Charles-François Tiphaigne de La Roche, La Zazirocrazia (5)
[La commedia umana]
Saremo meno sorpresi delle loro malizie e dei loro capricci, quando sapremo che ci sono degli Zaziri femmine che, come la maggior parte delle nostre Dame, non hanno altro da fare che immaginare giochi, intrighi, follie e mali. Quelle giornate cupe che ispirano tristezza, annunciano i loro vapori, così come le giornate ridenti denotano il loro buon umore; i temporali indicano la loro impazienza ed i loro furori, e certe notti incantevoli sono il segno delle loro conversazioni. Ogni Genio ha il suo linguaggio: gli uni si esprimono con il rumore dei venti, gli altri col mormorio delle acque; alcuni attraverso il crepitare delle faville, altri col rumore dell’eco. Possono dunque comunicarsi le loro idee, e questa comunicazione contribuisce all’armonia dell’universo, che si può dire pieno di esseri invisibili di ogni specie.
Torniamo ai Genii femmine; è certo che essi giocano lo stesso ruolo delle nostre femmine, al punto che esse si divertono a lavorare in un modo che corrisponde a quello nostro. Così le Zazire fanno dei nodi, quando vediamo dei piccoli fiocchi di neve o di grandine; ricamano, quando osserviamo il firmamento che assume tutte le sfumature e tutti i colori; disfano dei cordoncini colorati, quando l’arcobaleno si disfa e scompare; lavorano a maglia, quando siamo circondati da nebbie che sembrano un velo; filano, quando delle barre ombreggiano il cielo; vanno a passeggio, quando i zefiri smuovono le erbe e formano delle onde che sembrano fiotti; fanno la toilette, quando la luna sembra rossa, a macchie, e l’aurora varia le sue decorazioni; strepitano, quando ci sono lampi e tuoni; ma le loro tempeste durano meno di quelle delle nostre donne, perché altrimenti tuonerebbe ogni giorno.
Se veniamo agli amori, troveremo che c’è meno civetteria presso i Genii che presso noi, ma che anche loro hanno le loro inclinazioni ed i loro rendez-vous. Mi spiego: questa tenera vigna che serpeggia lungo un giardino, che va a districare un arbusto in mezzo a tanti altri per per avvincersi e avvilupparsi; questa calamita che attira il ferro, questo diamante che attira la paglia, sono dei vergli Zaziri che abbracciano questi oggetti con il loro amore. dirò la stessa cosa di quella pianta chiamata sensitiva, che si richiude quando la si tocca, e che non è che una piccola Zazira, ancora modesta, il cui pudore è messo in allarme. La fiamma che scoppietta, e che s’insinua tutto a un tratto in un materiale combustibile, ci mostra un Genio innamorato che cerca l’oggetto che gli piace, così come lo zefiro carezza un gelsomino. Gli Spiriti incorporati nell’acqua si elevano nell’aria sotto forma di zampillo per correre appresso agli esseri che prediligono.
Ah, se potessimo avere occhi abbastanza acuti, scopriremmo, nei Genii, degli esseri che scherzano, burlano, moralizzano, brontolano, studiano: essi hanno i loro petit-maitres che brillano nei fuochi d’artificio e nei giochi delle fontane; i loro medici, che purgano con piogge ed inondazioni; i loro procuratori, che di tanto in tanto ingoiano tutta la rugiada; i loro sapienti, che fanno risuonare l’aria e che, come quelli della Sorbona, credono di aver provato tutto quando hanno fatto del chiasso; hanno anche i loro poeti, che si possono definire celebri, benché non siano empi; ma non hanno commedianti tranne noi. Ci considerano gli esseri più adatti a divertirli, e non passa giorno senza che guardino Parigi per ridere di gusto. Si divertono a vedere come abbiamo bandito il buon senso e messo a tacere la ragione per ascoltare Pulcinella e vedere dei saltimbanchi. Questo modo di riempire di fronzoli i nostri abiti, si imporporare i nostri volti, di intrecciare i nostri capelli, di fare moine, sono delle scene che li incantano.
Si può ben dire che gli Zaziri conoscono bene i nostri costumi e le nostre inclinazioni, poiché trascinandoci, a volte come animali ed a volte come buffoni, essi si prestano ai nostri desideri. Non affermiamo forse di continuo, nei nostri discorsi e nei nostri scritti, che l’uomo ha la stessa natura delle bestie, e che tutto muore con lui? Non rappresentiamo noi, dalla mattina alla sera, il personaggio di Fantoccio, e non rendiamo le nostre riunioni, le nostre passeggiate, i nostri pranzi qual spettacoli realmente romanzeschi? Sì, senza dubbio. Gli Spiriti Elementari hanno dunque il diritto di molestarci come delle bestie, di divertirsi a nostre spese, e di ridere delle nostre smancerie, dei nostri gesti, dei nostri pettegolezzi, senza che si sia lecito protestare.
Figuriamoci le diverse nazioni che, con i loro pregiudizi, i loro usi ed i loro costumi, offrono una commedia agli Spiriti Elementari, e confessiamo che una simile gazzarra è ben adatta a costituire uno spettacolo bizzarro. Nelle piroette francesi, nell’etichetta spagnola, nelle genealogie tedesche, nelle conversazioni inglesi, nelle riverenze polacche, infine nelle pasquinate e nei sonetti italiani, in cui l’equivoco e l’oscenità fanno sempre da condimento e da clausola, si troverebbe materia per ridere per secoli.
So che i Genii hanno, come abbiamo già detto, le loro follie e le loro originalità; ma ciò accade solo per intervalli, mentre noi deliriamo di continuo. La maggior parte dei nostri scritti non potrebbe servire come opera comica per gli Zaziri? Come abbiamo riso di quelle favole che si pretende di far passare per storie universali; di quelle tesi che definiscono l’anima una sostanza ignea, di quei romanzi fisici e metafisici, nei quali l’uomo non è nulla più di uno scheletro mosso da non so chi; di quelle dissertazioni morali elle quali i vizi prevalgono sulla virtù; di quei dizionari tortuosi nei quali, in un labirinto di questioni e di parole si cerca di traviare il lettore! Il giorno in cui comparve l’opera “Dello Spirito” (me ne ricordo) fu improvvisamente agitato da lampi e venti; erano gli Spiriti Elementari che ridevano a crepapelle, apprendendo che la nostra anima non ha consistenza diversa della configurazione delle nostre mani, e che la virtù più pura non ha come movente che un sordido interesse. La scoperta in effetti non è curiosa? I Genii non hanno bisogno, per leggere, né di occhiali né di successione di tempo: essi cedono ai nostri finanzieri, ai nostri prelati, ai nostri bei vicari di venticinque anni l’onore di leggiucchiare un in-dodicesimo nello spazio di sei mesi; essi semplicemente fissano lo sguardo su ogni opera che compare, e ne fanno su due piedi uno spettacolo tragico o comico.
Gli Zaziri hanno anche i combattimenti tra animali; ma che combattimento! Non lo facciamo noi stessi, quando entriamo in guerre per contenderci qualche monticello o qualche arpento di neve, al prezzo del nostro stesso sangue? Così nelle guerre che ci infiammano e ci sfiniscono, i Genii scorgono dei galli, delle aquile, degli avvoltoi, dei corvi, delle gru che si straziano e si uccidono unicamente per il gusto di uccidersi. È una tragicommedia che hanno preparato per divertirsi; e non c’è realmente altra spiegazione, che possa soddisfare un filosofo curioso di conoscerne le cause e di approfondirle. Da dove nascono battaglie così inutili, e così spesso ripetute da esseri ragionevoli, così come questi orrori e queste disfatte, se non dagli Spiriti Elementari, che di divertono a nostre spese? Così gli uni, padroni dell’aria, riempiono di vento la testa dei Firloni, gli altri danno troppo ardore ai Misigori, questi appesantiscono i Sorimani, quelli spengono l’ardore dei Carobi; di modo che qui per un eccesso di temerarietà e là per una timidezza eccessiva, non si fa che morire, senza mai concludere nulla.
Eccoci dunque ben pagati delle nostre fatiche e delle nostre battaglie, se non siamo che degli uccelli da preda, dispersi qua e là per la gioia degli Zaziri! Il fiero insulare, che combatte con tanto furore e tanto successo, può ben considerarsi il re degli uomini; egli è nondimeno un semplice castoro, che si costruisce delle case in mezzo alle acque e morde, con i suoi denti aguzzi, gli animali che vogliono stanarlo.
Ci sono dei piccoli conflitti circoscritti che c sembrano molti importanti, perché le nostre Gazzette ne parlano con enfasi, e che ai Genii non sembrano altro che battaglie di mosche e di ragni. Questa muraglia che cade non è altro che una tela che si rompe; ed i pezzi che vedi non sono altro che ali ed altre parti strappate dall’astuzia e dalla forza.
O piccoli uomini orgogliosi che credete di poter spaventare l’Universo con i vostri fucili e le vostre spade e considerate i vostri cannoni come rivali del tuono, interrogate dunque gli Zaziri, e presto umiliati, imparerete a inserirvi nella classe dei volatili, o anche degli insetti! Il leone se la ride della volpe, il serpente della lucertola, l’ape della formica, la pulce dell’acaro, e gli Zaziri degli uomini. Ma hanno torto? Non ammetteremo di essere delle creature molto meno sagge delle bestie, quando invece di dissodare terre incolte, di riparare le strade, di popolare i paesi deserti, ci accaniamo a distruggere la nostra stessa specie per conquistare qualche roccia inabitabile, e che bisognerà restituire subito. I Genii hanno senza dubbio le loro battaglie, ma da questi scontri non risulta altro che l’armonia dell’universo.
Se potessimo giungere a prevedere e calcolare tutte le orecchie, i piedi, le braccia e i piedi che la guerra strappa, anche se i Genii ci irritassero, noi resteremmo nel nostro canile e non abbaieremmo; ma, come cani temerari, vogliamo bene l’acqua del mare, e i flutti ci sommergono. Qui i nostri lettori spiegheranno, commenteranno, indovineranno; il campo è talmente vasto che non vogliamo affatto limitarlo. E’ possibile resistere agli Spiriti Elementari come al filo dell’acqua, alla forza del vento, all’impeto del vento, ma generalmente non lo si fa.







Se ogni uomo si fermasse anche solo un minuto a riflettere sul motivo e sulle conseguenze delle sue azioni, se ogni uomo riuscisse a comprendere quanto si rende ridicolo perseguendo i suoi ideali di conquista e sopraffazione, forse gli Zaziri smetterebbero di ridere di noi. Ma l’uomo è così imperfetto e così spesso limitato…
Comment by daphnae — 05-02- 2006 @ 1:19 pm