[…] L’immanenza, conquistata contro e dopo la trascendenza autoritaria, è insufficiente, avverte Capitini, perché porta ad accettare il fatto della morte e del limite. «La morte – sostiene Hisamatsu – è la dura crisi della nostra vita e in questo modo insidia il modo d’essere umanistico. Poiché la morte esiste, tutto si esaurisce necessariamente nella negazione assoluta». Tornare indietro, rituffarsi nelle braccia della trascendenza autoritaria per paura della morte, non è possibile. Per Hisamatsu, come per Capitini e per Nishitani, quello che occorre è attraversare fino in fondo il negativo per conquistare una positività più vera di quella superficiale dell’umanesimo. Per attingere la grande vita occorre passare attraverso la grande morte della disperazione e della negazione totale. Nella enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II si legge (par. 90): «Il nichilismo, prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri della parola di Dio, è negazione dell’umanità dell’uomo e della sua stessa identità». Nel fallimento di alcuni regimi comunisti, ma anche nella follia nazista, papa Wojtyla riteneva di poter trovare la conferma storica di questa verità: se si nega Dio, si finirà per negare anche l’uomo. Dal punto di vista buddhista di Hisamatsu, questa negazione dell’uomo è necessaria, non ovviamente nel senso in cui l’uomo viene negato nei totalitarismi, ma nel senso che solo andando a fondo della propria disperazione l’uomo potrà ritrovarsi autenticamente. (more…)






