Deve aver pensato molto, Tito Salatto (nella foto), assessore alla cultura di Foggia, in questo torrido inizio d’estate foggiana. Deve aver pensato a Venezia, immagino. Al sindaco di Venezia, per la precisione. Il quale, oltre ad essere un bell’uomo, è uno che scrive volumoni di cinquecento pagine e che interviene sulle più prestigiose riviste italiane e internazionali. Perché lui sì e io no?, deve essersi chiesto Tito Salatto. Che mi manca?, avrà pensato. A questo punto, ecco, qualcuno dei consiglieri - perché Salatto ha dei consiglieri - avrebbe dovuto spiegargli che, anche se ha molti più soldi d’un Cacciari, ci sono molte cose che gli mancano. Avrebbero dovuto fargli capire con garbo, ma anche con chiarezza, che lui sta a Cacciari come Foggia sta a Venezia; o, per essere più espliciti, come il Pataffio sta a piazza san Marco. Ahumé, i consiglieri hanno taciuto. E’ probabile anzi che lo abbiano incoraggiato. Te li vedi lì, entusiasticamente servili: Ma certo, Dottore, cosa avrà mai questo Cacciari che lei non ha? Ed ecco che nella mente del Dottore prende forma il progetto. Che consiste in questo: convocare a Foggia qualche intellettuale di fama - i matematici Odifreddi e Israel, il giornalista Galli della Loggia, il teatrante Moni Ovadia ed il giornalista Oliviero Beha - a discutere di scienza, arte e spettacolo, ed approfittare dell’0ccasione per dare alla popolazione ed agli ospiti stupefatti un bel saggio della propria profonda visione filosofica su problemi tanto gravi.
Deve aver pensato molto, Tito Salatto, in questo torrido inizio d’estate foggiana. Indiscrezioni parlano d’un Salatto chiuso nel suo studio circondato da manuali di filosofia, visitato febbrilmente dai soliti consiglieri, intento a quello che dovrà essere il suo capolavoro filosofico, il suo contributo alla comprensione dell’essere umano, la sua dimostrazione della identità di scienza, arte e spettacolo. Dimostrazione che si rivelerà così concepita - riassumendo per passaggi chiave:
a. L’uomo è un essere comunicativo.
b. La scienza è creazione, ma anche comunicazione.
c. L’arte è creazione, ma anche comunicazione.
Ora ti aspetteresti che l’ineffabile dottore, dopo aver ricondotto arte e scienza al loro “genere prossimo” (con un procedimento che, ovviamente, potrebbe condurre ad affermare l’identità di qualsiasi cosa: che so, del sesso e della falegnameria), ne chiarisse la “differenza specifica”, almeno. E invece il Dottore ha un attacco inatteso di pudore: “A questo punto - dice - si aprono molti percorsi per affrontare questo argomento, e come rilevavo all’inizio parlando di un approccio multidisciplinare, la trattazione di una delle qualsiasi sfaccettature (sic) che possiamo delineare necessiterebbe il coinvolgimento di numerose materie di studio, quali la genetica, la filosofia, la teologia. Ma per pudore ad occuparmi di temi che non sono nelle mie competenze, rimango sull’argomento Scienza ed Arte. Credo del resto che altre problematiche potranno essere affrontate in modo più esaustivo da altri relatori, se lo vorranno”.
Narra la leggenda d’un docente d’un liceo foggiano che era solito dire agli studenti, per giustificare una sua certa avarizia nei voti: dieci a Dio, nove a me e il resto ve lo spartite voi. Ecco, Salatto è come se dicesse agli illustri ospiti: la Conoscenza Assoluta a Dio, Scienza ed Arte a me, il resto e lo spartite voi. Se vi pare.
Dopo aver spiegato in modo così ammirevole l’identità di scienza ed arte, resta da integrare il terzo elemento. Spiegare che scienza ed arte sono anche spettacolo. Impresa non particolarmente difficile, bisogna dire. Ma il Dottore decide di strafare, in fondo il suo modello è Cacciari. E’ in preda dunque ad un attacco di “cacciarite” (quel virus linguistico sul quale tempo fa ironizzò Massimo Baldini) che partorisce la seguente perla, per la gioia e il benessere pscicofisico del suo uditorio: “Scienza ed arte, ricondotte all’unità, per chi si soffermasse, riflettesse, e viaggiando conoscesse, o pur stando fermo riuscisse comunque a guardare oltre la siepe, si manifestano come lo spettacolo degli spettacoli. Ecco dunque che Scienza ed Arte fanno spettacolo”. E qui accade l’inatteso. Ti aspetti risate, e invece la gente tace. Rifletti sulla cosa, non sai bene se andare o star fermo guardando oltre la siepe, ti vien voglia di andare in bagno a fare una pisciatina - atto che sempre alleggerisce e schiarisce un po’ la mente, altamente raccomandabile quando ti imbatti in qualcosa che ostinatamente sfugge alla presa della tua comprensione - ma ecco che il Dottore ha finito, tocca agli altri interlocutori, e non te li perderesti per nulla al mondo. Ora comincia il bello, pensi. E il bello nfatti non tarda, per il povero Dottore. Le sue ideuzze vengono fatte a pezzi, come c’era da aspettarsi. E un perfido Oliviero Beha si diverte ad offrirgli il diritto di replica. Replica che è il momento più divertente della serata: il Pataffio, che s’era creduto piazza San Marco, si mostra in tutta la sua miseria di Pataffio, la cultura si prende una rivincita sul potere, la retorica assessorile si sgretola in una devastante successione di pause, di uhm, di ehm, di empty words alla John Cage. Tu godi, e speri che in sala ci siano molti bimbi. Che grande lezione, per loro. Che spettacolo.
Lo spettacolo del potere. Della solitudine del potere.