Dieci anni fa - il 30 dicembre del 1997 - si è spento Danilo Dolci. “Si è spento” è un’espressione bellissima per dire la morte di un uomo. Vuol dire che ogni uomo è una luce, che può brillare in modo più o meno intenso, ma che non si spegne mai del tutto - se non, appunto (e forse), con la morte. A giudicare dal modo in cui fu accolta la notizia della morte di Danilo Dolci (i telegiornali diedero la notizia sbrigativamente, e nemmeno tutti), si direbbe che la sua non sia stata una gran luce. Ma questo è un paese strano. Un paese che si lascia affascinare dal bagliore di politicanti, nani, ballerine ed intellettuali venduti al potere, e che spesso riserva ai suoi uomini migliori il disprezzo, l’umiliazione, l’oblio. Disprezzo che nel caso di Danilo Dolci si è concretizzato nelle parole di un giudice, che lo definì “individuo con spiccata attitudine a delinquere”, o in quelle di un vescovo per il quale Dolci, con la sua denuncia dei rapporti tra mafia e politica, denigrava la Sicilia. L’umiliazione è stata quella dei processi, della persecuzione poliziesca, del carcere. L’oblio è quello che è caduto negli anni che ci separano dalla sua morte (ma era iniziato molto prima) sulla sua attività politica ed educativa.
Ogni uomo è una luce, dunque. Ma un proverbio dei rom avverte: “Se non vuoi vedere, a che serve una stella?”. Proverbio che, mi sembra, va completato con un altro: “Se l’occhio non s’esercita, non vede”. E’ un proverbio di Danilo Dolci - perché tra le altre cose, Dolci è stato creatore di proverbi, nei quali si condensa la saggezza popolare non meno che nei proverbi consegnati da secoli di esperienza, e che tuttavia sono proverbi nuovi, che segnano un cambiamento, una trasformazione. Occorre l’esercizio per vedere. Senza esercizio e senza visione le stelle brillano inutilmente. (more…)








