Da dieci mesi sto scrivendo un libro in cui cerco di (di)mostrare che la concezione metafisica e religiosa sottostante alla nonviolenza di Gandhi è difficilmente sostenibile oggi. Nella migliore delle ipotesi, il libro sarà pubblicato e letto da qualche decina di persone. Alcuni, come è successo, mi daranno addosso, accusandomi di parlar male di persone di gran lunga migliori di me; qualcuno forse sarà persuaso; molti alzeranno le spalle. Scrivere un libro su Gandhi non è una cosa che abbia più valore di altre - fare il bucato, stirare, togliere i noccioli all’uva, accarezzare un cane.
D’altra parte, il fatto disperante che non vi sia nulla di veramente sensato è ciò che salva dalla disperazione. Perché: se vi fosse una sola attività piena di senso, come tollerare il fatto che la morte ci sottragga ad essa?
(Ma, dice lui, questa attività esiste. Anzi, ne esistono infinite. Ogni volta che realizzi un valore. Ed è il valore che appunto ci custodisce dalla morte).