Charles-François Tiphaigne de La Roche, La Zazirocrazia (7)
[Le scienze degli Zaziri]
Innalziamoci ora a cose più serie, e fissiamo gli occhi sulle scienze che occupano gli Spiriti Elementari. Qui le nostre anime cariche di erudizione, chiamate comunemente antiquari, critici e giuristi, si attendono di vedere il trionfo delle date, delle citazioni, dei fatti, dei costumi; ma quanto si ingannano! Gli Zaziri non conoscono scienze al di fuori della metafisica, la morale, la medicina e la fisica. Molto saggiamente, essi ritengono che ogni studio che soffochi lo spirito non è che un gergo e una routine adatta a pietrificare, e che certi italiani e tedeschi, il cui talento consiste nel sapere tutto ciò che si è stampato sugli usi e le leggi, non sono nulla più che seconde edizioni, che riproducono un libro parola per parola. Il cervello dei nostri lettori in effetti non è che semplice carta che, messa sotto la pressa, ritraccia le pagine di un’opera.
I Genii amano gli esseri che producono, ed è per questa ragione che li si chiama Genii. Essi si fanno beffe dei nostri uomini a ripetizione, che non osano mai immaginare nulla, che parlano solo attraverso citazioni, che considerano temerario qualunque spirito che prenda il volo; nelle nostre biblioteche più vaste, essi non trovano che dieci o dodici anime di prim’ordine, di cui sono stati semplicemente copiati o commentati i sentimenti ed i pensieri; sanno che chiunque abbia compreso Platone riguardo alle idee o Montesquieu riguardo alle leggi, può facilmente indovinare tutto ciò che è stato scritto su questi due argomenti; essi se la ridono di ogni reputazione basata sul numero e la grandezza dei volumi, e preferiscono l’autore che non dà che un in-dodicesimo, ma che fa parlare il suo spirito, a tutti questi controversisti e parafrasatori, la cui penna è più pesante della mazza di Ercole.
Da questi tratti si giudicherà se gli Spiriti Elementari approvano il gusto pedantesco, quel gusto che rovina paesi, che ne inaridisce lo spirito, e che non lascia brillare che la memoria. I Genii inseriscono le antichità nella classe delle conoscenze oziose e superflue; essi non fanno ricorso né al viso di Traiano, né al piede di Tito, né alla mano di Agrippina, né alle ali del cavallo Pegaso, né alle orecchie della capra Amaltbea, né alla coda della lupa che allattò Romolo, per avere materia di cui occuparsi; essi pensano, immaginano, e mezza loro riflessione vale più di tutte le dissertazioni degli antiquari nati e che nasceranno.
Ma come far comprendere queste verità a degli autori che tracciano righe come se fossero solchi, che giudicano un’opera solo in base alla lunghezza, che non parlano se non dopo gli altri, che non hanno il coraggio di produrre un solo pensiero, timorosi di pensare diversamente da Pierre o da Michel, i loro oracoli, e che dimenticano tutti i tratti di uno spirito creativo, per applicarsi alla critica di qualche frase un po’ trascurata; come se una sola scintilla d genio non valesse più di tutto lo stile castigato dei nostri accademici.
Mi aspetto che questi esseri ottusi, che conoscono l’immaginazione meno della pietra filosofale, screditino il sistema degli Zaziri, come l’opinione più assurda e e stravagante, e che non gli assegnerebbero altra biblioteca che il manicomio. E perché? Perché in tutti i loro commentari, con tutto il loro gergo letterario e giuridico, non troverebbero un corollario, un paragrafo, un capitolo in cui si faccia la minima menzione degli Zaziri.
Oh, se Baliolipolus o Marasimus ne avessero detto una sola parola in uno dei trentasette volumi in-folio che costituiscono il suo Trattato delle leggi e delle donazioni, questa citazione mi salverebbe: direi gravemente che il celebre Baliolipolus, cap. 399, p. 623, r. 54 ne ha parlato, quindi il sistema degli Zaziri è possibile. Vedete come si ragiona?
Tuttavia, per consolare i nostri sapienti, diremo loro che Platone, Socrate, Plotino e la maggior parte dei filosofi ammettevano l’esistenza di Genii; che tutte le sette ne fanno menzione; che molti imperatori, secondo quanto riferiscono gli storici, avevano uno spirito familiare; che la tradizione dei folletti, così diffusa presso i popoli, non è altro che la nostra opinione, e che i minatori in gran numero certificano ogni giorno di aver visto sotto terra una specie di uomini che scompaiono non appena li si avvicina.
Mi sembra che simili fatti valgano bene quelli dei nostro critici e parafrasatori. Li rimando ad essi, come all’unico studio che piace loro; potranno spassarsela con comodo, ché troveranno, sui Genii, sia presso i favolisti che presso gli storici, dei fatti con le loro date, adatti ad essere citati, commentati, annotati a margine.
Mi si chiederà se gli Zaziri fanno dispute e se, come noi, travestono la loro morale sotto forma di una scolastica che non partorisce che problemi o assurdità. Ma una simile domanda apparirebbe ingiuriosa agli Genii, tanto più che basta un grano di buon senso per disprezzare questi scrittori atrabiliari, che si scambiano reciprocamente maledizioni e che fanno della scienza un oggetto di derisione. Non mi sorprenderei di scoprire qualche giorno che sono stati rinvenuti Giansenisti anche presso gli Zaziri; dove mai non se ne trovano? Basta che uno della Sorbona sia scontento di qualche Spirito Elementare, per rendere pubblico che ciascuno di loro pensa interiormente come Quesnel o Pascal.
E’ senza dubbio un gran danno che i nostri occhi non siano abbastanza sottili, né i nostri spiriti abbastanza penetranti, per leggere e comprendere le opere composte dagli Zaziri. Essi certamente non somigliano a quell’insipido Avant-Coureur, foglio periodico che, come la febbre quartana, torna ogni tre giorni, suscitando ogni volta gli stessi sbadigli e lo stesso disgusto.
Alcuni sostengono che la nostra anima può esaltarsi fino al punto di intravedere le produzioni dei Genii e decifrare i loro caratteri impercettibili; ma credo che questi esempi siano così rari, che preferisco dubitarne. Parrebbe tuttavia che Platone abbia indovinato il loro alfabeto e che abbia posto una parte del suo sapere nei loro libri. Io direi la stessa cosa di Newton, che conosceva troppo bene gli elementi per ignorare gli spiriti che li animano; poiché la materia, che non può muoversi da sé, annuncia necessariamente dei Genii motori, appena si agita e cambia posizione.
Malgrado l’incertezza in cui ci troviamo riguardo al modo in cui gli Zaziri esplicano i loro sentimenti, dobbiamo convincerci che la loro filosofia, ben più raffinata della nostra, non ha né la freddezza dei nostri geometri, né la ridicolaggine dei nostri scolastici, né il carattere romanzesco dei nostri fisici moderni. Meno appesantiti dal loro corpo, che non è che un solo elemento semplice, avvertono in ogni istante tutta l’attività della sostanza spirituale che li anima, e non hanno motivo di sospettare che possa perire. Le assurdità dei nostri nuovi filosofi sembrano loro dunque il delirio di un uomo che non si conosce più, e che confonde la facoltà di vedere con la finestra attraverso la quale egli vede.
L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

