Charles-François Tiphaigne de La Roche, La Zazirocrazia (6)
[Il pasto e la musica degli Zaziri]
Passiamo ora al pasto degli Zaziri ed esaminiamo se mangiano e come. E’ indubbio che gli animali, sia razionali che irrazionali, si divorano gli uni con gli altri per sussistere, e ciò non deve sorprenderci, perché noi stessi viviamo a spese degli animali che consumiamo. So che gli Zaziri non hanno dei cuochi che rendano raffinati i loro gusti e che, per questa ragione, non hanno quelle indigestioni né quelle apoplessie fulminanti che uccidono i nostri signori; ma io so anche che si trovano presso di loro dei grandi mangiatori, il cui stomaco finanziario inghiotte miniere d’oro ed addirittura delle comete: ed ecco perché le vediamo scomparire man mano. Vi sono poi gli Zaziri delicati, che si accontentano di sorbire qualche leggera nebbia o di assaporare qualche raggio di sole, alla maniera delle nostre donne o dei nostri prelati, che non sanno digerire altro che elisir, quintessenze, superfici, idee e persino sospetti.
Non è accertato se gli Zaziri hanno degli orari fissi per mangiare; pare tuttavia che, molto più saggiamente di noi, essi non mangino che quando ne avvertono il bisogno. Questo metodo non si adatterebbe alla maggior parte dei nostri Dervisci, che agognano fin dall’alba l’ora del pranzo e che, non potendo per legge gioire di altro piacere che quello di mangiare, raccolgono sulla punta della lingua tutte le sensazioni di cui sono capaci.
I Genii in generale hanno un modo di nutrirsi del tutto diverso dal nostro: non mangiano come i tedeschi, perché temono di ottundersi e di perdere la loro agilità, né come i polacchi, perché non hanno tempo per perdere la metà del giorno a bere alla salute dei morti e dei vivi, né come gli italiani, perché non hanno dei cavalli che pranzino per loro, né come i francesi, perché vogliono vivere senza malattie, né come gli inglesi, perché hanno costantemente bisogno di tutta la loro lucidità per mantenere l’armonia dell’universo. Eh! Dove saremmo noi, se gli Zaziri si lasciassero andare una sola ora a bere del punch!
La loro musica (poiché hanno della musica) rassomiglierebbe a quella degli italiani, se fosse meno varia, meno studiata, e se avesse dei finali più monotoni; ma essi sanno distinguere l’armonia sacra dai concerti profani e proferire dei recitativi, al posti di quegli ah! continui che stancano l’orecchio. In un libro intitolato La Melodia Leggera si dice che i francesi nel 1627 fecero tutti gli sforzi possibili affinché la loro musica venisse approvata dagli Zaziri. Si suppone che abbiano incaricato per questa commissione una certa dama che non viene nominata, ma che si assicura essere stata in grande familiarità con i Genii; ma si aggiunge che la proposta parve loro particolarmente ridicola, poiché fino ad allora essi ignoravano che la nazione francese avesse della musica, e che la consideravano capace soltanto di comporre canzonette nei momenti delle maggiori disgrazie.
Non bisogna credere che gli Zaziri perdano tempo come noi a fare dei concerti, e che essi mettano insieme con grandi spese delle sinfonie da usare come passatempo; si accontentano di eccitare uno zefiro, un mormorio, un tuono, ma senza appassionarsi, senza cambiare la loro visione di questo universo e senza ricompensare i musicisti più dei generali e degli ambasciatori. Essi sanno che l’armonia del mondo è la prima, e che chiunque neghi quella del Regno per far suonare il flauto o il violino è più che spregevole.
Inoltre, i Genii qualche volta fanno cessare la loro musica per prestare orecchio alla nostra. Presso i francesi gli sembra di sentire dei fanelli che fischiano graziosamente; presso gli inglesi, dei corvi che gracchiano; presso i polacchi, delle tortorelle che gemono; presso i tedeschi, dei colombi che tubano; presso gli italiani, degli usignoli che gorgheggiano: ma, per quanta soddisfazione i Genii possano provare ad ascoltare questi usignoli, essi non provano quel piacere che dà la voce della natura. Essi sanno che una gola italiana ha toni artificiali, e si fanno beffe di un uso così ridicolo e barbaro, e che tuttavia rende un soprano più importante di un ministro o di un principe.
L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

