Bacco felice: Se capitate a Foligno, non potete fare a meno di fare una visita a -> questa osteria in via Garibaldi, se non altro per la straripante simpatia dell’oste. L’ho visto, dopo aver fatto l’elogio dei suoi pomodori, rimproverare una spaurita ragazza piemontese perché non aveva mangiato tutta la sua cicoria. Cicoria che poi s’è mangiato lui. La cucina è ottima, per quel poco che può giudicare un vegetariano. Il vino servito pessimo: ma immagino che sia il vino che viene servito a chi come me ha la faccia da astemio. (In definitiva un astemio vegetariano non ha molto da fare in un’osteria, lo ammetto).
Foligno: Sarebbe graziosa, questa città - piazza della Repubblica, con il Duomo di San Feliciano, è molto bella - se si trovasse un po’ di gente in giro. Dopo le nove di sera è assolutamente deserta. Verso le dieci ho chiesto ad un barista di indicarmi una pizzeria in zona. “Non so se sono aperte a quest’ora”, mi ha detto. Credevo che volesse dire che era presto. Voleva dire invece che era tardi. Per un meridionale, è una sorta di choc. Per nostalgia del mio sud mi sono rifugiato nella pizzeria “La Lampara”, dove servono pizza accompagnata dal meglio della musica neomelodica napoletana (e la cosa più singolare è che non sono nemmeno napoletani).
Gubbio: Arrivato a Piazza Grande hai voglia di sederti a terra e dire “di qui non mi muovo più”. E invece vale la pena alzarsi, oltrepassare Porta Romana e prendere la funivia per Sant’Ubaldo. Questa basilica - che è la meta della tradizionale corsa dei ceri - non ha nulla dei fasti delle altre chiese umbre, ma vi si respira un’aria semplice, buona. Molto bella è la madonna venerata da Sant’Ubaldo.
Isola maggiore: Quest’isola è un piccolo gioiello. Ha selve e sentieri irti sui quali si arrampicò Francesco, rifugiandosi in un eremo che è ancora visitabile, ma salendo si ingentilisce con distese di ulivi e i resti di un vecchio mulino. In cima ha un cimitero ed una chiesetta del trecento nella quale, se credessi, mi piacerebbe pregare.
Porta Sole: Da qui, diceva Dante, “Perugia sente freddo e caldo” (Paradiso, XI, 46). Altri tempi, ahimé. Oggi a Porta Sole Perugia sente puzza di piscio.
Pozzi: Quello etrusco di Perugia è una vecchia conoscenza. Ogni volta che vi capito non manco mai di fare una visita al pozzo etrusco ed una, ristoratrice, alla vicina pizzeria “La Botte”. Quello di San Patrizio ad Orvieto mi ha inquietato non poco, con i suoi sessantadue metri di scale sotterranee. Sempre ad Orvieto è possibile visitare gli ipogei. Buona parte della città, ho appreso, è edificata su grotte e stanze sotterrenee, alcune delle quali risalenti agli etruschi. Vi sono anche alcuni pozzi profondissimi, creati dagli etruschi. Pozzi rettangolari, piccoli, appena sufficienti per permettere il lavoro dell’operaio che li ha costruiti. V’è un problema relativo a questi pozzi, ha spiegato la guida. Ad una certa profondità la polvere, l’anidride carbonica e la mancanza di ossigeno rendono impossibile il lavoro. Come ha fatto l’operaio che li ha costruiti? Un turista, presumibilmente veneto (marito della donna presumibilmente veneta di cui parlo alla voce Turisti) ha avanzato una ipotesi geniale. “Li scavavano da sotto”, da detto.
Spello: Se non siete troppo storditi dalla bellezza degli affreschi del Pinturicchio nella cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore (”Appare la bellezza, mai assillante né oziosa” -CSI), scendete per via Cavour fino alla chiesa di Sant’Andrea. Se siete fortunati, vi imbattete in un anziano frate francescano, che vi illustrerà - parlando un po’ velocemente, ma con affetto - gli affreschi di Tommaso Corbo e Dono Doni. Non contento, fra’ Paolo (così si chiama) vi introdurrà in certe sue stanze segrete, dove vi mostrerà con grande orgoglio (il quale è cosa peccaminosa, ma grati sorvoliamo) i suoi lavori: rappresentazioni allegoriche disegnate su compensato e colorate con polvere di fiori, che il buon frate presenta da vent’anni a questa parte durante la tradizionale infiorata di Spello. Se avrete la pazienza di seguirlo fino all’ultima stanza, ammirerete i suoi lavori migliori: alcune sculture in ferro, fatte con materiali riciclati. In una ci sono alcune schegge di una bomba della seconda guerra mondiale, una vanga in miniatura ed altro materiale che indica le sofferenze umane. In alto c’è un arco metallico che, colpito con un martelletto, dà un suono gradevole. L’opera rappresenta la sofferenza umana redenta e conciliata nell’armonia divina.
Turisti: Una donna, presumibilmente veneta, davanti al Duomo di Orvieto, ha detto al marito: “Bellina questa chiesa, quasi quasi vediamo come è dentro”. Ad Assisi una famiglia intera, presumibilmente meridionale, ha preso d’assalto uno dei leoni della facciata di Santa Chiara. Uno dopo l’altro, i figli si sono fatti fotografare a cavalcioni del leone. Quindi, senza nemmeno degnare di uno sguardo la chiesa, se ne sono andati. A Spoleto i turisti hanno fotografato con il flash, assolutamente indisturbati, gli affreschi di Filippo Lippi. Ad Assisi un turista distratto e annoiato ha bombardato con i flash la tomba di San Francesco - luogo che emoziona anche chi, come me, è non credente.