Ti amo, dice. E’ figlio, come tanti, della maledizione dell’educazione. Per anni gli hanno detto che non era come doveva essere; per anni si è sentito ogni giorno cattivo, sbagliato, colpevole; per anni ha cercato di mettere sé stesso nello stampo che gli veniva offerto, di assumere le espressioni del viso che gli venivano suggerite, di compiere gli atti necessari; per anni ha messo a tacere, represso, perseguitato sé stesso. Ora se ne sta lì con la sua preghiera. Perché il suo ti amo questo vuol dire: liberami, tu che mi sei ora accanto, liberami dalla maledizione dell’educazione, guardami bene, guardami ovunque, sopra e sotto, fuori e dentro, e dimmi che mi vuoi, guarda bene i miei fiori e le mie spine, toccami, accarezzami, graffiami, mordimi, assaggiami e dimmi che va bene, che si può fare, che è finita la maledizione, che posso uscire allo scoperto. Dimmi che posso uscire allo scoperto, ti prego. Dimmi che è finita. Dimmelo.
Dimmi che posso uscire allo scoperto.
Ti amo, dice. E prova ad uscire allo scoperto, ed ecco che le sue spine sembrano fiori, il dentro è bello come il fuori, la maledizione sembra finita. Il mondo si presenta finalmente amico. La guerra - la guerra di tutti contro di lui, e di lui contro sé stesso - è finita.
Ma il destino lo aspetta al varco. L’inciampo accade. Le spine tornano spine, il dentro si separa dal fuori, e torna a nascondersi, a soffrire lontano dagli sguardi. Ancora una volta si sente cattivo, sbagliato, colpevole. Ancora più colpevole, perché si accorge che in quella preghiera, in quel ti amo, c’era una ingiustizia radicale: perché lui, figlio dell’educazione, aveva forse la forza per uscire allo scoperto, per mettersi fiore e spine nelle mani di qualcuno, ma la forza per accogliere a sua volta, per dire di sì al dentro ed al fuori, per toccare accarezzare graffiare mordere guardare e dire sì, quella forza grande che sola dà il diritto di essere amati - quella forza non era con lui.
Sul numero di questo mese di A. Rivista Anarchica, Persio Tincani se la prende con padre Livio Fanzaga, il direttore di Radio Maria. Il quale non è riuscito a trattenersi dal commentare e interpretare a modo suo il terremoto in Abruzzo: “Il Signore ha voluto in questa settimana santa che in qualche modo anche loro partecipassero al mistero della sua passione”. Parole, ha commentato Tincani, che “trasudano cattiveria”, che esprimono allo stato puro quello spiacevole fenomeno storico, così profondamente legato alle religioni, che è il fanatismo. E che padre Livio sia un fanatico è ampiamente dimostrato dall’aggressività con cui liquida chiunque non la pensi come lui: che ora è fesso e cretino, ora indemoniato, ora - se è ateo - meritevole di essere sterminato. Verrebbe da dargli ragione; ma, ahimé, così Tincani conclude il suo articolo: “Fanzaga è un imbecille? Non lo so, forse sì, forse è addirittura probabile che lo sia. Ma liquidarlo così, sebbene questa scorciatoia sia molto allettante, non sarebbe una cosa saggia. Fanzaga e i suoi sodali, imbecilli o meno che siano, sono soprattutto persone che odiano il genere umano. Persone cattive che credono in un dio cattivo, e dalle quali è lecito aspettarsi di tutto” (1). 





