non c’è nessun mondo perfetto da contrapporre a quello in cui siamo. L’essere è quello che dev’essere.
Il campo della vacuità è, insomma, il campo di un assoluto sì alla vita, conquistato dopo aver attraversato il deserto del nihilum. E’ anche, però, il campo dell’amore religioso. L’esistenza nel campo della vacuità è caratterizzata dal non-ego. Superata l’autocentricità e la persona, l’uomo nega se stesso e trova il proprio fine in tutti gli altri esseri. Con un’espressione che colpisce, Nishitani sostiene che la persona, il sé “deve diventare una cosa per tutti gli altri esseri” (p. 337): in realtà, infatti, nella posizione della vacuità l’uomo non è qualcosa di umano. Uccidendo se stesso, però, il sé uccide anche gli altri (lo stesso Buddha, secondo il famoso detto di Lin-chi), perché si pone al di fuori del campo in cui esistono soggetti diversi. Nel campo della vacuità non esiste l’ego mio, né quello altrui. Ogni ente, nel campo della vacuità, è centro: di qui un conflitto assoluto, inaudito tra infiniti enti-centri. A ragione Eraclito parlava, dunque, del conflitto come padre di tutte el cose. Ma nella misura in cui tale conflitto è tra enti che non sono enti, tra non-seità, esso è anche assoluta, inaudita armonia. E’ uno scontro, ma è anche compenetrazione amorevole. E’ guerra, ma è anche gioco. “Gioco è qui la pratica zen e la pratica zen è gioco: questo sorgivo gioco è sorgiva serietà, e viceversa” (p. 325).
E’ un gioco che avviene fuori dal tempo, perché nel campo della vacuità anche il tempo soggiace alla logica della concentrazione in uno: ogni istante è il centro del tempo e contiene tutti gli altri istanti. E’ superato così lo stesso eterno ritorno di Nietzsche, cui Nishitani attribuisce grande importanza, come realizzazione della grande morte, presentazione temporale del nihilum in cui l’essere si mostra come pura impermanenza, e la cui circolarità tuttavia riporta anche all’adesso, all’attimo presente. L’eterno ritorno è il punto di conversione alla vita, una volta raggiunta la massima negazione possibile. Tale conversione non fu possibile a Nietzsche perché “la volontà di potenza, la posizione finale di Nietzsche, è ancora concepita come ualcosa chiamata ‘volontà’. Finché viene considerata un’ entità chiamata ‘volontà’, essa non perde completamente la sua connotazioen di essere un altro da noi e così non può diventare qualcosa grazie a cui possiamo veramente diventare consapevoli di noi stessi nella nostra sorgente” (p. 292).
E’ piuttosto chiara la intrepretazione di Nishitani della situazione contemporanea. L’Occidente è giunto, con il nichilismo e Nietzsche, alla posizione del nihilum, disperante e precaria, prossima ad una conversione di cui però è incapace. Completare questa conversione, accompagnare il passaggio dal nihilum alla vacuità, dalla disperazione al gioco, è il contributo del pensiero buddhista alla crisi attuale.
Ci sono tre modi di leggere questo libro. Il primo è quello di leggerlo come un confronto tra la tradizione culturale, filosofica e religiosa giapponese e quella occidentale. Si considereranno, allora, i giudizi sul cristianesimo, su Cartesio, su Eckhart, su Nietzsche, su Sartre; e qua e là potrà risultare qualche incomprensione, qualche azzardo ermeneutico, qualche forzatura. Il secondo modo è di leggerlo come una espressione di un pensiero altro, di cui bisogna sforzarsi di comprendere la peculiarità, facendo qualche sforzo anche per la comprensione del lessico filosofico, che, come succede, solo parzialmente può essere tradotto in una lingua diversa. Il terzo modo è quello di considerare La religione e il nulla come un’opera da meditare, come uno strumento per compiere quella radicale ricerca di sé in cui consiste forse l’essenza della filosofia non meno che della religione.


Interessssssante. Non sapevo della sua esistenza.
P.S. Ma tu quanto tempo ci metti a leggere un libro?
Comment by a. — 23-08- 2005 @ 8:28 pm
Quello di Nishitani l’ho letto l’estate dello scorso anno. L’ho riletto qualche giorno fa. Ci sono libri che sto leggendo da anni, come La persuasione e la rettorica di Michelstaedter.
Comment by antonio vigilante — 23-08- 2005 @ 9:12 pm
intanto, complimenti (e grazie) per il tuo bel blog. per ragioni di tempo, ho letto solo i primi tre post, e mi sono soffermato in particolar modo sul terzo. non conoscevo né l’autore né, dunque, il saggio che tu dottamente commenti; ma mi pare si inserisca, come tu sottolinei, nel sistema (forse, non-sistema) del buddhismo zen. in fondo, si torna alla tematica di fondo: l’uomo vive nel regno del finito, intuisce che vi sia qualcosa d’altro, esprime desideri, che dovrebbero condurlo altrove, ciò non accade, continua a desiderare,. soffre. di questo finito abbiamo (infinite) evidenze, e mi pare che Nishitani richiami la principale: la divisione, che poi è la conoscenza, che noi occidentali chiamiamo ragione. ed allora la ragione, con Cartesio dubita e cogita, ma esiste; e dunque, così facendo, non comprende, ma si limita a conoscere. in altri termini, permane quel campo di coscienza, che l’illuminato Krishnamurti chiama un ‘centro’; ma anche tu usi questa espressione più avanti. e allora? allora si può forse dire che la vacuità (termine frutto di una inesatta traduzione, ne sono certo) di Nishitani, non è l’opposto della pienezza, com’è nella nostra lingua; ma l’uso passivo del verbo essere, intraducibile in italiano. l’uomo che si affaccia sull’infinito, non c’è più, muore (cristianamente, buddhisticamente, come preferiamo: giustamente tu ricordi che se incontri Buddha sulla strada per Buddha, uccidilo), scompare il centro: l’essere diventa una vicenda passiva. come è sempre stato, peraltro, ma ne acquisiamo consapevolezza uscendo da noi, e dalla catena delle nascite e delle morti, nel satori: e allora, è forse meglio dire che è la consapevolezza che acquisisce noi? o che la consapevolezza è?
poi, tu scrivi che roge un ‘conflitto assoluto, inaudito tra infiniti enti-centri. A ragione Eraclito parlava, dunque, del conflitto come padre di tutte el cose. Ma nella misura in cui tale conflitto è tra enti che non sono enti, tra non-seità, esso è anche assoluta, inaudita armonia. E’ uno scontro, ma è anche compenetrazione amorevole’. permettimi, tratteniamo l’emozione, lasciamo l’amore ai cristiani, ovveror reinterpretiamolo come propone sempre Krishnamurti, ma non facciamo che ci impedisca di vedere: che vuol dire conflitto e armonia in una prospettiva infinita? cosa si contrappone o armonizza rispetto a che? non vi è più un centro, vi è solo l’infinito, e noi siamo governati dall’infinito: nessun conflitto, nessuna armonia. permettimi una citazione: non c’è specchio, dove vuoi che si posi la polvere? ma il tema, dicevo, non ci deve emozionare soltanto, ma spronarci: la domanda è: esiste un’etica? esiste una regola dell’infinito? esiste una disciplina che conduce e governa l’universo? io penso di sì, ma qui mi fermo.
grazie ancora per le riflessioni che hai voluto condividere.
Comment by Mix — 04-09- 2005 @ 1:07 pm
Grazie a te per aver avuto la pazienza di leggermi. Allora:
- Sì, il pensiero di Nishitani è riconducibile al buddhismo zen. Vacuità non è un errore di traduzione; traduce il giapponese ku, che vuol dire appunto vuoto (e traduce a sua volta il sanscrito sunyata), anche se l’ideogramma può indicare anche il cielo.
- Sicuramente la vacuità buddhista è qualcosa di molto diverso dal vuoto occidentale, poiché non si pensa in contrapposizione al pieno; piuttosto, trascende soggetto e sostanza. Il vuoto è uno stato oltre il soggetto ed oltre la sostanza. Non mi sembra improprio difinirlo con il passivo di essere, soprattutto se si considera l’importanza che il non agire acquista con la vacuità.
- Sì, è la consapevolezza che acquisisce noi. All’inizio della recensione ho scritto: “religione è la vera consapevolezza della realtà, intendendo con ciò non solo il nostro diventare consapevoli della realtà, ma il realizzarsi della realtà stessa nella nostra consapevolezza della realtà”.
- Dire che c’è conflitto-e-armonia vuol dire negare l’esistenza tanto del conflitto quanto dell’armonia. Se nel vuoto non c’è sostanza né soggetto, come potrebbe esserci conflitto o armonia?
- Esiste un’etica? L’etica di Nishitani si riduce, mi sembra, a due affermazioni: 1) tutto è come deve essere, 2) bisogna farsi cosa per gli altri. Se la prima affermazione comporta probabilmente la negazione stessa dell’etica, poiché credo che faccia parte dell’etica una certa tensione escatologica, la seconda, esigendo l’annullamento quanto di più naturale è nell’uomo (la tendenza a soddisfare se stessi a costo di qualsiasi altro essere), introduce nell’essere una modificazione il cui peso è forse irrilevante, ma la cui direzione è quella di una trasmutazione amorevole.
Comment by antonio vigilante — 04-09- 2005 @ 4:51 pm
e come cose non tendere la mano
Comment by Anonymous — 04-09- 2005 @ 5:37 pm
grazie a te per la risposta (e con questa finiamo i ringraziamenti, che si potrebbero rincorrere all’infinito). mi compiaccio della concordia di vedute: scrivi che il vuoto corrisponde all’ideogramma giapponese ku, che mi pare una felice combinazione di ki (forza, se non sbaglio) e l’intraducibile wu (in-azione, si insegna tradizionalmente, a metà fra il sì ed il no, la risposta alla domanda impossibile, al koan, che tu in effetti accosti all’idea di vuoto). quindi, un in-essere che muove con forza verso l’apparente essere, un invincibile permanere della metafisica, che governa per necessità la fisica.
poi, restano l’amore e l’etica, ma ci vuole tempo, che rubo ai miei obblighi di ufficio, ed è dunque poco. sono lietissimo di questo contatto, estremamente raro in questi tristi tempi, che auspico prosegua. buona giornata.
Comment by Mix — 05-09- 2005 @ 12:02 pm
Per quanto affascinante, l’idea che ku sia il risultato di ki+wu è insostenibile. L’ideogramma ku ha come radicale un ideogramma che più banalmente vuol dire foro, buca. Non mi azzardo a fare congetture, visto che la mia conoscenza del giapponese è spaventosamente scarsa - ma migliorerò.
Ohayo gozaimasu.
Comment by antonio vigilante — 05-09- 2005 @ 2:03 pm
chiaro, anche perché la traslitterazione in italiano immagino non abbia alcun senso in giapponese. però è divertente pensare che vi siano insondabili armonie; è un po’ cabalistico, se vuoi, ma diverte. quanto a conoscenza del giapponese, non sono in grado di aiutarti: unisco alcuni termini del karate a quelli che si apprendono nella letteratura di settore (buddhismo zen): quindi, 15 parole in tutto, penso (oltre ad arigatò). ad esempio, non so come mi hai salutato (sempre che fosse un saluto
. ma credo tu lo abbia detto per modestia. attendo nuovi contributi, e nel frattempo mi leggo un po’ di vecchi post. a proposito, complimenti per la posizione sul grande fratello: mi hai fatto sentire meno solo.
Comment by Mix — 05-09- 2005 @ 9:19 pm
In giapponese è tutto molto complesso, perché gli ideogrammi hanno due pronunce, una giapponese pura (Kun) ed una di origine cinese (on); per la trascrizione fonetica di queste due pronunce si usano due sillabari diversi, hiragana e katakana. Molte parole giapponesi sono formate dalla combinazione di più ideogrammi. Aikido, ad esempio, è l’insieme di ai (amore) ki (spirito) e do (via, in cinese dao). Purtroppo la mia conoscenza del giapponese è davvero misera cosa: sto ultimando appena adesso lo studio del primo livello dei kanji.
Ohayo gozaimasu vuol dire buona giornata.
Comment by antonio vigilante — 05-09- 2005 @ 10:04 pm
come immaginavo, ne sai incomparabilmente più di me. e dunque ki significa spirito: io pensavo significasse forza, in quanto il ki è presente nel kime, l’impeto del karateka, ed il notissimo kiai, ossia il grido (in realtà una secca espirazione) che accompagna l’attacco, ed esprime appunto il kime: da cui la mia povera deduzione. Ohayo gozaimasu a te!
Comment by Mix — 06-09- 2005 @ 12:05 am