minimo karma    retomar o pedaço que falta

Diario antitaliano

Eh!Un’alunna berlusconiana - che voterà il corruttore di giudici perché, dice, ha permesso alla sua famiglia di condonare la villa al mare - mi ha portato l’incredibile mazzo di carte elettorale di Forza Italia. Probabilmente si tratta del frutto del troppo zelo di qualche dirigente locale un po’ distratto, cui è sfuggito quell’altro mazzo di carte, col quale piacque agli americani di mettere alla berlina Saddam Hussein ed i suoi.
La carta da gioco che riguarda la scuola è un otto di fiori. Lo slogan è: “Usare la scuola per indottrinare? No, grazie”.

Pubblicato il 31-03- 2006 1:37 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

O voi ch’attendete un nuovo post e restate da giorni un po’ delusi: eccovi un po’ di cose e di ragioni.
Sto dando il mio minimo contributo alla nascita di una casa editrice.
Sto dando il mio minimo contributo alla nascita di una rivista bimestrale.
Sto dando il mio minimo contributo alla nascita di un gruppo di lettura.
Sono alle prese con lo studio dei novantotto volumi delle opere complete di Gandhi, da cui traduco i testi che riguardano il vegetarianesimo. Dal momento che non conosco assolutamente l’inglese, l’impresa è eroica, oltre che meritoria.
Sto preparando lo stage della mia quarta. Li porterò in una casa di riposo: grande entusiasmo.
Quod superest:
Sono piuttosto felice, la primavera viene su bene, il mare è fresco, i volti della gente meno feroci, i ricordi labili.
Il fatto che ora stia piangendo non è assolutamente in contrasto con l’affermazione precedente, perché ho appena cucinato tofu con le cipolle. Il tofu con le cipolle ed il tamari non è male, anche se forse per cena non è una grane idea.
Il mio preside mi ha detto: “Il nostro rapporto non è più quello di una volta”. Poi ci ha pensato un po’ ed ha aggiunto: “Ammesso che abbiamo mai avuto un rapporto”. Al mio preside non piace che un professore scriva certe cose nel forum della scuola. Né che vanifichi la fatica con la quale ha tappezzato la scuola di manifesti con l’appello “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” aggiungendo a penna: “Se non ci fosse il popolo sarebbe ancora meglio”.
Ho letto un libro sulla cucina macrobiotica di Mario Pianesi, ed ho realizzato in un attimo che si tratta del peggior libro mai letto.
Ho visto Il Caimano di Moretti, ed ho realizzato in un attimo che si tratta del peggior film mai visto, e che potrebbe averlo scritto Mario Pianesi.
Ho imparato a fare il gomasio. Che si fa così: prendi una busta di semi di sesamo, apri la busta dicendo “apriti, sesamo”, butti i semi di sesamo nella padella e li fai scoppiettare. Non t’aspettare chissà che scoppiettio: il sesamo è discreto. Quand’è scoppiettato, ci aggiungi un cucchiaio di sale grosso e poi pesti tutto. Pestare il gomasio (o meglio, la cosa che sta per diventare gomasio) è un’attività che dà le sue soddisfazioni. La cosa ottenuta puoi usarla al posto del sale, anche se io non resisto e la mangio, come si dice da noi, “a uso di pane”.
Non ho ancora deciso per chi votare. Cioè, non ho ancora deciso se votare.

Pubblicato il 29-03- 2006 9:22 pm | Commenti (2) |
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Oware

Le ho detto “guardati, sei una vecchia bacucca”
lei ha pianto mentre fuori il limone fioriva
ha pianto accanto alla macchina da cucire
io ho pensato “vecchia bacucca con macchina da cucire
è un buon nome da dare a un quadro”
io non sono cattivo non è vero
ma c’era quell’odore orribile di brodo
come negli ultimi vent’anni
che non capisco da dov’è che veniva
sembrava uscire dai muri maledizione
ma so per certo che prima di conoscerla
non c’era quell’odore, se non in ospedale voglio dire
insomma lei e quell’odore erano una cosa sola
ed io non respiravo ed il limone nel giardino
fioriva inutilmente, un gran peccato
contro la vita la natura l’essere
contro Dio santo e tutto quanto il resto
ed allora le ho detto “vaffanculo”
e lei ha preso le sue cose la sua storia
e se n’è andata a sfiorire altrove
contenta di poter vantare ancora
una nuova ferita, un nuovo affronto
di quella cosa che chiamano vita.

Pubblicato il 26-03- 2006 11:31 am | Commenta questo post (0) |
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Diario antitaliano

Il ministro Giovanardi paragona la legge olandese sull’eutanasia alle leggi naziste. Il governo olandese convoca l’ambasciatore italiano. Giovanardi dice che ha diritto di dire ciò che pensa. Non sospetta che il problema non sia che dice quel che pensa, ma che pensa quel che dice.
Al Tg5 è invitata Sharon Stone. Primo piano: è bellissima. La telecamera indugia sulle gambe una prima, poi una seconda volta, con una insistenza cafona. Alla fine dell’intervista la “giornalista” riesce addirittura a chiederle di accavallare le gambe. Ovviamente Sharon Stone risponde “absolutely not”.

Pubblicato il 17-03- 2006 9:44 pm | Commenti (3) |
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Testi

BéthuneUna mattina che osserva Mercurio, il misteriosissimo cavaliere di Béthune s’imbatte in un uomo che gli porge un microscopio filosofico, col quale riesce ad osservare la vita degli abitanti sul pianeta. L’uomo è un Rosacroce che gli propone di entrare nell’Ordine. Dopo una singolare iniziazione, gli affida la Relazione sul mondo di Mercurio, che il cavaliere dovrà tradurre dall’arabo (lingua che lo stesso Rosacroce gli ha insegnato con le sue arti magiche). Apprendiamo così dall’ignoto autore arabo e dal suo traduttore Béthune che Mercurio è abitato da uomini alti come ragazzini di quindici anni, che sono governati da un imperatore inviato dal Sole, che curano con la massima attenzione la propria spiritualità, considerando degni di servire solo coloro che non hanno sviluppato a sufficienza i loro talenti (colpa grave anche perché sul pianeta i talenti possono essere acquistati come da noi i gioielli, o anche solo frequentando e diventando allievi di coloro che li possiedono), che parlano con gli animali usando la lingua dei segni: e che hanno un sistema matrimoniale particolarmente efficace ed intelligente. Poiché amano la diversità, mai potrebbero legarsi per tutta la vita ad una persona. Per questo i matrimoni hanno una durata limitata. Nelle case in cui vi sono ragazze in età da marito, esiste una appartamento ben arredato, che si chiama Sphinx. Quando due giovani si piacciono, chiedono ai genitori di lei l’uso dell’appartamento per conoscersi fisicamente. All’uscita dall’appartamento, possono dire di essersi sbagliati, o stipulare il contratto che segue.
Traduco da: Béthune (chevalier de),
Relation du monde de Mercure, Barillot et fils, Genève 1750, t. 1, pp. 113-117.

I contratti sono sempre composti da pochissimi articoli. Il primo concerne gli abiti, i gioielli, i mobili che si mettono in comune: regola anche i vantaggi che uno fa all’altro, e che ognuno di loro deve ritirare alla contratto.
Il secondo stabilisce un arbitro, uomo o donna a scelta delle due parti, davanti al quale si porteranno le contestazioni domestiche o altri piccoli fastidi matrimoniali: questo arbitro è giudice sovrano, è condanna all’ammenda o a qualche pena usitata chi gli sembra che abbia torto.
Il terzo regola il numero di piccole scappatelle coniugali o di vere e proprie infedeltà, che sono obbligati a perdonarsi l’un l’altro per conservare la pace nel ménage: durante i primi tre mesi non è gran cosa, ed è più per precauzione che per necessità che se ne fa menzione nel contratto; ma in seguito ciascuno fa uso del suo diritto, e soprattutto le dame, anche se fosse solo, dicono, per non far prescrivere un privilegio che considerano il fiore più bello della loro corona.
Oltre a queste bricconerie autorizzate, ne scappano altre, durante un matrimonio di due anni, non previste dal contratto: ma in genere non vi si bada più che ad errori di ortografia.
In ragione di ciò, fin dal giorno dopo le sue nozze, una donna può civettare, far moine, parlare a bassa voce, provocare, uscire sola, tornare tardi, farsi riaccompagnare e anche, in caso di bisogno, dormire fuori casa: le basta dare ragioni plausibili della sua assenza, come, ad esempio, “mi sono divertita”, “il divertimento mi ha trattenuta”, “mi sono lasciata trascinare dal piacere”. Ciò è normalmente ben accettato, ma quando si trova un marito stizzoso, la donan è libera di fare il broncio e dire: “Oh! ecco come siete, non si può fare nulla che voi non troviate cattivo, e per farvi contento bisognerebbe farsi seppellire in una camera e non vedere nessuno per tutta la vita. Raramente si giunge a tanto, ma male che i bisticci domestici non vanno oltre ciò.
Il quarto articolo esorta i coniugi a non mostrarsi mai trascurati l’uno all’altro, nemmeno a letto: anche l’estrema nudità, dicono, è suscettibile di essere adeguatamente ornata con qualche oggetto semplice e di buon gusto.
Quando il termine del contratto, vale a dire i due anni di matrimonio, sono passati, le due famiglie si riuniscono accompagnate da un Giudice di Polizia. Questo pubblico ufficiale si presenta per dar atto ai coniugi della libertà reciproca che essi hanno di stipulare tra loro un nuovo contratto o di separarsi: è odrinariamente quello che accade. Allora per are una forma materiale alla dissoluzione del contratto si presenta all’uomo e alla donna una pagliuzza e gli si ordina di spezzarla per marcare la loro volontà di separarsi. A quanto pare è da lì che Moliere ha tratto il suo proverbio:
Una paglia spezzata tra gente d’onore conclude un affare.

(L’immagine è tratta dall’antiporta del volume di Béthune.)

Pubblicato il 16-03- 2006 12:20 pm | Commenta questo post (0) |
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Oware

“Allucinami di gioia” ha detto
con la sua tazza di caffè tra le mani
ed una brutta maglia di cotone
“i tuoi occhi sono fari abbaglianti
e io ci sono davanti”
cantava la radio il barista faceva “yeah”
io mi sono alzato ho aperto la porta del bagno ho vomitato
e ho detto “andiamo, andiamo cazzo”
ed ho pagato e siamo usciti e fuori
c’era un cieco che mi ha chiesto i soldi
io gli ho messo le mani sugli occhi
lui è guarito e m’ha guardato bene
ed è scoppiato a ridere, ’sto stronzo.

Pubblicato il 14-03- 2006 1:34 pm | Commenti (2) |
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Testi

Saint-PierreNella storia del pensiero politico, l’abate di Saint-Pierre conta per il suo Progetto per rendere la pace perpetua in Europa (1712), che anticipa la più nota riflessione di Kant; progetto che affidava la pace europea ad una assemblea di stati, nella quale le controversie venissero risolte attraverso l’arbitrato, e che aveva, come notò Rousseau, un solo, grande limite: ai sovrani non interessa la pace, poiché la guerra ne rende più stabile il potere. In questo scritto degli ultimi anni, quel modello di conciliazione razionale delle controversie, che proponeva agli stati, è esteso a tutti i rapporti umani. La pace, che non giunge dalla volontà del politico, può nascere dal diffondersi di un nuovo atteggiamento umano, da una generale rinuncia all’animosità nelle dispute, siano esse intellettuali, religiose o economiche.
Traduco da: abbé Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre,
De la douceur, Briasson, Paris 1740, pp. 3-11.

In un grande spirito, la dolcezza è prova di grandezza d’animo.
La dolcezza è la virtù meglio ricompensata in questo mondo.
Dal momento che considerano vergognoso cedere con dolcezza, anche se occorre più ragione e più coraggio per cedere che per resistere, la maggior parte degli uomini fanno i bambini.
Quelli che non hanno abbastanza forza per cedere con dolcezza, si piccano spesso di essere fermi; ma quando questa fermezza è priva di ragione, non è più una virtù, non è che umore, rigidità, testardaggine, falso eroismo.
La dolcezza suppone l’equanimità e la tranquillità dell’anima, a volte ne è l’effetto ed altre la causa.
La dolcezza non ci rende indifferente ai piaceri, ma qualche volta ci spinge a fare qualche sacrificio per l’amicizia e la riconoscenza.
L’uomo impaziente e maldestro si inganna molto spesso sui mezzi per stabilire ad assicurare il suo dominio e la sua autorità; egli trova degli ostacoli quando usa delle maniere altezzose, minacciose, per effetto dell’impazienza: cambierebbe modi, avrebbe dei modi dolci se facesse attenzione al fatto che lui stesso ama essere dominato dalla dolcezza.
Si suppongano gli uomini in qualsiasi stato di superiorità, di padre, di signore, di re: è la dolcezza dei loro modi che dà il fondamento più solido alla loro autorità, come la dolcezza di coloro che sono subordinati è il miglior modo di conciliarsi con i superiori.
La violenza di certe imprese fa nascere degli ostacoli che solo la dolcezza può superare.
Gli uomini hanno cominciato a gioire tranquillamente dei loro beni nei tempi in cui i loro costumi si sono addolciti.
Per quale fatalità gli uomini, che avrebbero potuto mettere a profitto la loro felicità, il vantaggio di essere riuniti nel corpo sociale, non si sono occupati, il più delle volte, che a infastidirsi, a nuocersi reciprocamente? Mancano di conoscere il loro più grande interesse, di essere dolci; manca la dolcezza nelle relazioni umane.
In mancanza di armi, ci vantiamo di altri mezzi: ci diffondiamo in discorsi ingiuriosi, seminiamo scritti satirici; e quale è il frutto delle nostre collere? I colpi che diamo ci attirano le offese che riceviamo, cosa triste e tanto più spiacevole perché è opera nostra, quando manchiamo di dolcezza e di pazienza.
L’uomo dolce gioisce di una sorte molto tranquilla: non ferisce l’amor proprio degli altri, non ne urta le passioni, nelle avversità non lo si vede scoppiare in lamenti, nella prosperità non dimentica il proprio passato; quando un uomo volubile gli fa i capricci, egli se l’aspetta: legge gli effetti nelle cause, e considera i cattivi trattamenti, come le ingiurie, nulla più che le conseguenze di un temperamento che è stato smascherato.
In altre occasioni l’uomo dolce, se insultato, sospetta di essersi attirato lui stesso le ingiurie che subisce.
L’aria modesta e attenta, i gesti misurati, il tono moderato, la favella un po’ lenta, le parole graziose, gli occhi bassi; tutto serve a esprimere il carattere della donna dolce.
La dolcezza ci annuncia il rispetto, l’approvazione, la confidenza, la considerazione, la sottomissione, l’obbedienza, il desiderio di piacerci, la gaiezza: come può non piacerci più delle altre virtù?
La dolcezza marcia insieme alla presenza di spirito, decisiva in ogni sorta di lotta.
Non confondiamo la dolcezza virtuosa con quelle insipide compiacenze servili, che sono piuttosto segni di piccineria e di debolezza.
Colui i cui costumi sono dolci, è ai nostri occhi uomo di quasi tutte le virtù; si è dolci perché si è equi, perché si è giusti, perché si è disinteressati, perché si è pazienti ed indulgenti.
Nulla di più opposto alla dolcezza, nulla le dispiace più della collera; questo carattere annuncia da una parte ogni sorta di ingiustizie, e dall’altra ogni sorta di sventura e di dispiacere della vita.
L’uomo dolce non commetterà che mancanze lievi in società.
L’uomo virtuoso che non è dolce e che ci ha urtato con la sua rudezza, non può riconciliarsi con noi grazie alla pratica delle altre virtù. E’ nobile e generoso, ma noi non siamo l’oggetto della sua benevolenza; mantiene le promesse, ma noi non abbiamo preso alcun impegno con lui.
I vizi ingiusti eccitano il nostro odio e lo giustificano, ma quanto ai difetti, sembra che abbiano diritto alla indulgenza delle persone che hanno della dolcezza nei rapporti umani.
L’uomo dolce si trova facilmente contento degli altri, e ciò è il vero segreto per farsi apprezzare lui stesso.
Che sarà di una assemblea dalla quale sia stato bandito lo spirito della dolcezza? Sarà una assemblea di uomini che non sanno che temersi, combattersi ed odiarsi.
Le persone dolci riescono più facilmente delle altre a convenire nella discussione di una questione.
Senza questa dolcezza, le dispute invece di chiarire le questioni non servono che a inasprirle, ad alienare gli spiriti.
L’uomo dolce fa ordinariamente parlare la lingua del cuore, lingua ben superiore e ben più eloquente di quella dell’ingegno.
In un conflitto di opinioni, l’uomo dolce è ben più vicino al vero di colui che si lascia trasportare dalla collere, o da qualche altra passione.
Dicendovi “io non sono ancora della vostra opinione”, l’uomo dolce disputa poco, vi lascia la vostra opinione, e non vi toglie la speranza di accettarla, un giorno; così non ferisce l’amor proprio.
La misura della stima che si ha per l’uomo dolce dà la misura di quanto si cerca di piacergli e di farsi apprezzare da lui.
L’uomo dolce durante la disputa prende i colpi e non li restituisce. Egli ci insegna che la differenza di opinioni non deve turbare il buon ordine della società: spesso bisogna solo darsi credito gli uni con gli altri per qualche tempo, per pensare un giorno allo stesso modo.
Il vantaggio dell’uomo che ha dei costumi dolci è che sembra agire secondo la volontà altrui, quando non fa che accontentare se stesso.
La compiacenza che noi abbiamo verso l’uomo dolce è il frutto delal compiacenza che lui ha verso di noi.
La dolcezza è una via più sicura per conquistare la maggior parte degli uomini, più sicura della via dei favori.
L’esempio di Socrate presso gli antichi e di San Francesco di Sales presso i moderni ci dimostra che la dolcezza può conquistarsi ad un livello altissimo, malgrado un temperamento brusco e petulante. E’ vero che occorrono coraggio e costanza per rilevare, durante cinque o sei mesi, i minimi moti d’impazienza che precedono una collera vergognosa, poiché irragionevole.
La dolcezza che procura all’uomo la calma e la tranquillità, tiene il suo spirito preparato a gustare giorno dopo giorno i piaceri innocenti, sia della vita campestre sia della vita della capitale, ognuno nella sua condizione.
Senza questa calma, frutto naturale della dolcezza, nello spirito non c’è che agitazione, ansia per i mali futuri, dolore per i mali presenti, una sorta di febbre continua, per cui senza dolcezza non c’è felicità, e più si è dolci, più si è felici: “Beati mites”.
Poiché non è possibile avere una grande dolcezza senza avere molte virtù, non si raccomanderà mai troppo ai bambini la pratica della dolcezza.
Se sono molto dolci, si guarderanno bene dall’offendere i loro compagni.
Se saranno molto dolci, perdoneranno facilmente le offese che riceveranno dai loro compagni.
Se daranno molto dolci, saranno sempre disposti alla piacevolezza.
Quale accordo c’è nei rapporti umani, quando non si teme di essere offesi e quando si trovano gli altri disposti a farci piacere!

Pubblicato il 07-03- 2006 9:45 am | Commenti (3) |
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Testi

[Le scienze degli Zaziri]

Innalziamoci ora a cose più serie, e fissiamo gli occhi sulle scienze che occupano gli Spiriti Elementari. Qui le nostre anime cariche di erudizione, chiamate comunemente antiquari, critici e giuristi, si attendono di vedere il trionfo delle date, delle citazioni, dei fatti, dei costumi; ma quanto si ingannano! Gli Zaziri non conoscono scienze al di fuori della metafisica, la morale, la medicina e la fisica. Molto saggiamente, essi ritengono che ogni studio che soffochi lo spirito non è che un gergo e una routine adatta a pietrificare, e che certi italiani e tedeschi, il cui talento consiste nel sapere tutto ciò che si è stampato sugli usi e le leggi, non sono nulla più che seconde edizioni, che riproducono un libro parola per parola. Il cervello dei nostri lettori in effetti non è che semplice carta che, messa sotto la pressa, ritraccia le pagine di un’opera.
I Genii amano gli esseri che producono, ed è per questa ragione che li si chiama Genii. Essi si fanno beffe dei nostri uomini a ripetizione, che non osano mai immaginare nulla, che parlano solo attraverso citazioni, che considerano temerario qualunque spirito che prenda il volo; nelle nostre biblioteche più vaste, essi non trovano che dieci o dodici anime di prim’ordine, di cui sono stati semplicemente copiati o commentati i sentimenti ed i pensieri; sanno che chiunque abbia compreso Platone riguardo alle idee o Montesquieu riguardo alle leggi, può facilmente indovinare tutto ciò che è stato scritto su questi due argomenti; essi se la ridono di ogni reputazione basata sul numero e la grandezza dei volumi, e preferiscono l’autore che non dà che un in-dodicesimo, ma che fa parlare il suo spirito, a tutti questi controversisti e parafrasatori, la cui penna è più pesante della mazza di Ercole.
Da questi tratti si giudicherà se gli Spiriti Elementari approvano il gusto pedantesco, quel gusto che rovina paesi, che ne inaridisce lo spirito, e che non lascia brillare che la memoria. I Genii inseriscono le antichità nella classe delle conoscenze oziose e superflue; essi non fanno ricorso né al viso di Traiano, né al piede di Tito, né alla mano di Agrippina, né alle ali del cavallo Pegaso, né alle orecchie della capra Amaltbea, né alla coda della lupa che allattò Romolo, per avere materia di cui occuparsi; essi pensano, immaginano, e mezza loro riflessione vale più di tutte le dissertazioni degli antiquari nati e che nasceranno.
Ma come far comprendere queste verità a degli autori che tracciano righe come se fossero solchi, che giudicano un’opera solo in base alla lunghezza, che non parlano se non dopo gli altri, che non hanno il coraggio di produrre un solo pensiero, timorosi di pensare diversamente da Pierre o da Michel, i loro oracoli, e che dimenticano tutti i tratti di uno spirito creativo, per applicarsi alla critica di qualche frase un po’ trascurata; come se una sola scintilla d genio non valesse più di tutto lo stile castigato dei nostri accademici.
Mi aspetto che questi esseri ottusi, che conoscono l’immaginazione meno della pietra filosofale, screditino il sistema degli Zaziri, come l’opinione più assurda e e stravagante, e che non gli assegnerebbero altra biblioteca che il manicomio. E perché? Perché in tutti i loro commentari, con tutto il loro gergo letterario e giuridico, non troverebbero un corollario, un paragrafo, un capitolo in cui si faccia la minima menzione degli Zaziri.
Oh, se Baliolipolus o Marasimus ne avessero detto una sola parola in uno dei trentasette volumi in-folio che costituiscono il suo Trattato delle leggi e delle donazioni, questa citazione mi salverebbe: direi gravemente che il celebre Baliolipolus, cap. 399, p. 623, r. 54 ne ha parlato, quindi il sistema degli Zaziri è possibile. Vedete come si ragiona?
Tuttavia, per consolare i nostri sapienti, diremo loro che Platone, Socrate, Plotino e la maggior parte dei filosofi ammettevano l’esistenza di Genii; che tutte le sette ne fanno menzione; che molti imperatori, secondo quanto riferiscono gli storici, avevano uno spirito familiare; che la tradizione dei folletti, così diffusa presso i popoli, non è altro che la nostra opinione, e che i minatori in gran numero certificano ogni giorno di aver visto sotto terra una specie di uomini che scompaiono non appena li si avvicina.
Mi sembra che simili fatti valgano bene quelli dei nostro critici e parafrasatori. Li rimando ad essi, come all’unico studio che piace loro; potranno spassarsela con comodo, ché troveranno, sui Genii, sia presso i favolisti che presso gli storici, dei fatti con le loro date, adatti ad essere citati, commentati, annotati a margine.
Mi si chiederà se gli Zaziri fanno dispute e se, come noi, travestono la loro morale sotto forma di una scolastica che non partorisce che problemi o assurdità. Ma una simile domanda apparirebbe ingiuriosa agli Genii, tanto più che basta un grano di buon senso per disprezzare questi scrittori atrabiliari, che si scambiano reciprocamente maledizioni e che fanno della scienza un oggetto di derisione. Non mi sorprenderei di scoprire qualche giorno che sono stati rinvenuti Giansenisti anche presso gli Zaziri; dove mai non se ne trovano? Basta che uno della Sorbona sia scontento di qualche Spirito Elementare, per rendere pubblico che ciascuno di loro pensa interiormente come Quesnel o Pascal.
E’ senza dubbio un gran danno che i nostri occhi non siano abbastanza sottili, né i nostri spiriti abbastanza penetranti, per leggere e comprendere le opere composte dagli Zaziri. Essi certamente non somigliano a quell’insipido Avant-Coureur, foglio periodico che, come la febbre quartana, torna ogni tre giorni, suscitando ogni volta gli stessi sbadigli e lo stesso disgusto.
Alcuni sostengono che la nostra anima può esaltarsi fino al punto di intravedere le produzioni dei Genii e decifrare i loro caratteri impercettibili; ma credo che questi esempi siano così rari, che preferisco dubitarne. Parrebbe tuttavia che Platone abbia indovinato il loro alfabeto e che abbia posto una parte del suo sapere nei loro libri. Io direi la stessa cosa di Newton, che conosceva troppo bene gli elementi per ignorare gli spiriti che li animano; poiché la materia, che non può muoversi da sé, annuncia necessariamente dei Genii motori, appena si agita e cambia posizione.
Malgrado l’incertezza in cui ci troviamo riguardo al modo in cui gli Zaziri esplicano i loro sentimenti, dobbiamo convincerci che la loro filosofia, ben più raffinata della nostra, non ha né la freddezza dei nostri geometri, né la ridicolaggine dei nostri scolastici, né il carattere romanzesco dei nostri fisici moderni. Meno appesantiti dal loro corpo, che non è che un solo elemento semplice, avvertono in ogni istante tutta l’attività della sostanza spirituale che li anima, e non hanno motivo di sospettare che possa perire. Le assurdità dei nostri nuovi filosofi sembrano loro dunque il delirio di un uomo che non si conosce più, e che confonde la facoltà di vedere con la finestra attraverso la quale egli vede.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 04-03- 2006 6:35 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Pubblicare poesie comporta diversi inconvenienti. Il primo è che le poesie pubblicate sono pasto per i critici: i quali diranno di te cose che non avresti mai immaginato. Ad esempio, pur magnificando i tuoi versi, diranno che tu sei un “poeta del silenzio”; dandoti sostanzialmente dell’imbecille. Il secondo è che le poesie pubblicate sono pasto per gli attori: i quali hanno, chissà perché, il vezzo di parlare in modo eccessivo, enfatico, innaturale, orgasmico; per cui ti toccherà, da poeta del silenzio, subire in silenzio la feroce storpiatura delle tue cose, abbozzare mentre l’attrice di ’sta minchia sospira sui tuoi endecasillabi, si fa prendere da un orgasmo al primo enjambement e quando ha finito ti cerca con lo sguardo, quasi volesse dirti “sì, tu sì che mi hai fatto godere”. Il terzo è che le poesie pubblicate sono antologizzabili. La tua poesia, che ha un senso nel contesto della tua raccolta, viene estratta a forza, lasciata nuda e gettata in un ambiente estraneo, con amici non graditi né richiesti, inserita in un discorso che non è il suo, in un logos alieno - imbastardita senza ritegno. Ho scoperto solo ora, così, che una mia quartina è finita addirittura in una antologia natalizia, nella quale la mia “voce inquieta e profonda” è messa accanto a quella d’un Montale, eh, ma decorata anche da vischio e candeline.
Un giorno prenderò le mie cazzo di poesie e farò irruzione da qualche parte, metterò in pratica una qualche forma di terrorismo poetico, fermerò la fila alla posta o alla cassa del supermercato, bloccherò il traffico, piscerò sulle poetesse sospirose, smerderò alla grande i critici panzoni, gli ficcherò il mio silenzio su per il culo, e la mia voce inquieta e profonda manderà tutti a farsi fottere.

Pubblicato il 01-03- 2006 11:51 am | Commenti (8) |
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