Quarant’anni fa moriva Aldo Capitini. Di seguito l’articolo con cui lo ricordo nel numero di ottobre della rivista Azione Nonviolenta, dallo stesso Capitini fondata nel 1964.
Capitini è morto da quarant’anni. Io l’ho incontrato quindici anni fa. Studiavo, allora, il pensiero di Giuseppe Rensi, l’inquieto filosofo scettico e pessimista, ateo eppure religioso – anzi: religioso in quanto ateo. Nella mia ricerca quasi da collezionista di qualsiasi materiale che lo riguardasse mi imbattei nel numero di una rivista che conteneva un dossier sugli eretici della cultura italiana del Novecento. E non poteva mancare, accanto a Rensi, Aldo Capitini. Mi sorpresero subito le sue idee, nonostante l’estrema sintesi dell’articolo, ma più ancora a sorprendermi fu il titolo stesso della sua opera principale: La compresenza dei morti e dei viventi. I morti, i viventi. Compresenti. Era una idea forte, provocatoria.
Cercai i suoi libri in biblioteca, cominciai a leggere, e quel certo pessimismo nichilistico di cui allora mi compiacevo cominciò a vacillare. Pagina dopo pagina scoprivo non una filosofia, non una teoria. Qualcosa di radicalmente altro. Si fa un torto a Capitini, e lo si equivoca, se lo si considera (solo) un filosofo. Ogni pagina, ogni singolo periodo dei suoi libri avevano una risonanza particolare dentro di me. Erano come ami gettati nel profondo, capaci di far affiorare pensieri, emozioni, percezioni nuove, vive e guizzanti come pesci appena sottratti al mare. Forse non ne ero ancora del tutto consapevole, ma leggendo i suoi libri sperimentavo la realtà stessa di quella compresenza che tanto filo da torcere ha dato agli interpreti. Capitini era morto. Eppure era vivo. Operava in me come se lo avessi accanto. Attraverso la parola si faceva presente, compresente: era unito a me nell’intimo, ed agiva aperture. Era, è un centro che irradia valori, oltre il limite della morte. Presto ne scaturirono scelte. L’obiezione di coscienza, lo sbattezzo. Al vegetarianesimo ero giunto per conto mio, all’età di sedici anni.
Aldo Capitini ha insegnato una sola cosa: l’apertura. L’attenzione infinita al mondo – all’altro, al non umano, alle piante, perfino alle cose. Tutto scaturisce in lui da questo sguardo appassionato sul mondo, da questo insensato appassionamento per ogni ente. Ho protestato spesso con lui. Chiedi una purezza dello sguardo di cui non sono capace, gli dicevo. Ma poi l’apertura accadeva, non cercata, non presentita; accadeva come accade la gioia di dentro in un giorno di pioggia. Accadeva: per dirla con Blake, le porte della percezione si aprivano e il mondo appariva realmente perfetto. Il mondo aperto al possibile, che Capitini ha mostrato per decenni con la caparbietà, con il candore del profeta, era lì, concreto eppure indicibile, fugacemente festoso, presto sottratto dalla invasività del quotidiano, dalla gabbia ferrea del sistema dei nomi e delle forme. Capitini ha avuto per una vita intera quello sguardo, è vissuto in quella realtà nella quale ognuno è custodito, in cui l’uomo è uno con la terra, in cui la morte è vinta e il tempo si apre. (more…)