Non ho voglia di scrivere, di dire, di dirmi. Sono in uno dei quei momenti in cui mi sembra che scrivere o parlare - scrivere o parlare di - sia un modo arrogante per imporsi alle cose, per imprimere sugli eventi il sigillo della propria interpretazione, il marchio del proprio io: per intaccare almeno un po’ l’ingranaggio della storia e del tempo che ci scorre accanto. Dico, dunque sono. Mi piacerebbe trovare, prima o poi, una parola non sporcata dall’io, una parola libera da me, benché detta da me. Nel frattempo, preferisco ascoltare. Archivio le frasi della gente, le parole sputate dalla bocca delle gente, i discorsi che procedono imperiosi emanando dalla pelle della gente, le parole-dolore che scivolano giù dagli occhi della gente. Registro, archivio, prendo nota.
Ascolto. Su, dite.