minimo karma    retomar o pedaço que falta

Anarchismo

Aldo Capitini, il filosofo cui ho dedicato qualche anno di studio, è stato il teorico del potere di tutti. La sua idea era che una vera democrazia non può essere affare della classe politica, ma deve coinvolgere tutti; e se non tutti possono essere attivi amministratori, certo tutti possono essere controllori del potere. Si stabiliva così una dialettica: da una parte i politici di professione ed i partiti, dall’altra dei gruppi di discussione e di controllo - quelli che chiamava Centri di Orientamento Sociale.
Capitini non era un anarchico, ma il suo pensiero è oggettivamente molto vicino all’anarchismo; e so che molti anarchici ne seguivano con grande interesse l’itinerario teorico e le prese di posizione. La sua teoria del potere di tutti ha trovato, com’era prevedibile, ben pochi consensi anche a sinistra: nemmeno la fine del PCI è servita a far scoprire alla sinistra l’importanza del controllo politico dal basso. Poi, certo, sono arrivati i movimenti, è arrivato il Nuovo Municipio, è arrivata la contestazione della globalizzazione. Si stenta a credere che tutti questi temi erano già stati affrontati, e fin dagli anni del fascismo, da un pensatore italiano, e con una chiarezza ed un rigore eguagliati da pochi.
Tra questi pochi c’è Pietro Maria Toesca. Nella sua Teoria del potere diffuso, Toesca ha difeso una idea di democrazia decentrata, che era già di Capitini. Allo Stato ed al potere concentrato si contrappone una società di comuni liberi e democratici, nei quali è possibile un esercizio effettivo del potere e della cittadinanza. Che è, poi, la risposta alla vecchia domanda rivolta agli anarchici: tolto lo Stato, cosa resta? Come ci si organizza? Ci si organizza in comuni. Tutto qui. L’attenzione di Toesca di è concentrata quindi sulla città come luogo del potere politico. Una città da ripensare radicalmente, mettendo al centro l’uomo ed il suo potere. Non la metropoli anonima può rappresentare il futuro, ma la piccola città che non è bella, ma utopica: vale a dire, la sua bellezza è nella capacità di accogliere una comunità e portarne i segni.
Pietro M. Toesca non c’è più, e nessuno sembra essersene accorto. Noi italiani siamo sempre molto crudeli con i nostri profeti.

Pubblicato il 30-12- 2005 3:58 pm | Commenti (5) |
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Testi, Altri mondi

Prefazione

Se le mie visioni non sono gradevoli quanto quelle dei nostri begli spiriti, esse hanno almeno il vantaggio di non offendere né la religione, né la ragione. Cedo volentieri l’onore del materialismo e dell’eterodossia a chiunque voglia adornarsene.
Si dirà che le mie idee non sono nuove, ma a torto. Chi ha mai letto presso i moderni o presso gli antichi che noi serviamo da giocattolo agli Spiriti Elementari, come gli animali per noi! I Genii sono stati conosciuti in ogni tempo; ma si conosceva, prima di oggi, il loro modo di agire nei nostri confronti?
Se il mio sistema sembrasse straordinario, risponderò che i Demoni che ci tormentano, e che sono delle Potenze delle tenebre diffusi nell’aria, devono contribuire a rendere la Storia degli Zaziri almeno verosimile.
Io non pretendo che delle particelle d’aria o di fuoco possano pensare, perché non sono né un poeta né un filosofo moderno; ma dico che gli Spiriti uniti a degli elementi, come le nostre anime lo sono ai corpi, hanno la facoltà di comprendere e di sentire. Se m’inganno, almeno l’errore non sarà pericoloso.
Ho chiamato Zaziri, con un nome che viene dai cinesi, gli Spiriti Elementari, perché è oggi cosa elegante prendere a prestito dei termini eterocliti per farne dei titoli di opere.
Quest’opera, che mi è servita di ricreazione dopo la composizione di un libro serio, avrebbe potuto essere meglio elaborata; bisogna riconoscere che è suscettibile di miglioramenti: ma ho creduto doveroso occuparmi rapidamente di un opuscolo di questo genere.
Da certi tratti ci si potrà accorgere che non amo la ciarlataneria; quanti autori, a proposito deglgli Zaziri, avrebbero supposto un manoscritto trovato non si sa come e non si sa dove, e la cui traduzione sarebbe stata annunciata con enfasi!
Riderei di buon cuore, e ne avrei il diritto, se mi si criticasse seriosamente; ma non me lo aspetto. Non intravedo, tra i miei censori, che qualche preteso purista, che nel giro di venti o trenta righe proverà che lo stile non è abbastanza corretto, e che vi sono frasi che l’Accademia non avrebbe il coraggio di leggere. Ebbene! chiedo venia a Lorsignori, i nostro prosatori.
Io so che le opere d’oggi debbano sembrare alle nostre coquette; occorre del belletto, se si vuole che piacciano, ma credo ancora ai pregiudizi dei secoli andati; si credeva che la natura valesse più dell’arte.
Essendo null’altro che una specie di assaggio che indica al pubblico il pezzo che si va a presentare, ogni prefazione deve essere poco estesa; ecco dunque quanto basta per giudicare il resto. Gli italiani ed i tedeschi, questi autori di dediche e di prefazioni eterne, mi biasimerebbero certamente, ed io mi applaudirei per il loro biasimo.
Conosco abbastanza il mondo da indovinare a quali persone questo libro piacerà e quelli che lo percorreranno con una specie di piacere. Non c’è opera che non sia relativa, che non venga biasimata o lodata a seconda del modo in cui si è colpiti; e spesso, quando non si osano contraddire delle verità, ci si vendica scatenandosi contro lo stile oppure accusando di plagio l’autore che non piace. Così, chi ama gli spettacoli prende in odio chiunque attacchi i teatri; lo schiavo delle mode e della futilità dichiara indecente e cattiva qualunque critica che colpisca l’abbigliamento e la messa in piega: ma la Ragione, che scrive allo scopo di correggere le ridicolaggini, plaude alla satira dei cattivi buffoni, ed il vero filosofo non è toccato dai loro clamori.
Bisogna rispettare la religione, onorare i sovrani, tacere sui governi, evitare le personalità, e quindi prendersi beffa di tutto ciò che resta. Coloro che si riconoscono nelle descrizioni generali o nei ritratti, devono correggersi, e non lamentarsi come delle persone tanto malvagie da farne delle applicazioni odiose e contrarie allo spirito sociale. Se si temono le allusioni, non si dovrebbe andare né agli spettacoli né alle prediche; io trovo in Moliere e in Bourdalone tutti gli uomini d’oggi. Ogni raffigurazione dei costumi rappresenta necessariamente qualcuno, altrimenti non è naturale; ma i piccoli geni riferiscono a sé, o ai loro vicini, ciò che può riguardare indistintamente tutti i paesi. Il ritratto del vanesio non ha delle copie a Roma come a Madrid, a Vienna come a Parigi, a Londra come a Petersbourg? E non sarebbe ridicolo volerlo restringere a una sola persona o a un solo luogo? Felice l’uomo che, sempre equo, dimentica gusti e pregiudizi quando legge un’opera, e non giudica un libro che secondo la ragione! Ma io parlo del filosofo; e la maggior parte dei lettori non sono che spiriti falsi, ai quali bisognerebbe proibire la lettura, come si vieta il nutrimento ai malati. Mai si è letto quanto oggi, e mai si è letto con meno rettitudine e meno discernimento.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

2- Continua.

Pubblicato il 3:00 pm | Commenta questo post (0) |
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Mores

Sorseggiando del caffé americano (che non so cosa sia, ma dev’essere buono) una mia amica mi ha detto di aver lavorato alla campagna pubblicitaria dell’Esercito Italiano. In altri tempi avrei preso la notizia come una martellata sui genitali, ma adesso sto facendo pace con il mondo ed empatizzo che è una meraviglia. Per cui ho pensato alle difficoltà enormi di trovare un qualsiasi slogan accettabile per pubblicizzare qualcosa come l’Esercito Italiano, ed ho provato profonda stima per la mia amica e per chiunque abbia fatto o faccia il suo lavoro. I pubblicitari sono gente in gamba, che riesce a penetrare l’anima del prodotto e quella dell’acquirente e che sa creare situazioni sempre nuove e slogan sempre più sorprendenti. Certo, non sempre così nuove e sorprendenti. In qualche caso s’avverte la stanchezza. Non è originalissimo, ad esempio, far rubare il prodotto da una ladra in calzamaglia per far passare il messaggio che il prodotto va a ruba - i primi prodotti andati così letteralmente a ruba sono stati, per quel che ricordo, i Grisbi, e dovevano essere gli anni Ottanta. Né brilla d’intelligenza pubblicizzare una Storia della filosofia (quella di Abbagnano, allegata all’Espresso) con uno spot ambientato in una discoteca, con il pischello che riesce ad entrare rivelando “cogito ergo sum” e ad abbordare la figliola al bar dicendole “carpe diem”. Ma insomma, ogni lavoro ha i suoi alti e i suoi bassi; e se dovessi dire i bassi del mio lavoro, mi verrebbe da piangere.
Dicevo della difficoltà di pubblicizzare una cosa come l’Esercito Italiano. Si tratta di pubblicizzare non un prodotto, una cosa che consumi e digerisci, ma una vita intera spesa al servizio della Patria.
Pubblicizzare una vita: gran cosa. Quello che facevano un tempo i filosofi, più o meno. Mi sono esercitato un po’, convinto che tali esercizi facciano bene alla mia neonata capacità di empatia. Ho faticato parecchio, scartando qualche slogan magari efficace, ma terribilmente banale - qualcosa come “Né arte né parte? Esercito Italiano” - e giungendo infine al risultato che potete vedere qui a fianco. Giudicate voi.

Pubblicato il 29-12- 2005 2:49 pm | Commenti (5) |
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Diario

“Il vecchio uomo dovrebbe battere sulla ciotola e cantare. Invece si preoccupa della morte” (I Ching).

Pubblicato il 23-12- 2005 9:24 am | Commenti (6) |
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Testi, Altri mondi

[Lettera dedicatoria]
Agli abitanti dei pianeti

ZazirocraziaE’ a Voi, che ve la ridete delle nostre sciocchezze e dei nostri titoli, e che di conseguenza non chiamerò né Altezze, né Eccellenze, né Monsignori, né Messeri, che offro quest’opera. Degnatevi di abbassare la sublimità dei vostri sguardi sulle produzioni di un autore terrestre e di vendicarmi delle opposizioni che il mio sistema deve subire presso i piccoli uomini, che come filosofia non hanno che l’abitudine. Si trovano oggi così pochi esseri ragionevoli, che devo slanciarmi al di là delle nebbie e delle nuvole, per scoprire delle Persone che vogliano e che sappiano pensare. Forse sono il primo uomo che vi dedica un libro; spero che possa piacervi. Ecco tutto il mio ossequio; è vero, semplice e breve, perché da voi non mi aspetto né regali né pensioni.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761, pp.III-IV.

1- Continua.

Pubblicato il 20-12- 2005 10:15 pm | Commenta questo post (0) |
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Mores

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnun alterius spectare laborem

diceva Lucrezio (II, 1-2). “Guarda quanto è bellino”, dice oggi il soldato italiano, inquadrando nel suo mirino il nemico ferito che si contorce a terra. Bellino è il nemico che crepa; senz’altro belli i nemici che a decina vengono spolpati dal fosforo bianco. S’è completata - ed era ora - l’emancipazione del bello dal bene. Buttiamo nel cestino i Canti di Maldoror ed accendiamo la televisione.

Pubblicato il 2:03 pm | Commenti (1) |
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Diario

Questa mattina tirava un gran vento: e così ho perso la mia sciarpa. Ho sentito freddo al collo, e non c’era. Qualcuno avrà visto una sciarpa volarmi via da collo; a quel qualcuno sarò parso buffo, piantato in Nasso dalla mia sciarpa nel bel mezzo della bufera. A quella sciarpa tenevo perché si trattava, a conti fatti, dell’unico guadagno materiale ricavato dalla mia modestissima attività di scrittore. Me la regalò qualche anno fa una poetessa, come segno di riconoscimento per aver introdotto la sua prima raccolta.
Ora vado in giro con una sciarpa wipala. United Colors of Ciaciaccon*.

* Ciaciaccon: sorta di bohémien dauno.

Pubblicato il 18-12- 2005 7:16 pm | Commenti (1) |
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Oware

Pubblicato il 11:34 am | Commenta questo post (0) |
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Cose così


Lo si può far saltare, ruzzolare, appallottolare, volendo: è facile e divertente.

Pubblicato il 9:38 am | Commenti (4) |
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Diario

Un sorso, un sorso, un sorso. Il ventre squarciato sanguina incontentabile, sanguina come piange un bambino battuto. Il cielo è blu e la luna è bianca. La luna è piena, bianca, nel cielo blu. Il cielo è rosso e la luna è blu. Il cielo è. Il cielo è il ventre e piove sangue. La luna evapora, polvere di castello. Dov’è la tua voce? Se potessi ficcare un braccio nel mio petto li avrei tutti qui nella mia mano i ricordi e i visi e i profumi delle primavere andate, te li lancerei, cielo ventre sangue che piovi. Polvere di castello, non resta nulla delle mattine di stazione, oltre le nebbie, oltre le nebbie. La vita a volte è bella da piangere, la vita a volte è bella da piangerci, la vita a volte è bella da piangerla. Qualcosa - ma- cade, le rose vanno a male, la primavera si sfinisce, ed è sempre troppo presto; e la luna evapora, polvere di castello. Se ti avessi seguito avremmo coltivato rose, e saremmo stati felici nel giardino delle rose, sarebbe -ma- successo qualcosa, ed io sarei diventato Majnun, Layla. Sono Majnun, Layla: dove vai? Aspettami. Dobbiamo coltivare rose, per essere infelici una volta ancora.

Pubblicato il 12-12- 2005 10:57 pm | Commenti (1) |
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Un umile operaio nella vignetta del Signore

Il papa!

Pubblicato il 11-12- 2005 7:08 pm | Commenti (1) |
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Nonviolenze, Segnalazioni

La domenica della nonviolenza di oggi pubblica cinque mie recensioni: La teologia degli oppressi di Tonino Bello, Vivere la nonviolenza di Federica Curzi, Cambiare il mondo senza prendere il potere di Holloway, Come Gandhi di Juergensmeyer, Pace e disarmo culturale di Panikkar.

Pubblicato il 2:07 pm | Commenta questo post (0) |
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Cose così

I cinque lettori di questo blog possono, se vogliono, chiedermi un invito Gmail, scrivendomi all’indirizzo antoniovigilante[at]gmail.com .

Pubblicato il 07-12- 2005 6:17 pm | Commenti (8) |
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Diario

Avevo da fare ‘na conferenza o qualcosa del genere, questo pomeriggio. Etica e ambiente: roba mia. La bella sala molto azzurra e barocca, ummaronna, è piena zeppa che non ci crederesti. Cazzo, penso: sono diventato importante. No, invece. La gente che s’ammassa è la famiglianza d’un trenta pueri dell’elementari che canticchiano beati l’inno alla gioia di quel tale. Finito che hanno, se ne vanno loro e la famiglianza loro, e la sala si fa brulla che manco il Gargano visto dal suo lato peggiore. Epperò ci stanno i fotografi e i giornalisti. Minchia, penso: sono importante comunque. Di fronte ho il sindaco e un altro politico de rango: uno di sinistra, l’altro di destra; stesso sarto, all’anima de li mortacci loro. Io c’ho la maglia multicolore che m’ha fatto mia madre coi ferri. “Avresti potuto vestirti meglio, ma in fondo quello è il personaggio”, mi dicono per incoraggiarmi. Quando mi chiamano a parlare mi chiedo quale sia il profilo migliore per la giornalista che fa fotografie - peraltro bonazza. Ma la bonazza scompare, e con lei tutti gli altri della razza sua. Uno fa il lecchino col politico di rango. Scenderei dal podio - sì, sto sul podio - per dargli un calcio in culo, ché si campa cinquanta sessant’anni e poi si crepa; e vuoi mettere il piacere d’aver calcinculato un leccaculo, nella vita?
Questa mattina ho fatto lezione con i Velvet Underground in sottofondo. La studentaglia ha detto che non riusciva a concentrarsi - spiegavo Veblen, Lynd e Wright Mills. G. ha detto che non si fa a scuola, questo. Ha aggiunto che ieri ha ascoltato Carmelo Zappulla ed ha visto il film dove lui lascia la moglie però poi si rimette con lei, e nel frattempo qualcuno lo riempie di mazzate, e in fondo ben gli sta.
“Non t’azzardare a pensare di lasciare la scuola”, mi dicono per incoraggiarmi.
Ho due o tre cose belle tra le mani. La prima la devo a Michele: un numero de Il Margine, una rivista ben scritta, ben meditata: con qualcosa di molto interessante su Ricoeur e Lorenz. La seconda è una raccolta di poesie di Renato Basilio. Leggo poco i poeti d’oggi: mi annoiano. Ma qui trovo versi buoni. Nella prefazione si nomina Penna, e non del tutto a torto. La terza cosa è un manuale sull’arte di rilegare i libri. La legatoria è una delle attività cui potrei dedicarmi, dopo aver lasciato la scuola.

Pubblicato il 05-12- 2005 10:53 pm | Commenti (4) |
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Ballate ed altri versi

Disgraziato Catullo smetti, smettila
di folleggiare: lascia, lascia andare.
Erano giorni lieti, dolci, candidi
quando seguivi lei dove voleva,
lei amata da te quant’altra mai
da nessuno - e mille, mille giochi
d’amore lei voleva, tu volevi.
Erano giorni lieti, dolci, candidi.
Lei adesso non vuole: tu nemmeno
devi volere. Lascia, lascia andare
disgraziato: allontana la miseria
renditi forte e puro ed ostinato.
Stammi bene, ragazza. Ora Catullo
più non ti cerca, più non ti desidera:
ma senza desiderio soffrirai,
scellerata. Che vita ti rimane?
Chi avrai accanto? A chi sembrerai bella?
A chi dirai “ti amo” e “sono tua”?
Chi bacerai? A chi morderai il labbro?
Tu resisti, Catullo. Non piegarti.

(8 agosto 1996-1 dicembre 2005)

Pubblicato il 01-12- 2005 9:57 pm | Commenti (2) |
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(c) 2003-2009 antonio vigilante
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