[Come gli Zaziri giocano con gli uomini]

Partiamo da questo principio, e scopriremo la causa di tante contraddizioni ed incidenti che ci inquietano, ci affliggono e ci mettono in urto con noi stessi. Vediamo che i Genii hanno dei momenti di malumore, delle ore di ricreazione, dei tempi in cui si vendicano, e ciò non deve sorprenderci se, malgrado l’eccellenza delle nostre anime, ci troviamo nella stessa situazione. quante volte al giorno siamo obbligati a ricadere su delle sciocchezze per distrarci dalle nostre occupazioni! Quante volte ci abbandoniamo a degli accessi di collera o di malinconia!
È dunque certo che i Genii giocano, e che noi molto spesso siamo le vittime dei loro giochi. L’uomo che non riesce a star fermo e corre fino alle estremità del mondo non è agli occhi degli Zaziri che una lepre che inseguono, e con cui si divertono. Quella femmina che, come una passa, galoppa appresso al suo amante, è una specie di cane da caccia, che i Genii mettono alle calcagna di una persona che molestano. Quel signorino che ride da un occhio e piange dall’altro, che fa smorfie, piroette, gesti, è considerato dai suoi Spiriti Elementari come una scimmia; essi gli fanno fare mille e mille giri di destrezza per divertirsi. Quell’ammiraglio d’armata, che vede morire i frutti del suo lavoro nel mezzo dei mari, non è che un cervo che si precipita nell’acqua, e di cui i Genii ridono. Quel brutale finanziere, che non ha altra occupazione che digerire e correre in carrozza, è esattamente un orso che essi conducono a spasso per le vie. Quel preteso filosofo, che sfoga la sua bile su tutto il genere umano, sarà sicuramente una vipera battuta dagli Spiriti Elementari, che sparge da ogni dove il suo veleno.
Gli esseri più deboli sono sempre vittima di quelli più forti; gli insetti servono da giocattolo ai volatili, i volatili ai quadrupedi, i quadrupedi agli uomini, e noi infine agli Zaziri. Essi ci prendono con delle trappole, quando cadiamo nelle reti dell’amore; ci mettono in gabbia quando, senza vocazione, ci confiniamo nei conventi; ci accarezzano, quando respiriamo qualche piacevole zefiro; ci pizzicano, quando avvertiamo il rigore del freddo. Sono loro che ci danno dei buffetti quando starnutiamo, che ci fanno il solletico quando ridiamo, che ci punzecchiano quando soffriamo, che ci tirano la mascella quando sputiamo.
Voi non sapete definire questo abate affettato che, più delicato del velluto di cui è vestito, vive in seno alla mollizie ed al piacere, e non pensa, dal mattino alla sera, che a procurarsi le sensazioni più piacevoli; ebbene, ascoltate, vi dico cos’è: un bel canarino, che gli Zaziri hanno preso in simpatia, che accarezzano, e che nutrono con dei biscotti.
Più oltre, guardate questo bel monaco bernardino dal triplo mento, dal viso florido, la mano paffuta, l’occhio rubicondo; guardate bene attraverso il mio sistema, e in questo succulento marmocchio un cappone ben pasciuto, che gli Spiriti Elementari hanno messo in stia, e che ingrassano per servire presto da succo nutritivo a qualche a qualche zucca o a qualche melone.
Questa dama così delicata, che ha paura di mettersi a sedere temendo di rompersi le ossa, che tutte le mattine fa del suo viso un piacevole pastello, e che i giovani non osano accostare se non hanno venticinque anni, non è che una bella piccola cagna, che gli Spiriti Elementari si compiacciono di vedere carezzata da tutti quelli che la circondano.
Spiras, innamorato di tutte le donne amabili, saluta l’una, carezza l’altra, scherza con questa, fa il moralista con quella. Corre a tutte le toilettes, compare in tutti i circoli, assiste a tutti i pranzi; e, svolazzando di bella in bella, si trova a tre spettacoli quasi nello stesso istante. Se Spiras non è una elegante farfalla, inseguito dai Genii, ditemi voi cos’è.
Pramos, fregiato dei più bei colori, gira e rigira la testa in mille modi diversi; fischia, salta, piroetta, ciarla, morde, si fa temere ed ammirare. Pramos, oso dire con franchezza, non è che un pappagallino stuzzicato dagli Spiriti, che gracchia per far loro piacere e che dà colpi di becco a tutti quelli che si avvicinano.
Tutto si spiega dunque secondo il nostro sistema, non c’è nulla che non possiamo definire, nemmeno la magia. Essa non è, ai nostri occhi, che una operazione dei Genii, che ora suscitano fumigazioni per sconvolgere i nostri cervelli ed atterrirci con delle ombre, ora causano uno strepito straordinario che ci è impossibile comprendere. I Vampiri, se ce ne sono, benché così famosi in Ungheria ed in Polonia, non sono che dei cadaveri messi in moto dagli Zaziri, che si divertono a farli girare, così come noi ci divertiamo a spingere una palla o a muovere un burattino. Se la maggior parte dei popoli s’immaginano che vi siano delle anime che tornano dalla morte a bussare alle porte, tirare le tende e inquietare i viventi, mi sembra che si possa piuttosto attribuire queste belle faccende ai Genii; essi infatti hanno dei corpi sottilissimi, che servono loro come organi per agire e farsi sentire, mentre delle anime non potrebbero cadere sotto i sensi.
Bisogna dunque, come già detto, che gli Zaziri possano mettere in movimento le particelle dell’aria e del fuoco per operare delle cose sorprendenti: ed essi possono farlo così bene, che ora fanno fermentare i vini, mentre i nostri Cordellieri ronfano ad oltranza, ora fanno ribollire l’inchiostro sotto la penna dei nostri scrittori, e si vedono spuntare la Pucelle d’Orleans, il Candide ed altre stravaganze. Qui tutto a un tratto essi suscitano un fuoco ben vivace, ed il legno, per quanto si faccia, non può più infiammarsi; là essi sortiscono bruscamente da una fiaccola nella quale respirano, e li si trova nel mezzo delle tenebre. Qui essi dirigono una palla di cannone che riduce in poltiglia un furfante, là fanno brillare una mina che casualmente seppellisce i nostro cari. In altre parole, giudichiamo le loro furberie con le nostre, e non dubitiamo della loro capacità di sorprendere, di fingere e di ingannare.
Bisogna considerare come la punizione del nostro cattivo umore e del nostro accanimento nel tormentare gli animali, tutto ciò che gli Spiriti Elementari ci fanno soffrire: ci piace divertirci a spese delle povere bestie ed anche dei nostri simili, ma non vogliamo servire da divertimento per i Genii. Bisognerebbe almeno essere coerenti: ma possiamo lamentarci quanto vogliamo, i Genii vanno per la loro strada. Quando caricano di disgrazie ?un infelice, non fanno che imitare certi ministri che allontanano i soggetti più capaci e li lasciano languire nell’oscurità.
Questo principe, che non può soffrire la vista di un uomo raccomandabile per i suoi costumi e la sua onestà, e che lo punisce perché gli ha detto la verità, condannerà gli Spiriti Aerei che rendono una persona vittima del loro cattivo umore?Questo scrittore cinico, che prende in odio certi autori e ne fa l’oggetto delle sue terribili satire, accuserà i Genii perché mettono alla berlina un povero diavolo che dispiace loro? Questa preziosa coquette, che maledice di continuo i domestici, che parla male di tutti i vicini e che martirizza il suo cane ed il suo gatto, oltre che suo marito, che in tutto il genere umano sopporta solo i suoi amanti, avrà la faccia tosta di avere da ridire degli Zaziri che perseguitano chi non piace loro?
Ma seguiamo il progresso della loro malizia, e non temiamo di dire che quando noi cerchiamo un libro, solo lo fanno sparire e se la ridono; che quando aspettiamo una persona che ci ha dato un appuntamento, essi la fermano per farci arrabbiare; che quando sospiriamo per l’arrivo di una lettera, essi si divertono a ritardarla o anche a sottrarla; e che quando crediamo di poterci rallegrare, si servono della loro agilità per contraddirci ed inquietarci, allo stesso modo in cui noi prendiamo piacere a torturare delle mosche, a imprigionare degli uccelli, a rompere delle tele di ragno, a distruggere un formicaio, irritare dei calabroni per farne dei passatempi. È senza dubbio facile per loro riuscire in simili imprese, poiché ci avvolgono da ogni parte, si trovano nel mezzo delle nostre stanze più segrete, volteggiano intorno alle nostre teste.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.