Nel 1934 un terribile terremoto scosse il Bihar ed il Nepal, provocando più di diecimila vittime. Gandhi commentò la catastrofe con queste parole: «Io condivido col mondo intero, civilizzato e non civilizzato, la convinzione che le calamità giungono sugli uomini come punizione per i loro peccati. Quando questa convinzione giunge dal cuore, la gente prega, si pente e si purifica (…) Queste calamità non sono un mero capriccio di Dio o della Natura. Essi obbediscono a leggi fisse con la stessa sicurezza con cui i pianeti si muovono in obbedienza alle leggi che governano il loro movimento. Noi non conosciamo le leggi che governano questi eventi, e quindi li chiamiamo calamità o disgrazie.» (Harijan, 2 febbraio 1934; in My God, pp. 33-34). Spinto da una convinzione simile, il capo di Al Qaida in Iraq, Al Zarqawi, ha commentato l’inondazione che nel 2005 ha colpito duramente la città di New Orleans ricorrendo all’ira divina. Non è stato il solo: anche in America la destra religiosa ha voluto scorgere in quella tragedia una punizione per i più svariati peccati. La tentazione di trovare un senso, di leggere un messaggio nelle tragedie naturali è forte. Esse inquietano più delle tragedie provocate dall’uomo, poiché queste ultime possono attestare, paradossalmente, la libertà dell’uomo, mentre le prime indicano soltanto la sua spaventosa debolezza, il suo essere gettato in un mondo che può in un attimo inghiottirlo, sommergerlo, spazzarlo via. Non si può dire, però, che sia più tempo per queste interpretazioni; non lo era nemmeno quando Gandhi espresse quel giudizio, se consideriamo la reazione infastidita di Tagore (cfr. A. Sen, L’altra India, p. 113). Evocando la legge dei tre stadi di Comte, si può dire che il ragionamento gandhiano appartiene al primo stadio, ad un modo piuttosto primitivo di interpretare i fenomeni naturali, ricorrendo all’intervento della divinità, invece di individuare le cause fisiche con un procedimento scientifico. Gandhi, in realtà, non può interpretare diversamente. Se il mondo è governato da leggi etiche – e questa è la convinzione centrale del pensiero di Gandhi, quella che sostiene tutto il resto – allora anche i terremoti devono trovare un senso, celare un messaggio ed un monito. Purtroppo, c’è un altro inconveniente dell’interpretazione gandhiana, ed è che le calamità naturali travolgono prevalentemente la popolazione più debole, chi vive in condizioni di povertà, in abitazioni precarie, che crollano sotto la sollecitazione degli elementi. Qui non si tratta più del mistero di una Provvidenza che si fa sentire anche attraverso i terremoti e gli uragani; qui si giunge all’assurdo di un Dio che, per ammonire e indirizzare al bene, fa morire a migliaia uomini, donne e bambini indifesi. Spettacolo che di per sé basterebbe a demoralizzare, ossia a convincere che la stoffa del reale non è etica, ma cieca al bene e al male.







Il karma spiega meglio certi avvenimenti. Anzichè ricercare a tutti i costi la giustizia divina
come motore dell’universo, la legge del karma sembrerebbe spiegare meglio tutto ciò che ci accade
nella nostra vita. L’ultima tragedia nelle Filippine, per esempio. Se esistesse Dio, sarebbe
ingiusto. Perchè periscono sempre i più deboli, come giustamente tu fai notare.
ciao
m
Comment by maurizio — 18-02- 2006 @ 3:52 pm