La protagonista della storia che sto per raccontare non ha un nome. Di questi tempi, in questo paese, avere un nome è un privilegio che non a tutti è concesso. Come la cittadinanza, il nome è la pelle che fa di qualcuno un essere umano, da riconoscere e rispettare come tale, nei cui confronti è lecito esercitare violenza solo nei casi previsti dalla legge. Senza la pelle del nome e della cittadinanza, non si è nemmeno esseri umani. Si è insieme raccapricciante di muscoli e grasso, di nervi e tendini; si è pre-umani, pre-civili; si è qualcosa di intermedio tra l’animale e l’uomo.
Senzanome ha sedici anni. Forse è una bambina, forse è una donna. Non è dato saperlo. A sedici anni si può essere ancora bimbe o già donne. Senzanome aspetta un bambino, ma questo non vuol dire nulla. Si può essere mamme bambine, a sedici anni: mettere al mondo un figlio che è un po’ figlio e un po’ bambolotto con cui giocare.
Senzanome è romena, e questo in Italia, oggi, vuol dire molto. Senzanome è povera, e questo oggi, in Italia, vuol dire ancora più che essere romena. Senzanome è senza nome perché romena e povera.
Senzanome ha accanto un uomo, presumibilmente il padre del bambino che sta aspettando. Con lui, arriva in un piccolo centro agricolo della Capitanata. Si chiama Orta Nova, il posto. Chissà come suona pronunciato da un romeno. Sbagliano sempre i nomi dei nostri luoghi, questi extracomunitari, ed è forse anche per questo che ci stanno poco simpatici. Con il suo uomo Senzanome cerca lavoro nelle campagne di Orta Nova. Cerca lavoro come bracciante. Sa bene cosa l’aspetta. Sa che il lavoro è duro, sa che la paga è misera. Sa di non avere diritti, di dover lavorare a testa bassa, in silenzio. Ma quello che accade è al di là delle sue peggiori previsioni.
Si sa che non è possibile né lecito attendersi alcuna delicatezza da un padrone. Il padrone è padrone, non si discute. Il padrone ha da essere duro, cattivo, infido. Ma c’è un limite, c’è qualcosa che nemmeno il padrone può permettersi. O almeno così pensano e sperano Senzanome e il suo uomo. Sperano male, perché dalle nostre parti i padroni spesso e volentieri oltrepassano i limiti, resi sicuri da una lunga tradizione di silenzio e di cecità di chi dovrebbe parlare e vedere. Ed ecco che il padrone diventa assoluto. Non si prende solo la forza lavoro. A lui appartiene il corpo. Ne ha il diritto, perché lui è un padrone e loro sono solo dei miserabili.
Senzanome viene violentata dal padrone. La scena non dev’essere molto diversa da quella della violenza su Grace in Dogville di Lars von Trier. Della prima violenza, voglio dire: perché Grace finirà per essere violentata da tutti i maschi dell’accogliente comunità di Dogville.
Come a Dogville, in Italia si parla molto di accoglienza. Come gli abitanti di Dogville, gli italiani sono sinceramente convinti di essere delle brave persone. Come gli abitanti di Dogville, gli italiani hanno una abilità notevole nel non vedere, nel non sentire. Nel non capire.
La storia di Senzanome finisce qui. Propriamente, non è una storia. E’ un episodio, un fatto. Il telegiornale ne parla frettolosamente, insieme ad altri due fatti di cronaca. E passa ad altro.
Se finisse nelle mani di un bravo narratore o di un bravo regista, la vicenda di Senzanome potrebbe diventare una storia. Ed allora indignerebbe, farebbe piangere e scandalizzare i bravi cittadini di Dogville. Allora qualcuno chiederebbe più rispetto e più dignità.
Io non sono un bravo narratore né un regista. Sono uno che, obbedendo a una sorta di imperativo celato nel proprio cognome, cerca di fare attenzione alla violenza. Nella vicenda - nella storia mancata - di Senzanome si assommano tre violenze. La prima è la violenza dell’uomo sulla donna. Ci piace documentarci sulla violenza che le donne subiscono in paesi più o meno lontani, in paesi che hanno religioni oscurantistiche e culture più o meno primitive. Facciamo finta di non vedere la violenza sulle donne nel nostro paese. Eppure i dati Istat parlano chiaro: il 55.40 % delle donne hanno subito almeno una volta uno stupro, una molestia o un ricatto sessuale. Più di una donna su due. E’ qualcosa di atavico, di pre-culturale, il bisogno che gli uomini hanno di umiliare, di violentare le donne.
Ma, si dirà, se tante donne subiscono violenza, il caso di Senzanome non è così grave. Lo è, invece. In primo luogo, perché Senzanome ha subito altre due violenze. Non è stata solo violentata da un uomo. E’ stata violentata dal suo padrone. Anche questa violenza, la violenza del forte sul debole, del padrone sullo schiavo, è atavica. Non è per eccesso polemico che parlo di schiavo. Nelle campagne della Capitanata esiste la schiavitù, ed è una cosa che i tranquilli e pacifici abitanti di Dogville non possono più fingere di non sapere. La terza violenza è quella etnica. Un padrone che stupra una romena compie anche uno stupro etnico. L’etnia dominante umilia e violenza l’etnia sottomessa, e non lo fa solo imponendo condizioni di lavoro massacranti e negando la paga; lo fa violando il corpo.
C’è un altro motivo per cui lo stupro di Senzanome è particolarmente grave. Perché Senzanome in Italia è ospite. Questa parola un tempo evocava la sacralità - e non solo in epoche bibliche: finché c’è stato una qualche traccia della civiltà contadina, il nostro Sud ha considerato sacro l’ospite. Mia nonna, che era contadina, non permetteva che nessuno, dopo aver bussato alla porta durante il pranzo, se ne andasse senza restare a mangiare con la famiglia. Una volta capitò uno dei primi immigrati egiziani. Restò come tutti gli altri. Non c’era da pensarci. Durkheim avrebbe parlato di solidarietà meccanica. O di ospitalità meccanica.
L’ospite oggi è colui che profana, con la sua semplice presenza, la sacralità della comunità. Attinge una sua sacralità nella misura in cui si lascia sacrificare - sottomettere, schiavizzare, violentare. Come la Grace di Dogville, ha un’aura losca, una oscura colpa che impedisce alla comunità dei buoni di accettarla fino in fondo. E’ un pericolo, e dai pericoli la comunità ha il diritto e il dovere di difendersi. La sottomissione non è vera sottomissione. E’ ciò che spetta all’ospite. Semplicemente. E tuttavia nemmeno questo basta. Pur sottomesso, pur schiavizzato, pur violentato, l’ospite inquieta. La comunità è presa da una dolorosa ambivalenza. Per umiliare l’ospite, deve caricarlo di negatività, farne un essere pericoloso e losco. Ma un essere così inquietante non dovrà semplicemente essere cacciato via, andarsene? Senz’altro. Ma in questo modo la comunità chi schiavizzerà? Chi umilierà? Chi violenterà? Dove trarrà il suo senso di superiorità, la soddisfazione di chi esercita il potere e la violenza? Contro chi si compatterà?
Non so come continuerà la vita di Senzanome. Forse andrà a cercarsi altrove un posto dove sia possibile avere un nome. Forse resterà qui, farà nascere qui il suo bambino, proverà a sperare nonostante tutto. Forse è presa anche lei da una dolorosa ambivalenza. Non può che odiare un paese che le ha offerto violenza e schiavitù. Ma questo è il paese nel quale ha cercato un futuro, e forse le è rimasto qualcosa dell’antica speranza. La speranza, si sa, è particolarmente dura a morire. E’ resistente quasi quanto l’odio.
Dogville termina con una mattanza. Il padre gangster della bella Grace insegna alla figlia che è sbagliato perdonare. Che nel perdono c’è arroganza. Che c’è un bisogno di punizione. Ed ordina ai suoi di uccidere tutti. L’unico che si salva è il cane.
Ho visto gente gioire di questo finale. Esultare. Non hanno capito che è anche di loro - dei bravi cittadini delle Dogville di Capitanata - che quel film parla. Con una differenza, forse. A Dogville un innocente i gangster lo trovano: il cane. Qui forse nemmeno i cani si salverebbero.
Nell’immagine una scena di Dogville di Lars von Trier.







tremendo e bellissimo quanto scrivi. (E’ da parecchio che non ci sentiamo…)
Spero non ti dispiaccia: segnalo questo post su OKNOtizie. E’ davvero da leggere
Comment by Uyulala — 16-11- 2007 @ 11:43 pm
Nessuno ha strumenti per catartizzare qualsiasi forma di violenza e anche la vendetta non è la medicina che risolve. La persona che subisce violenza non è in grado nemmeno di riflettere sulle cause della violenza subita perché forse presa più dallo paura di essere sbattuta fuori da quel consorzio umano nel quale ha cercato accoglienza. Al di là dell’empatia che suscita uno scritto come il tuo, reale in quanto sentito, credo che vada combattuta capillarmente (a qualsiasi livello) la forma mentis che è propriamente la dipendenza sessuale o la schiavitù che da esse ne deriva. Bel post.
Comment by riverinflood — 17-11- 2007 @ 7:08 pm
La comunità ha sempre avuto qualcuno da schiavizzare e violentare al proprio interno. Diventa più facile con le Senzanome.
Comment by Anonymous — 19-11- 2007 @ 12:53 am
Per Uyulala: Grazie. Spero di sentirti presto.
Amarantide: che bello ritrovarti.
Comment by antonio vigilante — 19-11- 2007 @ 12:58 am
Gli “altri” possono farci del male solo nella misura in cui glielo permettiamo. La dignità di una persona è al di là degli accadimenti della sua vita. Auguro a Senzanome di non averla persa o di poterla ritrovare. Tutto il resto è legna da ardere.
Comment by sannyasi — 01-12- 2007 @ 12:44 pm