Brooke è tornata da Nick. Era prevedibile, dirai. Sì, lo era. Ma la prevedibilità del comportamento di Brooke non è segno di qualche limite degli sceneggiatori di Beautiful: al contrario, mi sembra un indice della loro profondità psicologica. Per quegli sprovveduti che non seguono Beautiful - ignorando che è nelle telenovelas che lo Zeitgeist si rivela - riassumo gli ultimi eventi. Dopo aver giurato amore a Nick, Brooke ha ripreso ad amoreggiare con Ridge; dopo un bacio tra Ridge e Brooke, Nick l’ha tradita con sua figlia (di Brooke, cioè, non di Nick); quindi Brooke, su tutte le furie, ha lasciato Nick per tornare da Ridge, giurandogli amore eterno e promettendo di sposarlo. Purtroppo è successa una cosa terribile: Ridge ha picchiato suo figlio (di Brooke, non di Ridge), accusandolo di amoreggiare con sua figlia (di Ridge, non di Brooke). Per questo Brooke l’ha lasciato - e la cosa è comprensibile. In men che non si dica, è volata da Nick - il quale nel frattempo si è sistemato con Taylor - gli ha riferito del mutamento e gli ha detto che intende tornare con lui. Quando lui le ha spiegato che ora ama un’altra, lei gli ha messo le mani addosso - per sedurlo, non per picchiarlo. “Ma guarda te che zoccola”, ho commentato. E tuttavia è un commento riduttivo ed assolutamente inadeguato. La categoria della zoccola non è applicabile ad una donna come Brooke. Una zoccola - o puttana - è una donna che ama diversi uomini, o che ha una forte sensualità, che la spinge a cercare diversi corpi maschili. Brooke non ha né l’una né l’altra cosa. Non ama né Nick né Ridge, evidentemente. E non è nemmeno una donna particolarmente sensuale. Appare piuttosto glaciale, fredda, calcolatrice. Soprattutto, è assolutamente incapace di provare sentimenti o di comprendere i sentimenti altrui. Quando Nick le dice che ama un’altra, non fa una piega e prova a sedurlo. Quello che prova Nick non le interessa.
Diresti che è terribilmemte egoista, Brooke. Probabilmente è così, ma si tratta di un egoismo sui generis. Non è l’egoismo di chi possiede un ego forte e vuole imporlo. Brooke ha un ego fragile, fittizio. Ha una apparenza di ego. Ad esempio, non è assolutamente capace di stare da sola. Dopo aver lasciato Ridge, non si prende nemmeno un giorno di riflessione. Corre da Nick. Cosa la spinge? La paura di restare per un solo giorno senza un uomo. Una donna del genere non è egoista. E’ inconsistente. Non esiste se qualcuno non la tiene insieme abbracciandola.
Forse il termine più adeguato è scardinata. Brooke è scardinata. Le sue azioni non nascono da un centro, ma sono casuali. E’ come una roulette. Oggi esce Ridge, domani Nick. Tutto avviene casualmente, e nessuno - lei per prima - può farci niente. La vita le accade, semplicemente. Ovunque vada, porta questa casualità, questa alea. Ovunque vada, ovviamente, semina sofferenza.
La azioni di Brooke non hanno un cardine, non scaturiscono da qualcosa come un’anima o un cuore. Piuttosto, sembra un programma per la riproduzione di script. Come si sa, esistono una serie di copioni (script) che contengono tutto ciò che è conveniente dire nelle diverse circostanze sociali. Brooke estende queste formule alle relazioni sentimentali. Che bisogna dire, mentre si abbraccia un uomo? “Ti amo”. Bene, Brooke dice “ti amo”, esattamente come al ristorante dice “mi porti il conto”. Non c’è nessuna verità nel suo “ti amo”. E’ solo una convenzione, una formula. Un copione.
Mi viene in mente un vecchio teologo evangelico studioso di Kierkegaard, che amava spesso ripetere una frase della Lettera ai Romani: “Se tu professerai con la tua bocca Gesù come Signore, e crederai nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvato” ( 10, 9). Il brav’uomo poneva un’enfasi particolare sul primo aspetto. A sentir lui, cioè, bastava professare la fede in Dio: il credere che sta nel cuore ne sarebbe seguito come una conseguenza. Ecco, Brooke segue una logica simile. Professa quando occorre un amore che non esiste, nella illusoria convinzione che qualcosa dentro di sé succedera, che a quella professione seguirà una persuasione, una passione - un amore. E invece non succede niente.
C’è, forse, qualcosa di mistico in Brooke - e nelle tante donne che sono come lei (talmente tante, che non protesterei se qualcuno dicesse che questa è oggi la tipologia femminile dominante). Ho detto che Brooke ha una apparenza di ego. Un ego superficiale, diciamo. Le azioni legate a questo ego sono anch’esse superficiali, fittizie, stereotipate. Non mi rassegno tuttavia a pensare che non vi sia altro, in Brooke. Mi piace pensare che da qualche parte vi sia un ego sostanziale, un fondo reale, vero, un essere stabile - e che il problema di Brooke sia non la mancanza di un centro, ma la mancanza di collegamento tra questo centro e la periferia, tra l’ego sostanziale e l’ego fittizio.
“Ceste Ame donne a Nature quanqu’elle luy demande”, scriveva Margherita Porete nel Miroeur des simples ames (cap. xvii): quest’anima dà alla natura ciò che la natura le chiede. E continuava: perché le anime dovrebbero farsi scrupolo di prendere ciò di cui hanno bisogno? L’anima è al di là della natura. Non è toccata dalle esigenze della natura.
Così Brooke. La sua natura - sociale più che biologica - le chiede di avere un uomo, di essere felice (”Bisogna sforzarsi in ogni modo di essere felice”, dev’essere il suo motto), di fare qualcosa. E lei si dà da fare. Propriamente, si dimena. Eppure da qualche parte dentro di lei c’è un fondo che osserva questo spettacolo senza esserne contaminato; un occhio che la vede dimenarsi sul palcoscenico della vita esattamente come lo spettatore assiste alle sue vicende sentimentali seduto sul divano, ma senza l’accanimento critico dello spettatore, senza la sua indignazione ed il suo giudizio.
O forse anche quel fondo giudica, e s’intristisce, e si sente ferito per quel miserabile dimenarsi. Forse quel fondo giudica e incalza l’ego fittizio, lo martella, lo rimbrotta. Forse c’è in Brooke una lotta interiore tra verità ed apparenza, tra sostanza e finzione, tra solitudine e scena - una lotta interiore di cui a noi è dato rinvenire solo tracce labili ed incerte, quasi brevi amnesie dell’attore sul palcoscenico.