L’annotazione del 27 ottobre su kamma e bodhicitta era troppo sintetica e frettolosa perché potesse venir compreso il movimento di pensiero sottostante: a volte uso il blog come un taccuino, sul quale mi limito a fissare in modo essenziale cose che mi passano per la mente, e sulle quali devo tornare con calma. Ringraziando Maurizio e Gianni de Martino per i commenti - in particolare il secondo per una vera e propria lezione su bodhicitta - provo a spiegare a cosa pensavo.
Molti anni fa, in un saggio dimenticato, Giuseppe Rensi affermava che non è corretto ricondurre il pensiero schopenhaueriano al Vedanta, ma bisogna piuttosto notare l’affinità con il buddhismo. Il Vedanta, per il quale al fondo delle cose v’è “un’essenza eminentemente razionale, luminosa, divina”(1), è affine piuttosto all’hegelismo ed alla sua affermazione della razionalità del reale. C’è invece un’aria di famiglia, diciamo così, tra la Volontà schopenhaueriana e la brama buddhistica materiata di ignoranza cui è legato il ciclo delle esistenze. Oggi si direbbe che Rensi sfonda una porta aperta, ma ai suoi tempi la sua interpretazione aveva qualche finezza. Ora, c’è un problema che riguarda il pensiero di Schopenhauer. Se al fondo delle cose c’è la Volontà, come si spiega che alcuni uomini, attraverso i mezzi dell’etica, dell’estetica e dell’ascesi, vogliano e possano sottrarsi alla Volontà? L’immagine del barone di Munchausen, che si tira fuori dalla palude prendendosi per i capelli, può sovrapporsi a quella dell’asceta, cascato nella palude del mondo e tuttavia capace, con le sue sole forze, di uscirne. Si pone una questione squisitamente metafisica: la Volontà non può essere messa in scacco, se non c’è un principio altro dalla Volontà stessa, o se la Volontà stessa non contiene in sé, in qualche modo, il principio della sua dissoluzione.
Se c’è affinità tra Schopenhauer e il buddhismo, allora questo problema si pone anche per il buddhismo. Se c’è la brama, se c’è l’ignoranza, come si spiega il sorgere del pensiero del risveglio? Se la condizione umana è una palude di ignoranza e sofferenza, come si spiega l’illuminazione? Da dove viene? C’è una differenza tra Schopenhauer e il Buddha. Il primo è un metafisico, il secondo no. Anzi: detesta le questioni metafisiche. Risponde alle domande metafisiche con il silenzio. Il che non vuol dire che sfugga alla metafisica. Schopenhauer afferma il principio metafisico del Wille. Il Buddha sostiene che c’è tanha, che c’è avidya, che è il primo dei dodici anelli della produzione condizionata, e come tale si può considerare origine del samsara. Ma nella concezione del Buddha non c’è solo questo elemento irrazionale, che possiamo effettivamente accostare al Wille schopenhaueriano. C’è anche il kamma. La dottrina del kamma sostiene che le nostre intenzioni e le nostre azioni fanno maturare un frutto, che può essere positivo o negativo. Chi compie il male, sconta le conseguenze delle sue azioni; chi compie il bene, gode le conseguenze positive delle sue azioni virtuose. C’è una logica implacabile nelle cose, ed è una logica giusta. Il mondo non è affidato all’arbitrio (Giobbe) di un Dio che ascolta o non ascolta, né all’irrazionalità della Volontà, ma ha una razionalità immanente, una giustizia intrinseca. Dunque accostare il buddhismo a Schopenhauer è una operazione giustificata a metà. Per comprendere anche il kamma, bisognerebbe dire che nel buddhismo sono presenti tanto Schopenhauer quanto Hegel, tanto la Volontà irrazionale (tanha, avidya), quanto la Giustizia immanente e razionale (il kamma). Semplificando: il mondo è un intreccio di spiritualità ed ignoranza. Colui che cerca l’illuminazione accoglie, sviluppa, sublima l’elemento spirituale e lo porta oltre sé stesso, in una dimensione nella quale tanto il rapporto di causa ed effetto quanto la distinzione tra bene e male, razionale e irrazionale, cessano di avere valore.

(1) G. Rensi, Il genio etico ed altri saggi, Laterza, Bari 1912, p. 223.

Nell’immagine: il cattivo kamma. Ripresa da buddhivihara.org