Entro. Sono tutte alla finestra, urlano qualcosa contro non so chi. Le invito a sedersi, niente. Mi tocca aumentare il tono della voce, per ottenere che si decidano a sedersi. Ma la finestra è una tentazione irresistibile. Di là giungono parole, e occorre rispondere. Qualcuna non resiste e torna alla finestra a urlare i suoi insulti. Mi occorre un po’ per comprendere la situazione. Dall’altra parte del cortile si affaccia la finestra di un’altra prima. E tra le due prime c’è odio. “Ci hanno detto che siamo puttane”, dice un’alunna. “Quando mi dicono che sono una puttana io mi incazzo. Mi basterebbe chiamare due che conosco io, e in questa scuola succede il finimondo”, aggiunge.
L’ora successiva ho lezione nell’altra prima. Ho ancora il quadernetto che ho usato per le verifiche nell’altra classe. Quando lo vedono, ostentano disgusto. Ostentano odio. Hanno solo quattordici anni, e ostentano odio. Sbavano come cani tenuti alla catena, che bramano la libertà di mordere.
Arriva un momento in cui la tentazione di urlare “ma andatevene al diavolo”, di sbattere la porta e uscire per sempre dalla scuola è così forte, che per resisterle devi farti davvero violenza. E star male.