Mangiare, bere conta. Il vigore del corpo, non avere male, non sentirsi deboli. E poi il riconoscimento. Gli animali pensano alla riproduzione, si tengono in vita per perpetuare la specie, la loro stessa vita conta meno del suo fine. L’uomo - l’uomo attuale, che forse è diverso da quello di un tempo - esiste invece per rappresentare sé stesso, ed ottenere dagli altri il riconoscimento di questa sua impresa. Appena raggiunta l’età in cui si sa dire sì o no, indossa freneticamente una maschera dopo l’altra, studiando con cura assoluta quella più efficace, quella che lo porterà in modo più sicuro al riconoscimento. E vengono fuori i teneri e le tenere, i cinici, i rassicuranti, gli idealisti, i tenebrosi: tutti guardandosi costantemente allo specchio, misurando le reazioni, perfezionando costantemente la parte.
Felicità è mangiare, bere ed essere riconosciuti. Il potere ed il denaro contano solo come strumenti per il riconoscimento. Prendete la persona più felice e sicura di sé del mondo, e toglietele il riconoscimento. Fate in modo che per un mese tutte parlino male di lei, facciano mostra di disprezzarla. La troverete | | depressa, sull’orlo del suicidio. Con gli anni, quando il corpo s’infiacchisce e la bellezza viene svilita dal tempo, strumenti del riconoscimento diventano più ancora il denaro, i possessi, i titoli. Seduto nella sua poltrona, il sessantenne traccia mentalmente la mappa delle sue case, delle sue terre, dei suoi conti in banca; o: delle sue pubblicazioni. Ciò gli dà sicurezza e confidenza, anche se l’inquietudine della morte lo insidia. (Lucrezio: denique avarities et honorum caeca cupido, quae miseros homines cogunt transcendere fines, etc.)
Poi accade l’alba. Una mattina, in una stazione di montagna. L’aria è tersa, il silenzio assoluto. C’è quel che c’è, e ci sei tu. Non hai fame né sete né bisogno di riconoscimento. L’alba è, la natura è, la stazione è, il castello di fronte alla stazione è. E tu sei.
L’alba cede al giorno, ma: e lo stupore alla stupidità. Il dies si fa deus, dio della pancia, e della gola, e dello specchio.







Fantastico
Comment by daphnae83 — 30-04- 2009 @ 11:59 am
E i sagaci animali lo notano che, di casa nel mondo interpretato
non diamo affidamento.
Chi ha mai osservato i sagaci animali con qualche attenzione può forse dubitare che anche il loro non sia un mondo interpretato. Ma ci piace immaginarli così, quando vogliamo figurarci una natura, un umano puro, contenuto. Quando vogliamo immaginarci una contenutezza e una purezza che non troviamo da nessuna parte.
E così, ci figuriamo che gli animali non si rappresentino, non cerchino riconoscimento. Mangiare, bere, conservare le forze è tutto quello che fanno, tutto quello che dovremmo fare anche noi. Il resto è superbia, tumore narcisistico, rappresentazione.
Guardiamo agli animali quando cerchiamo un non essere, qualcosa che manchi di quello che vogliamo raccontarci come un di più. Lo facevamo, lo facciamo ancora, pure con gli esseri umani, quando ci raccontiamo la favola dei selvaggi o dei semplici, non toccati dagli orpelli della civiltà, dagli idoli del teatro. Ah, questo popoloso deserto che è Parigi! Lo fece anche Rousseau con gli Italiani, selvaggi dalla lingua tanto musicale, così vicini alla purezza e all’autenticità dei sentimenti, così lontani dal formalismo teatrale della lingua francese e della civilisation …
Ma noi siamo di casa nel mondo interpretato esattamente come gli animali, e come loro ci rispecchiamo negli altri. Quel che diceva Danilo Dolci, “ciascuno cresce solo se sognato”, non è vero soltanto dei bambini.
Certo, si deve poter esser soli, è essenziale essere capaci di solitudine, e anche saper essere causa di se stessi, che le proprie azioni ed espressioni sorgano quanto più possibile dal fondo, qualunque cosa sia questo fondo.
Ma per crescere, per essere capaci di metamorfosi, per essere con più forza quello che sorge dal fondo abbiamo bisogno di essere sognati, di rispecchiarci. Abbiamo bisogno degli altri e delle corrispondenze, delle consonanze, degli accordi che si creano fra ciò che sorge da noi e da loro.
Se e così, la questione non è rinunciare a rappresentarsi, ma in quale misura la maschera, la persona, il volto raffigurano ciò che è più puro e necessario, ciò che ha bisogno di rispecchiarsi negli altri per una certa quale felicità e pienezza, per crescere - se il volto è una soglia che permette di entrare, oppure se o in quale misura, viceversa, si rappresenta un volto preso a prestito, e sempre uguale - come il potente di Canetti, che si nutre della morte degli altri, del loro non essere più capaci di metamorfosi,del fatto rispecchiamento in quanti più possibili simulacri identici a se stesso.
Comment by Ipazia — 12-05- 2009 @ 8:57 pm