minimo karma    retomar o pedaço que falta

Note di apprendistato, Nonviolenze

[…] L’immanenza, conquistata contro e dopo la trascendenza autoritaria, è insufficiente, avverte Capitini, perché porta ad accettare il fatto della morte e del limite. «La morte – sostiene Hisamatsu – è la dura crisi della nostra vita e in questo modo insidia il modo d’essere umanistico. Poiché la morte esiste, tutto si esaurisce necessariamente nella negazione assoluta». Tornare indietro, rituffarsi nelle braccia della trascendenza autoritaria per paura della morte, non è possibile. Per Hisamatsu, come per Capitini e per Nishitani, quello che occorre è attraversare fino in fondo il negativo per conquistare una positività più vera di quella superficiale dell’umanesimo. Per attingere la grande vita occorre passare attraverso la grande morte della disperazione e della negazione totale. Nella enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II si legge (par. 90): «Il nichilismo, prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri della parola di Dio, è negazione dell’umanità dell’uomo e della sua stessa identità». Nel fallimento di alcuni regimi comunisti, ma anche nella follia nazista, papa Wojtyla riteneva di poter trovare la conferma storica di questa verità: se si nega Dio, si finirà per negare anche l’uomo. Dal punto di vista buddhista di Hisamatsu, questa negazione dell’uomo è necessaria, non ovviamente nel senso in cui l’uomo viene negato nei totalitarismi, ma nel senso che solo andando a fondo della propria disperazione l’uomo potrà ritrovarsi autenticamente. (more…)

Pubblicato il 31-01- 2009 3:14 pm | Commenta questo post (0) |
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Cose così

…Mercan Dede propone un album dedicato al suo maestro spirituale: il cantore sufi Mevlana. Mevlana Jalaluddin Rumi è stato infatti uno straordinario cantore dell’Amore (con la “a” maiuscola). Lo stesso titolo dell’album è stato pensato per le celebrazioni dell’ottocentesimo compleanno del poeta.

Recensione su Ibs di 800 di Mercan Dede - che, tra l’altro, è un gran disco.

Pubblicato il 29-01- 2009 9:50 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Nonviolenze

La nonviolenza, se non è uno scioglilingua per la riabilitazione dei reduci e combattenti, è questo: la correzione di un modo d’essere non tanto dal versante della pratica, ma della grammatica, del pensiero e delle sue parole. Nel famoso Sessantotto noi ne avevamo di parole nuove a disposizione, e la nostra colpa - una debolezza del pensiero, un’ignoranza e una soggezione - fu nel cedere alle vecchie, pur sentendo che si veniva ritrascinati lontano dalla terra promessa.

Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio.

Pubblicato il 25-01- 2009 5:59 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario, Scuola

Lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato la sensazione, il sapore. La gioia. E’ successo gradualmente, in modo impercettibile, e infatti non percepito. Sono diventato diverso, senza sapere esattamente come e quando. Dieci anni fa insegnavo italiano. Mi vedo in terza, seduto sulla cattedra. Non ho il libro di testo. Non mi serve. Leggiamo Petrarca. E poi parliamo. Non mi sembrano particolamente attenti, o interessati, ma io muovo il cielo e la terra, do fondo a tutte le risorse, metto in scena i personaggi che mi sono familiari e li faccio discutere tra loro, vado dove mi pare. E qualcosa bene o male ottengo. Fino a due settimane fa giudicavo severamente i miei esordi da docente. Niente metodo, niente serietà, niente programmazione. Narcisismo, buffoneria, ostentazione di cultura. Seduttività, come dice una mia collega. Era chiaro che prima d’ogni cosa veniva la politica. Insegnare era un lavoro politico, una faccenda seria in quanto politica. Gli altri dicessero quello che volevano. La loro scuola non era la mia scuola. Le carte le mettevo a posto, ma senza dar loro troppa importanza. E mi divertivo. Mi divertivo molto.
Poi ho cominciato a diventare serio. Gradualmente. Impercettibilmente, appunto. Meno deviazioni (una collega di religione, ai bei tempi, sottopose i miei studenti di seconda ad un serrato interrogatorio per sapere se le mie lezioni sul male di vivere nella Bibbia li avevano turbati), meno estro, meno libertà. Metodo, programmazione. E’ così che si spegne la gioia di insegnare. Ora lo so. In questi ultimi giorni di lezione, prima della pausa universitaria, mi capita di riprovare quella libertà. Mista alla sensazione d’essere stato lavorato per bene dall’istituzione - normalizzato, per dirla con la Montessori. Ed alla consapevolezza che non è più tempo di recuperi.
Ma domani, intanto, porto a scuola La notte che Pinelli di Adriano Sofri. Perché insegnare è un lavoro politico. Una faccenda seria in quanto politica.

Pubblicato il 20-01- 2009 7:37 pm | Commenti (3) |
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Herdelezi

S’era nel 1860, il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla - più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa. I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro - che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. (more…)

Pubblicato il 19-01- 2009 10:35 pm | Commenti (3) |
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Cristianesimo

Quelli dell’UAAR avrebbero voluto scrivere sugli autobus genovesi: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Prevedibilmente, la cosa non è stata loro concessa. Intanto il tempestivo Volontè ha dichiarato urbi et orbi che quella dell’UAAR è pubblicità ingannevole, ed ha aggiunto: “Dio è speranza. Mi chiedo come sia possibile, specie di questi tempi, farne a meno”.
“La più vergognosa offesa che si possa fare a Dio - scriveva Kierkegaard negli opuscoli de L’Ora - è quella di cui la Cristianità si rende colpevole: di tramutar Dio, il Dio dello spirito, in una ridicola ciancia; e la forma più antispirituale dell’adorazione di una pietra, di un bue, di un insetto, più antispirituale di tutto ciò che è possibile come antispiritualità, è proprio questo: adorare come Dio una tal razza d’idiota”. (1)
Quelli dell’UAAR dicono che Dio non c’è, Luca Volontà dice che c’è, e che ci serve, soprattutto di questi tempi. Per Volontè, Dio è una specie di antidepressivo da mandar giù nei giorni difficili, un cordiale buono per tirarsi su d’umore, un vinello leggero da bere prima dei pasti. Un prodotto di consumo. Un idiota, direbbe Kierkegaard.
Ora, che Luca Volontè si figuri Dio come un idiota, non sorprende. Il problema è che a figurarsi Dio come un idiota sembrano essere in tanti. Non mi pare che nessuno abbia notato che non avere bisogno di Dio è la condizione di una fede autentica.

(1) S. Kierkegaard, L’Ora. Atto di accusa al cristinesimo nel regno di Danimarca, Newton Compton, Roma 1977, p. 54.

Pubblicato il 18-01- 2009 5:44 pm | Commenti (6) |
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Blog

I blog non sono cose da persone serie, ha sentenziato ieri su Il Giornale il nostro Geminello Alvi. E va bene, non ha detto nulla di nuovo. Sono almeno cinque anni che di tanto in tanto qualcuno ci avverte che i blog una volta erano innovativi, facevano informazione, contribuivano al dibattito democratico, mentre ora… Ogni volta con toni sempre più accesi, a mo’ di belletto per la tesi sempre più pallida, sempre meno convincente. Prendete l’articolo di Alvi. E’ uscito ieri sul giornale cartaceo, oggi nel sito. Ed ora date uno sguardo alla cattura dell’articolo. Qualche riga dopo l’affermazione che il blog non c’entra “con l’opinione vera” si legge: Con ilGiornale.it la tua opinione fa informazione. Abbiamo dunque un giornale che chiede ai suoi lettori di fare informazione commentando un articolo nel quale si dice che l’opinione internettiana della gente non fa informazione.
(Dice ancora, il nostro Geminello, che “quegli orrori che si chiamano blog” sono “un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici”. Proviamo a metterci nei suoi panni. Come fanno tutti - compreso il sottoscritto - ogni tanto Geminello si sarà messo alla ricerca di sé stesso via Google. Ora, inserendo la stringa Geminello Alvi, Google ci restituisce, nell’ordine, i seguenti risultati: la pagina di Wikipedia che lo definisce “economista e scrittore italiano”, la pagina del sito ilgiornale.it che raccoglie i suoi articoli, un sito nel quale diventa, addirittura, “il più geniale economista italiano” e, come quarto risultato, un mio post nel quale una frase del povero Geminello viene poco onorevolmente inserita nel catalogo delle idiozie. Ha ragione: che orrore, questi blog.)

Pubblicato il 05-01- 2009 5:25 pm | Commenti (3) |
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Diario antitaliano

Non è andato giù, al sindaco di Roma Alemanno, l’invito a parlare alla Sapienza rivolto all’ex brigatista Valerio Morucci - anche se la lezione è saltata. Non gli è andato giù, e se la prende con i “trecento criminali” che tengono in ostaggio la Sapienza. Quelli che non vogliono il papa e invitano un ex terrorista.
Lui, Alemanno, i terroristi li vorrebbe in galera. O, se proprio hanno scontato la pena, rintanati in qualche angolo buio, chiusi nel silenzio del loro errore, immobilizzati in eterno dalla vergogna d’aver sfidato lo stato. Naturalmente se si tratta di terroristi di sinistra. Per gli altri, i terroristi di destra, vale ben altro discorso. Quelli possono camminare a testa alta, andare dove vogliono, parlare di quello che preferiscono. Di più: se si tratta di buoni amici, possono fare anche carriera politica. O meglio: intascarsi un bel po’ dei nostri soldi. Come Giuseppe Dimitri, il leader di Terza Posizione - otto anni per banda armata e varie altre cosucce - che Alemanno scelse come proprio consulente quando era ministro delle politiche agricole.

Pubblicato il 8:57 am | Commenti (2) |
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Diario

Ora il problema è: perché proprio Dietrich Bonhoeffer?

Pubblicato il 03-01- 2009 11:06 pm | Commenti (1) |
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