si tibi non annis corpus iam marcet et artus
confecti languent, eadem tamen omnia restant,
omnia si perges vivendo vincere saecla,
atque etiam potius, si numquam sis moriturus
fa dire Lucrezio alla natura (III, 946 segg.). E dice, dicono bene; e tuttavia parla, parlano una lingua non più conosciuta. Nulla di nuovo avrebbe da offrirci la vita, se pure potessimo vivere mille anni; se pure potessimo non morire affatto. Cosa di più falso? La vita si rinnova ad ogni istante, il mondo cambia, si evolve, tutto si perfeziona o decade (e non è anche il decadere di qualcosa uno spettacolo degno di attenzione?). Ognuno, stando così le cose, vorrebbe prolungare la vita, ognuno vorrebbe vincere la morte. Dalle mie parti si parla della vecchia che non voleva morire perché voleva vedere. Siamo oggi tutti calunniatori della morte per volontà di vedere.
Eppure non c’è nulla da vedere. La vita, davvero, non ha nulla di nuovo da offrire. Non vi saranno sconvolgimenti, il bene non vincerà mai il male, l’antilope ed il leone non pascoleranno insieme; e se anche l’antilope ed il leone pascolassero insieme, anche ciò ci strapperebbe, dopo qualche tempo, uno sbadiglio. Non c’è nulla da vedere. Lo sa bene il viaggiatore del nostro tempo, che corre da una parte all’altra del pianeta per scattare fotografie, eppure sempre torna a casa con la sensazione di non aver visto nulla, di non aver toccato nulla: e di aver fotografato il nulla.
La vita, la natura, la storia procedono in circolo, senza nessuna evoluzione, senza alcuno svolgimento drammatico, senza alcun finale. Dio è uno scrittore senza fantasia: nel calderone primordiale, quando tutto girava vorticosamente, quando tutto era tohu wa-bohu, ha gettato qualche centinaio di mali, di follie, di illusioni. Bereshit bara Elohim, dice la Bibbia. In principio Dio creò. Qualche cabalista in vena di scherzi, però, legge così: In principio Dio barò.