Questo afferma il capo di una religione nel cui libro sacro ci sono scritte amenità come “Chiunque commette adulterio con una donna sposata, chiunque commette adulterio con la donna del suo prossimo, siano messi a morte l’adultero e l’adultera” (Levitico, 20, 10), o “Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un’abominazione; siano messi a morte” (Levitico, 20, 13), o ancora “Un uomo o una donna fra voi che sia un negromante o indovino sia messo a morte: li lapiderete” (Levitico, 20, 27), e così via. Uno che fa parte di una organizzazione religiosa che ha osteggiato con tutti i mezzi, non esclusi il carcere e il rogo, la diffusione di quei diritti che sessant’anni fa sono stati codificati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; una organizzazione che, mentre le forze intellettuali più vive in Europa gettavano le basi ideologiche di quegli stessi diritti, condannava l’affermazione che “è libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera”, o che “la Chiesa non ha potestà di usare la forza, né alcuna temporale potestà diretta o indiretta” (Sillabo, proposizioni XV e XXIV), e che ha dato il suo nobile contributo al Novecento, secolo delle stragi, associandosi ad un regime infame.
La dottrina cattolica conosce quattro virtù cardinali, prudenza giustizia fortezza e temperanza. Putroppo la vergogna non è tra queste.