Lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato la sensazione, il sapore. La gioia. E’ successo gradualmente, in modo impercettibile, e infatti non percepito. Sono diventato diverso, senza sapere esattamente come e quando. Dieci anni fa insegnavo italiano. Mi vedo in terza, seduto sulla cattedra. Non ho il libro di testo. Non mi serve. Leggiamo Petrarca. E poi parliamo. Non mi sembrano particolamente attenti, o interessati, ma io muovo il cielo e la terra, do fondo a tutte le risorse, metto in scena i personaggi che mi sono familiari e li faccio discutere tra loro, vado dove mi pare. E qualcosa bene o male ottengo. Fino a due settimane fa giudicavo severamente i miei esordi da docente. Niente metodo, niente serietà, niente programmazione. Narcisismo, buffoneria, ostentazione di cultura. Seduttività, come dice una mia collega. Era chiaro che prima d’ogni cosa veniva la politica. Insegnare era un lavoro politico, una faccenda seria in quanto politica. Gli altri dicessero quello che volevano. La loro scuola non era la mia scuola. Le carte le mettevo a posto, ma senza dar loro troppa importanza. E mi divertivo. Mi divertivo molto.
Poi ho cominciato a diventare serio. Gradualmente. Impercettibilmente, appunto. Meno deviazioni (una collega di religione, ai bei tempi, sottopose i miei studenti di seconda ad un serrato interrogatorio per sapere se le mie lezioni sul male di vivere nella Bibbia li avevano turbati), meno estro, meno libertà. Metodo, programmazione. E’ così che si spegne la gioia di insegnare. Ora lo so. In questi ultimi giorni di lezione, prima della pausa universitaria, mi capita di riprovare quella libertà. Mista alla sensazione d’essere stato lavorato per bene dall’istituzione - normalizzato, per dirla con la Montessori. Ed alla consapevolezza che non è più tempo di recuperi.
Ma domani, intanto, porto a scuola La notte che Pinelli di Adriano Sofri. Perché insegnare è un lavoro politico. Una faccenda seria in quanto politica.