Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca vuole essere un film impegnato, di denuncia. Scimeca (di cui mi piacque molto Placido Rizzotto) intende suscitare indignazione e sdegno per lo sfruttamento del lavoro dei bambini, che è stato della Sicilia descritta da Verga ed è, oggi, di troppi altri luoghi: e per raggiungere lo scopo ricorre al dialetto siciliano, ad un protagonista non professionista, a dialoghi che si soffermano con insistenza sulla fatica di vivere, sulla sofferenza del lavoro che aliena e opprime. Ma non riesce nell’intento, Scimeca. C’è qualcosa che interviene, e fa fallire il colpo. C’è la bellezza: troppa bellezza. C’è la bellezza dei luoghi (il film è girato a Sperlinga, a Piazza Armerina ed alla miniera di Fioristella); c’è la bellezza delle donne (la madre, la sorella di Rosso Malpelo, la madre di Ranocchio…); c’è una leggerezza che rende più accettabile il travaglio nella miniera, ingentilisce il tugurio, ammorbidisce il fatalismo tragico dei dialoghi. E’ questa bellezza, questa leggerezza che alla fine prevale su tutto - che riscatta, salva, rassicura. Lo spettatore esce dalla sala non indignato per l’infanzia negata, in Sicilia e nel mondo, ma semplicemente con l’impressione di aver visto un film bello. Tragicamente bello.