Da adolescente ero convinto che la verità si trovasse da qualche parte nel mondo: che si trattasse di viaggiare, più che di riflettere. Che vi fosse da qualche parte un luogo sacro, uno spazio sacro, un sacro recinto. Un posto dove riposare nella serena contemplazione della verità. Mi figuravo la vita come un viaggio iniziatico - e perciò disseminato di ostacoli e di prove - verso questo luogo sacro. Aspiravo ad essere un ha-Shatan che furiosamente gira il mondo in lungo e in largo, conoscitore di uomini e di cose, di illusioni e di certezze. Ancora adesso i viaggiatori suscitano in me un profondo rispetto, quando si tratta di viaggiatori autentici - quelli che sperimentano il mondo, non quelli che confondono la mappa con il territorio. Ma più di tutti ammiro quelli che azzardano il viaggio di dentro, i Satana inquieti che girano in lungo e in largo la propria mente, il proprio cuore, il proprio corpo, chiedendo conto ad ogni pensiero, ad ogni affezione, ad ogni cellula.
Il Buddha si trova nel boschetto di Jeta, quando lo raggiunge Rohitassa, uno spirito inquieto e viaggiatore non troppo diverso dal Satana del libro di Giobbe. “E’ possibile viaggiando raggiungere il confine del mondo, lì dove non vi sono né nascita né morte?”, gli chiede. “No”, risponde il Buddha. “Hai ragione”, dice Rohitassa, e gli racconta il suo travaglio di spirito volante che gira, gira alla ricerca dei confini del mondo ma nulla trova, nulla tocca, in cent’anni di viaggio nessun confine certo individua sotto il sole. A lui, il Buddha spiega che altro viaggio conviene fare. “In questo corpo, o amico, alto soltanto due braccia tese, dotato di conoscenza e mente, io affermo che c’è il mondo, l’origine del mondo, la cessazione del mondo e il sentiero che conduce alla cessazione del mondo” (Rohitassasutta, Anguttara Nikaya, 4.5.5., traduzione di Claudio Cicuzza).
Non si tratta di una affermazione di spiritualismo. Non è che il mondo si riduca a spirito, così che basti un po’ di introspezione per comprendere le leggi del mondo. E’ una affermazione di materialismo, piuttosto. Il nostro corpo è materia: atomi e vuoto, cellule e sinapsi, ossa e nervi, umori e scorie. E’ opaco, come opaco è il mondo fuori di noi. Siamo fatti della stessa materia della zolla, dello sterco, del fango. E della perla, dei fiori, delle stelle. La sofferenza che scopriamo nel nostro corpo è la stessa sofferenza di tutto ciò che esiste, è la sofferenza della materia che si contorce si espande si contrae si piega e muta senza fine. Eppure nel lasciar andare, nell’abbandonarsi alla materia, nell’abbracciare la sofferenza della materia c’è una gioia difficile e crudele: nel centro del corpo - in questo centro del centro del mondo, in questo estremo confine di tutto ciò che è - si apre una finestra sull’altro mondo, su un mondo in cui il sofferente contorcersi della materia è una danza leggera e divertita. Un mondo che è il nostro stesso mondo.