Ma quando piove posso vederlo?, chiede.
Quando piove. Le nuvole pesanti lasciano cadere acqua e metallo, sputi e proiettili, il vento sferza un uomo che si affanna col suo ombrello inutile, prendendo a calci un teschio che un bimbo ha dissotterrato. Tra le nuvole si affaccia, guarda il mondo sferzato dalla pioggia sfigurato dal vento consumato dal tempo, guarda il mondo che è e non è, che perde perde perde e tuttavia gioca, gioca sempre.
Un corvo viene a posarsi sulla spalla dell’uomo, allunga il becco e gli cava un occhio. L’uomo insegue il corvo - ridammi l’occhio, troia, grida. Ridammi l’occhio, ridammi l’occhio. Ridammi quel che ho visto, ridammi la mia vista, rendimi a me quel che ero, puttana. Rendimi, rendimi. Ridammi, ridammi.
Il corvo va a posarsi sulla spalla del bambino. L’uomo inciampa nel teschio, scivola ai piedi del bambino. Che ride e dice: signore, lei è cieco. Io sono il piccolo cavaliere, ricorda? Ci siamo incontrati tanto tempo fa. Allora lei era molto diverso - non che tremasse meno di ora, mentre le cucivo l’occhio che ora questo corvo le ha cavato. Ah, la ricordo bene la sua paura. Lei non fa che tremare, lei non ha fatto che tremare. Per favore, la smetta. Non è un bello spettacolo, mi creda. Su, si alzi e cominci a guardare il mondo. Non vede come è bella la pioggia, come è leggero l’orgasmo delle cose che sono e non sono, quanto è dolce l’agonia delle cose che sono e non sono? Se ne vada, quella è la strada. E non si volti.
No, amore, non puoi vederlo. Si bagnerebbe, se si affacciasse alle nuvole.