Ti sei imbattuto molto volte nell’affermazione che tutto è irreale, vano; che il mondo è sogno o teatro; che la vita ha la concretezza di un fantasma e la serietà di un gioco. Ogni volta sei rimasto colpito da queste affermazioni, ed ogni volta hai superato il leggero smarrimento tastando la solidità delle cose. Vorrei provare a mostrarti la cosa da un punto di vista né poetico né religioso (poiché so che la poesia e la religione ti suggestionano, ma non ti convincono).
Il punto dal quale bisogna partire è questa affermazione: tutto ciò che è, è composto di parti. E’ una affermazione difficilmente contestabile. Soprattutto, è una affermazione che appartiene alla scienza, non alla fede. E’ la scienza a mostrarci che tanto gli organismi viventi quanto i corpi inanimati sono scomponibili. Quella che un tempo era intuizione dei filosofi, oggi è verità scientifica. Sappiamo che un corpo vivente è fatto di organi; sappiamo che gli organi sono fatti di cellule; sappiamo che le cellule sono fatte di molecole; sappiamo che le molecole sono fatte di atomi; sappiamo che gli stessi atomi sono divisibili. Tutto ciò che è, è quindi scomponibile. Ciò che vedi, può essere altro da ciò che vedi. Tu stesso sei scomponibile nei tuoi organi, nelle tue cellule, nei tuoi atomi. Scomporti nelle tue parti è quello che il Buddha ti invita a fare nel Mahasatipatthanasuttanta. E’ come se prendessi un sacco pieno di granaglie e, rovesciatone il contenuto, analizzassi e distinguessi il riso, il farro, il grano, dice. Così tu stesso, dentro l’involucro della pelle, sei fatto di tante cose: “In questo corpo ci sono capelli, unghie, denti, pelle, carne, nervi, ossa, midollo, reni, cuore, fegato, diaframma, milza, polmoni, mesenterio, intestino, stomaco, feci, bile, flemma, pus, sangue, sudore, grasso, lacrime, sebo, saliva, muco, liquido sinoviale, urina” (Mahasatipatthanasuttanta, 5, in La rivelazione del Buddha, vol. I, Milano 2001, p. 341). L’idea di compiere un esercizio simile ti ripugna. Tu, come tutti, ami poco guardarti dentro, in senso prettamente fisico; considerare le tue frattaglie. In un certo senso, noi non siamo corpo, nella nostra quotidianità. Intrecciamo il sentire corporeo, l’immagine corporea ed il simbolismo corporeo in modo immateriale, costruendo la persona che siamo. Raramente cogliamo l’opacità del corpo.
Io ti invito ad andare oltre. Non solo ad afferrare un coltello ed a farti mentalmente a pezzi, ma a far tuo uno sguardo assoluto ed a guardarti nei tuoi elementi costitutivi più infimi. L’esperienza è ancora più disperante, anche se meno disgustosa. Non ti troverai più di fronte le tue frattaglie, i polmoni ed il pus, i globi oculari e le feci, certo. Ma questa frattaglie sanguinolente erano ancora, in qualche modo, te. Ora scoprirai, invece, che di te non resta più nulla.
Siedi dunque in posizione di meditazione: incrocia le gambe come meglio ti riesce. Chiudi gli occhi e respira lentamente. Ricorda le parole del Buddha. Sezionati, scomponiti. E va’ oltre. Esplodi nei tuoi atomi e quindi sciogliti nell’ambiente. In realtà nulla è esploso: tu sei sempre stato quello. Sei sempre stato nulla. I tuoi atomi si confondono con gli atomi del pavimento su cui siedi e dell’aria che respiri. Tu non esisti. Ora vedi bene cos’è la morte. Seduto nella tua stanza, tu sei morto. Se ti piace chiamare Dio quella massa indistinta di atomi che vedi, puoi dire che sei tornato a Dio; se preferisci chiamarla Nulla, puoi dire che hai toccato il Nulla. Non è importante, questo.
Ma tu hai paura. Hai paura di morire, o forse di impazzire. Sapere che non sei se non uno dei livelli di organizzazione del reale, in nessun modo ultimo o decisivo; sapere che la morte c’è sempre, e che in realtà sei già morto; sapere che la persona che sei ha meno consistenza di una maschera di teatro: tutto ciò è inaccettabile. Una simile consapevolezza, dici, è contro natura. Ogni organismo cerca di perpetuare se stesso, di sostenersi, di aggrapparsi alla vita, mentre ciò di cui io parlo è un darsi spontaneamente alla morte, dici. E’ vero. E’ anche vero che ogni essere cerca disperatamente la sua morte, e soffre perché non trova che morti provvisorie, inappaganti, non risolutive. Ogni essere cerca di tornare là da dove viene, di risalire la corrente, di deporre il peso dell’illusione. Nessun essere si sviluppa verso forme di vita più complesse, osservava Freud, se non è costretto da necessità esterne. La semplicità dell’ ameba è più vicina al vero della complessa organizzazione umana.
Nella tua stanza, deciso a darti la morte, puoi percorrere a ritroso il cammino dell’evoluzione, assumere le molteplici e sempre più elementari forme di vita, fino a diventare un’ameba ed un protozoo. Quel che segue è il mondo del senza forma e del senza morte.