Sul numero del 17 novembre di Io Donna Luisa Muraro ha lanciato la “provocazione” del “razzismo compatibile”. Vale la pena citare per intero il suo ragionamento:

“A cosa serve opporre certe formule ipocrite ai cattivi sentimenti contro gli stranieri?” spiega. “Cattivi sentimenti che di per sé non uccidono; l’eccesso è sempre indotto. Se tu, per esempio, opponi la tua predica ‘corretta’ a chi, non senza qualche ragione, pensa che gli zingari trattino le donne e i bambini in modo indegno, non solo non lo convincerai, ma lo lascerai solo, preda dell’odio e di chi ha interesse a manipolarlo. ‘Razzismo compatibile’ è precisamente questo: non prendere le distanze dai cattivi sentimenti e da chi li prova. Puntare sul fatto che siamo fatti della stessa pasta umana, e partire dai nostri cattivi sentimenti per avvicinarci a loro. Tentare l’operazione alchemica, in altre parole, di trasformare questo piombo in oro. Un linguaggio più franco, più libero, più osé” continua Muraro “permette anche uno scambio con gli ‘altri’, con gli stranieri che a loro volta rischiano di riempirsi di un odio sordo nei nostri riguardi, perché ci dicano liberamente che cosa pensano di noi. Ma esprimerli, i cattivi sentimenti, è il solo modo per potergli dare la misura che oggi manca. Ricordo un’amica tedesca che mi disse: ‘Ho capito che voi, diversamente da noi, non odiate gli ebrei dal fatto che fate battute e ci scherzate sopra’. Ecco: un esempio di misura è questo. Un ‘razzismo’, quello di cui parlo, compatibile con la civiltà e la giustizia.*

Si potrebbe smontare la provocazione di Luisa Muraro pezzo per pezzo, e mostrare che i singoli pezzi sono fragili e l’insieme traballa. Si potrebbe, ad esempio, notare che in Italia il politicamente corretto svanisce quando si tratta di Rom. Ognuno nel nostro paese si sente libero di esprimere opinioni razzistiche quando riguardano i Rom. Può farlo, perché le stesse opinioni sono più o meno autorevolmente sostenute da opinionisti ed altra bella gente. Può farlo, perché una Luisa Muraro su Io Donna dice che gli zingari trattano male le donne e i bambini. Nessuno in Italia è meno solo di chi esprime opinioni razzistiche verso i Rom. In autobus, nella sala d’aspetto del medico, in coda alla Posta basta uscirsene con una tirata contro gli zingari per socializzare in modo rapido ed efficace. E le espressioni colorite non mancano.
Ma Luisa Muraro è una intellettuale, e gli intellettuali spesso vivono in un mondo tutto loro. Può essere che la sua “provocazione” vada intesa in relazione a questo mondo. Il mondo, voglio dire, degli intellettuali di sinistra. I quali sono gli unici in Italia che ancora si fanno problemi, forse, ad esprimere apertamente opinioni razzistiche. Salvo poi allinearsi alle parole d’ordine della sicurezza, dell’ordine, del decoro cittadino eccetera, ed assistere con un certo intimo sollievo allo sgombero del campo rom.
E tuttavia qualcosa di vero c’è nella provocazione di Luisa Muraro. Ma bisogna ampliarla. Renderla, diciamo così, ancora più provocatoria.
Il razzismo non è che una espressione di un fenomeno più ampio e complesso, che vorrei chiamare esigenza di dissacrazione. Lo si può caratterizzare brevemente come segue. Nella vita sociale, noi sperimentiamo la sacralità dell’altro, che è ovviamente la nostra stessa sacralità. Questa sacralità - difesa e sostenuta dalla legge e dal sistema simbolico - consiste nel non poter compiere nei confronti dell’altro una gran quantità di azioni: uccidere, aggredire, toccare, sputare addosso, penetrare, eccetera. Alcune di queste azioni sono sempre vietate. Altre (ad esempio l’azione di toccare) sono concesse solo quando l’altro ci permette di avvicinarci. Tutto ciò comporta una drastica limitazione della nostra libertà di azione e di linguaggio. Una limitazione che può essere maggiore o minore, a seconda del tipo di società. In alcune società, ad esempio, la distanza sociale tra persone è molto ampia, e molta cura occorre porre nella disposizione del proprio corpo in relazione ai corpi altri. Esistono società invece in cui è concessa una maggiore prossimità, e l’atto di toccare senza permesso un corpo altro è considerato meno grave.
E’ lecito presumere che queste limitazione abbia conseguenze gravi. Essa è una condizione dello stare in società; ma, come ben sapeva Freud, lo stare in società, l’essere civili sono cose che hanno un loro prezzo. La sacralità dell’altro è un peso che prima o poi risulta insostenibile. Da qui quella che ho chiamato esigenza di dissacrazione. C’è bisogno di imbattersi in un essere umano che non sia sacro, o che, pur dotato di una sua naturale sacralità (il carattere culturale della sacralità è occultato, e questo occultamento è uno dei segreti meglio custoditi al mondo), l’abbia persa per strada. L’essere umano dissacrato è anche liberamente massacrabile. Dalla dissacrazione al massacro il passo è breve. L’uomo dissacrato viene bombardato, gasato, bruciato con i lanciafiamme, o semplicemente deportato, allontanato, abbandonato al suo destino. Ciò che è importante è che non vi sia alcuna gentilezza nei suoi confronti.
Il razzismo, dicevo, è solo una delle espressioni di questa tendenza alla dissacrazione ed al massacro. In una società senza più differenze atniche, vi sarebbero comunque soggetti massacrabili. Sarebbero i poveri, probabilmente. O gli omosessuali. O i biondi. Non si può prevedere.
Quello che si può prevedere, forse, è che questa tendenza alla dissacrazione ed al massacro crescerà di pari passo con la crescita della sacralità dell’individuo. Quanto più l’individuo sarà difeso nei suoi diritti inviolabili, tanto più altrove bisognerà negare quegli stessi diritti, ridurre a cosa, umiliare, massacrare. Quanto più la privacy dell’americano medio sarà difesa, tanto più sarà necessaria Guantanamo.
E allora spingiamo alle estreme conseguenze la provocazione della Muraro. Ciò di cui abbiamo bisogno è di liberarci dal peso della sacralità dell’altro. Liberarcene, s’intende, non interamente. Abbiamo bisogno di forme rituali di dissacrazione. La satira -anche la pessima satira - ha al riguardo molto da insegnarci. Immaginare (e comunicare questa immaginazione) un noto giornalista, venduto alla CIA, immerso in una vasca da bagno con un po’ di bella gente che gli piscia addosso - ecco un esempio di dissacrazione incruenta. Può non piacere, può sembrare eccessivo e di cattivo gusto, ma ognuno capisce che è meglio che piantare una pallottola nella testa del giornalista venduto alla CIA, e può servire per avvertire meno il peso della sua ingombrante - e per molti versi insensata - sacralità.

* Grassetto nel testo. Grazie a Rosa per avermi segnalato l’articolo.

Nella foto: la fucilazione del papa. Scena da La via lattea di Bunuel.