Con un colpo di spugna l’antropologia nonviolenta cancella l’invidia e la rabbia, l’avarizia ed il possesso, l’egoismo ed il potere per lasciare, dell’uomo, solo un nucleo pallido, devitalizzato, costantemente in lotta con sé stesso, ed affermare che tale uomo è l’uomo vero, l’uomo come deve essere. A questo uomo, che ha rinunciato a tante cose di sé, manca poco per rinunciare completamente a sé, per ridursi a nulla. Questa riduzione non è, ovviamente, completa risoluzione nel nulla, poiché ad accogliere il nucleo che s’è azzerato non c’è la vacuità, ma la pienezza assoluta: il Dio di Amore. Svuotatosi fino ad azzerarsi, l’uomo riceve dunque tutto dal Dio, una volontà, un nuovo legame con l’essere e con le cose.
Questa dinamica di abbandono e restituzione non è nuova. E’, propriamente, quello che accade all’uomo in società e, nella sua forma più radicale, all’uomo in uno stato sociale (non necessariamente politico) totalitario. Rinunciando a sé, l’uomo si dispone a ricevere dall’altro la norma della sua esistenza, accoglie la volontà collettiva che lo indirizza verso il bene (essendo il bene ciò che la società approva e comanda), acquista sicurezza, sa organizzare il proprio tempo ed i propri discorsi, ha risolto il problema più grande di un essere umano: quello di dar forma a sé stesso.
Nemmeno il misticismo dell’annullamento in Dio è privo di violenza. Se io sono zero, e soltanto Dio, il Dio di amore, è, che dire della morte degli esseri? Se Dio solo è, la morte di un non-essere non è nulla. Ciò che non esiste non può morire. Ed allora occorre disporsi ad accettare la morte, anche la morte violenta, come un evento naturale, vale a dire come un evento irreale. Questa è la conclusione cui conduce la mistica. E’ la conclusione della Bhagavadgita. Il guerriero Arjuna dovrà uccidere, poiché è Dio stesso che uccide. E’ Dio che annienta. Plotino non giunge a conclusioni diverse: “Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche nella vita le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali.” (Enneadi, III 2, 15, tr. G. Faggin, Rusconi, Milano 1992, p. 375). Ma se così è, quale consistenza può avere l’atto d’amore? Non è anche esso un legame illusorio tra esseri evanescenti, un atto tra gli altri comparso fugacemente sul palcoscenico della vita? Se solo l’Uno è, e le creature sono zero, è possibile realmente contemplare le stragi, osservare la tragedia della storia umana (e, con essa, quella del dolore della natura) come uno spettacolo, nel quale attori sempre nuovi si avvicendano per essere presto dimenticati.
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L’altra via è quella di non ridursi a zero, ma farsi uno. Non rinunciare a sé per lasciarsi mettere in scena dalla società o farsi restituire dal Dio di amore, ma affermare la propria individualità, la propria irriducibile alterità, la propria incancellabile differenza. Si tratta di districare i mille fili che ci uniscono, anzi ci impigliano agli altri, ed allentarli, se non spezzarli. Quella che occorre cercare è una società larga, nella quale sia consentito ad ognuno un più ampio ventaglio di possibilità umane, in cui siano favorite la differenza, la creatività, la libertà espressiva. Una società in cui la poesia prenda il posto della religione.