Pubblicare poesie comporta diversi inconvenienti. Il primo è che le poesie pubblicate sono pasto per i critici: i quali diranno di te cose che non avresti mai immaginato. Ad esempio, pur magnificando i tuoi versi, diranno che tu sei un “poeta del silenzio”; dandoti sostanzialmente dell’imbecille. Il secondo è che le poesie pubblicate sono pasto per gli attori: i quali hanno, chissà perché, il vezzo di parlare in modo eccessivo, enfatico, innaturale, orgasmico; per cui ti toccherà, da poeta del silenzio, subire in silenzio la feroce storpiatura delle tue cose, abbozzare mentre l’attrice di ’sta minchia sospira sui tuoi endecasillabi, si fa prendere da un orgasmo al primo enjambement e quando ha finito ti cerca con lo sguardo, quasi volesse dirti “sì, tu sì che mi hai fatto godere”. Il terzo è che le poesie pubblicate sono antologizzabili. La tua poesia, che ha un senso nel contesto della tua raccolta, viene estratta a forza, lasciata nuda e gettata in un ambiente estraneo, con amici non graditi né richiesti, inserita in un discorso che non è il suo, in un logos alieno - imbastardita senza ritegno. Ho scoperto solo ora, così, che una mia quartina è finita addirittura in una antologia natalizia, nella quale la mia “voce inquieta e profonda” è messa accanto a quella d’un Montale, eh, ma decorata anche da vischio e candeline.
Un giorno prenderò le mie cazzo di poesie e farò irruzione da qualche parte, metterò in pratica una qualche forma di terrorismo poetico, fermerò la fila alla posta o alla cassa del supermercato, bloccherò il traffico, piscerò sulle poetesse sospirose, smerderò alla grande i critici panzoni, gli ficcherò il mio silenzio su per il culo, e la mia voce inquieta e profonda manderà tutti a farsi fottere.